di Giacomo Gabbuti

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[…] il problema è, c’è posto per tutti sulla macchina? E siamo in grado di nutrire una bocca in più?” Senza voltare la testa, ripeté la domanda: “Mamma, siamo in grado?”

La mamma si schiarì la gola. “Quanto a ‘essere in grado’, siamo in grado di niente; né partire per la California, né niente. La questione è di sapere se ‘vogliamo’ prenderlo con noi, o no. […]

In quello che dovrebbe essere considerato un testo cardine dell’Economia Politica, John Steinbeck spiega – nel modo più rigoroso con cui si possano descrivere le passioni alla base dei comportamenti, umani prima che economici – la scelta razionale degli individui, quanto agiscano non da atomi (come li descrive la “moderna” microeconomia) ma da esseri sociali.
È una lezione importante, quella di Furore: perché da mesi, quotidianamente, siamo bombardati da un altro tipo di messaggio. Quando si parla dello Stato come di una famiglia, in cui “non bisogna spendere più di quanto si guadagna”, in virtù di una presunta moralità del debita sunt servanda, in realtà si allude a una diversa idea dei rapporti che fondano le società umane: si rappresenta la comunità come una barca che sta per affondare, in cui i naviganti debbano razionalmente scegliere chi sacrificare per il bene comune. Una di quelle scelte assurde e paradossali su cui, come ben spiega l’antropologo David Graeber, si basa la moderna economia neoclassica: eppure, anche se posti in una situazione così estrema, in un contesto così alienante, siamo davvero sicuri che risponderemmo tutti, inequivocabilmente, come la teoria ci imporrebbe? Siamo tutti sicuri che selezioneremmo gli individui più deboli – pardon, meno meritevoli –, chi meno è in grado di  contribuire alla causa comune, per gettarli – o convincerli con argomenti moderati a tuffarsi giù, virtuosamente – via dalla barca?

Capite bene che, così in astratto, questa domanda sembri priva di senso.

In primo luogo, dovremmo chiarire chi sono gli altri membri dell’equipaggio. Siamo sicuri che la risposta sia infatti la stessa, se per il ruolo di vittima sacrificale assoldassimo, uno alla volta, l’amore della nostra vita, nostro nonno, una sorella piccola? Siamo sicuri che li lasceremmo in mare? O che tutti i nostri simili lo farebbero? Siamo sicuri di credere, come sintetizza un lettore di Sylos Labini, di doverci procurare da soli la bistecca di mammut?

Eppure, quella del cacciatore paleolitico è esattamente la teoria sociale che ci propone chi – con la presunzione di sancire verità incontrovertibili – pontifica illustrandoci la propria, personale interpretazione di “insostenibile”. Quella di chi continua a spiegarci come non possiamo più permetterci la spesa sanitaria (sia essa in Italia o negli Stati Uniti) senza curarsi di informarci del fatto che la sua entità sia perfettamente paragonabile, per fare un esempio a caso, alla spesa per armamenti, o ancora peggio, nettamente inferiore a quella per gli interessi sul debito (è il caso della Spagna).
Quanto a ‘essere in grado’, siamo in grado di niente; né Medicare, né Iraq. La questione è di sapere cosa ‘vogliamo’. Questo, solo questo dovremmo aspettarci di sentire da un tecnico, che insegni a Chicago come Zingales o sia chiamato ad incarichi istituzionali come Monti. L’argomentare di Steinbeck è ragionevole, moderato, concreto: il loro, semplicemente disumano.

Sempre in Furore, di fronte alla scelta risoluta del nonno di non abbandonare la propria terra natia per migrare in California, i figli e i nipoti decidono, razionalmente, di ubriacarlo e trasportarlo via con l’inganno.
In un momento di lucido isolamento, il vecchio aveva deciso di non voler sopportare l’umiliazione di separarsi dal suo terreno, dal destino dei suoi avi. Ma la sua scelta libera, ottimale rispetto al suo punto di vista di “uomo d’onore” (se si passa il termine), non tiene conto della sua funzione sociale di capofamiglia: ed è in virtù di quella sua funzione che il suo clan non può permettergli la scelta libera e razionale. Prima che un uomo dall’orgoglio ferito, il nonno è il capotribù, e come tale va forzato a seguire la famiglia nel viaggio della speranza verso la California: eppure quanto razionale sarebbe stato non dover sfamare una bocca di più!

Si badi bene: qua non si vuol fare del sentimentalismo spicciolo. Non si intende contrapporre un familismo amorale al freddo calcolo scientifico: si vuole invece, in modo forse naïf ma a nostro giudizio cruciale, costringere tutti noi, per un momento, a sostanziare le scelte economiche, ricondurle, da una pretesa astrazione e naturalità nella quale le estrania la teoria dominante, ad un contesto più reale e comprensivo, in cui la sfera economica è solo una delle tante, sovrapposte sfere di attività umana.

Dobbiamo prevenire qui due critiche prevedibili. La prima, quella del “non tecnico”, di chi si chiede cosa ci spinga a baloccarci con simili ovvietà. Critica cui è purtroppo elementare rispondere, poiché è su questo tipo di assunzioni che si fonda la moderna “tecnica”; in relazione a questo prototipo di individuo, che nessuno di voi ambirebbe frequentare (figuriamoci imitare), è modellato il vostro comportamento, la vostra risposta razionale agli stimoli di natura fiscale o altra messi in campo dal governo.

Ciò ci conduce naturalmente alla seconda obiezione, quella dell’economista: che cioè questo sia un sacrificio necessario; che come argomenta lo stesso Krugman, i modelli sono perfettibili ma rispondono ad un superiore intento scientifico, che non ammette inversioni di rotta.
L’economista, nel descrivere la realtà, non dovrebbe cedere alla tentazione della metafora, ma rimanere al dato, crudo e asciutto. Non siamo d’accordo, e ci appelliamo a un grande scienziato sociale come Marc Bloch per confutare questa obiezione:

“Non c’è minor bellezza in una equazione esatta che in una frase ben formulata. Ma ogni scienza ha un’estetica del linguaggio, che le è propria. I fatti umani sono, per essenza, fenomeni assai delicati, e molti di essi sfuggono al calcolo matematico. Per tradurli bene, e quindi per penetrarli a fondo (giacché si comprende mai perfettamente ciò che non si sa dire?), sono necessari una grande finezza di linguaggio [un giusto colore nell’espressione verbale]. Laddove è impossibile calcolare, occorre suggerire.”

Anche perché, a vedere bene, i dati con cui, nel trambusto del dibattito scientifico e poi politico, vengono messe a tacere le metafore (o presunte tali) – siano esse keynesiane o più generalmente umaniste – sono sempre più scollegati. Non solo dalla realtà, nel momento in cui, con l’astrazione del PIL, continuano a rappresentare le aspirazioni e i desideri di una società – quella della crescita esponenziale, del consumo come misura del benessere – che, se esiste ancora, va declinando, perlomeno della sua versione occidentale, assediata dagli spettri delle nuove povertà e dal bisogno di un nuovo “patto sociale” che riveda al ribasso le aspettative di felicità dei suoi giovani abitanti.

Il punto è che i loro dati sono sempre più scollegati dalla stessa realtà di carta, quella che si raccontano, tra di loro, gli addetti ai lavori, per convincersi che stanno facendo la cosa giusta. Le cifre, in primo luogo, sono sempre più spesso diverse da quelle che si prevedevano, e sulla base delle quali si erano fatte e disfatte proiezioni, costringendo ogni giorno alla patetica, sistematica revisione delle prospettive di (non) crescita (avviene in Italia come in Portogallo). Ma alla radice del problema c’è l’angoscia crescente che emerge nel rendersi conto, ogni giorno che passa, della completa assenza di un quadro concettuale in cui inserirli, quei numeri, per dargli senso. Perché nessun dato ha senso di per sé – e qui parliamo di stime, di elaborazioni: non di chili, volt o mele, ma di valore. È una teoria di riferimento a dare motivo alla misurazione; è in virtù di una teoria che si raccolgono i dati, e a quella teoria i dati danno risposta affermativa o negativa, non ad altre.

Come lo scrittore-Quinn/aspirante-ispettore-Auster, osservando gli appunti sul taccuino rosso rimaniamo profondamente delusi.

Aveva sempre immaginato che la chiave di un buon lavoro investigativo fosse l’osservazione ravvicinata dei particolari. Più accurato il rilevamento, più positivi i risultati. La premessa era che il comportamento umano si possa comprendere, che dietro l’infinita facciata di gesti, tic e silenzi ci siano una coerenza, un ordine, un movente.

La sorprendente confessione di Olivier Blanchard sembra in effetti dirci questo: non soltanto non riusciamo più a prevedere con precisione ciò che ci prefiggiamo di misurare e pilotare; non abbiamo più un’idea chiara del perché, di cosa stiamo osservando.  Dopo aver lottato per afferrare tutti questi effetti di superficie, Quinn non si sentiva più vicino a Stillman di quando gli si era messo alle calcagna.

E pensare che uno dei grandi patriarchi della tradizione neoclassica, “nonno” Lucas, aveva condotto la riscossa anti-keynesiana sulla base di una semplice, ma allora sconvolgente affermazione. La sua critica della politica economica allora mainstream, basata sulla elaborazione di complessi modelli macro-econometrici, era tutta centrata su un’idea cardine: che i parametri fondamentali dell’economia non siano immutabili. Non esistono “tassi di risparmio” fissi, immutabili nel tempo, indipendenti dallo spazio e dal tempo. Questi sono il risultato delle scelte, più o meno consapevoli, degli individui che compongono il sistema economico. Se è vero che molti dei comportamenti sono istintivi, abitudinari e regolari, almeno una parte è intrapresa consapevolmente, elaborando gli stimoli che riceviamo dall’ambiente circostante. L’intuizione di Lucas è proprio questa: leggendo il giornale, ognuno di noi adatta le proprie scelte su quelle che sono le decisioni di chi ci governa. E allora i parametri – quelli stimati dai tecnici, prima, e sulla base dei quali si decidono, poi, le politiche pubbliche – non sono indipendenti da quelle stesse scelte: e il politico (o l’economista che lo suggerisce) devono ideare politiche pubbliche che siano coerenti con la reazione che inducono nei cittadini.

I nipotini di Lucas, oggi, confessano errori estremamente più banali: hanno basato le scelte di domani sui dati di ieri, quando erano perfettamente consapevoli che, tra la notte di ieri e la mattina di oggi, il mondo era cambiato. La crisi dei mutui subprime ha mandato gambe per aria colossi della finanza mondiale; Stati ieri sovrani sono oggi costretti a genuflettersi di fronte al giudizio dei “mercati”; persino il debito pubblico statunitense, un tempo sinonimo di “investimento sicuro”, ha perso la tripla A;. Eppure, per i tecnici cresciuti all’ombra del Washington consensus, nulla sembrava essere davvero cambiato: non c’è nulla che renda necessario aggiornare i dati, i modelli sulla base dei quali si descrive l’andamento dell’economia.
Ma evidentemente non era così: i numeri su cui si basano le prescrizioni della Troika sono d’improvviso lettere bizantine; continuano a descrivere Imperi là dove esistono solo macerie; ordinano la ritirata a divisioni già spazzate via.

È qui che il tecnico si trova spiazzato, braccato, chiuso in un angolo: i dati vecchi sono inservibili, ma non può sostituirli con dati nuovi. C’è bisogno di tempo per raccoglierne, e in questo caso, probabilmente, c’è anche da sedersi a un tavolo per ripensare, decidere insieme cosa si vuole misurare, cosa merita di esser tenuto di conto nel prossimo futuro.

Eppure (s’ode da ogni parte) occorre sbrigarsi, le decisioni vanno prese: ce lo chiedono l’Europa, i Mercati – persino i cittadini, talvolta. E allora, se non è possibile calcolare, serve l’economista – non il tecnico! – a suggerire, proprio come spiegava Bloch.

“Tra l’espressione delle realtà del mondo fisico e quella delle realtà dello spirito umano, il contrasto è, insomma, lo stesso che fra l’opera del fresatore e quella del liutaio: tutti e due lavorano al millimetro; ma il fresatore usa strumenti meccanici di precisione; il liutaio si orienta, prima di tutto, con la sensibilità dell’orecchio e delle dita. Non sarebbe bene né che il fresatore si contentasse dell’empirismo del liutaio, né che il liutaio avesse la pretesa di scimmiottare il fresatore. Si negherà che vi sia un ‘tatto’ delle parole, come ve n’è uno della mano?”