Giornalismo culturale oggi e qualche decennio fa

di Bruno Pepe Russo

Mi è capitato di leggere sul Corriere della sera un pezzo di Aldo Grasso sulla miniserie Black Mirror (che la redazione consiglia a tutti, as soon as possible) e sono andato a scovare una vecchia recensione, sempre sul Corriere, ma del 1936.

Il moralismo di Tempi moderni.
Corriere della Sera, 20 dicembre 1936
Parlar male dell’industria, del potere occulto degli imprenditori e delle nuove tecnologie è un esercizio altamente consolatorio. Ce ne regala uno il regista e attore britannico Charlie Chaplin con “Tempi moderni”: la lotta contro la violenza della fabbrica è una di quelle battaglie un po’ facili, moralistiche dal consenso assicurato. Il buon straccione Charlot lavorando in azienda finisce vittima della catena di montaggio e delle nuove tecnologie di ottimizzazione della produzione. Licenziato per esaurimento nervoso prende parte a moti di piazza e finisce in galera. Fallendo in altre tre professioni non gli resta che darsi all’amore con una ragazzaccia di strada.
La struttura è quella classica del racconto morale, dell’allegoria. Si calcano i toni su un aspetto parossistico e grottesco da cui trarre una morale. Che è questa (un po’ abbellita da noi): il capitalismo industriale produce una violenza continua sul corpo degli individui, costringendoli alla subalternità e al ricorso alla delinquenza come unica alternativa all’alienazione della catena di montaggio. Fabbrica, ospedale psichiatrico e galera sembrano formare un tuttuno inscindibile. La debolezza del racconto di Chaplin si annida nel confine tra morale e moralismo: i suoi personaggi sono caricaturali, le sue esternazioni assomigliano molto ai luoghi comuni. L’idea che la modernità «faccia male» ha una storia lunga alle spalle, e periodicamente riguadagna consistenza. Del resto, l’atteggiamento di «panico morale», di paura e sospetto, ha accompagnato la nascita di tutti gli elementi fondamentali della modernità: dallo stato coloniale alle banche d’affari e, più recentemente, al nazionalismo.
Non chiedetemi se i due giornalisti, Grasso e questo qui del ’36, abbiano alcuna idea di cosa voglia dire morale (che confondono con etica) o allegoria (che confondono con simbolo o più semplicemente con rappresentazione). Non saprei cosa rispondere.

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