Navegación. Una lettura de “I detective selvaggi” – parte seconda

di Francesco Ditaranto

Alberto Burri – Grande cretto nero

Dispersioni

“Tu appartieni a me, anche se non dovessi vederti mai più.”

Franz Kafka, Lettere a Milena

Il mondo de I detective selvaggi prolifera. Nonostante molti elementi sembrino convergere, orientando una lettura globale del testo, le parti si mostrano in fondo sconnesse, slegate, prive di un telos verso cui procedere; gli sviluppi narrativi sono di tipo casuale più che causale, e di una casualità immotivata, divergente.

In questo senso la struttura del romanzo incorpora, raffigurandola, la logica dispersiva della realtà: incrociamo le nostre vite per caso, stabiliamo delle relazioni, ci definiamo attraverso queste relazioni; per un tempo limitato condividiamo dei percorsi fino a quando questa condivisione non è più data: per motivi diversi, spesso indipendenti dalle nostre scelte, le nostre traiettorie divergono, ridefinendosi all’interno di nuovi contesti, nuove configurazioni, nuove possibilità: se molto sarà mantenuto, tanto sarà inevitabilmente dimenticato.

Gli spiegai tutto, come mi sentivo, cosa aveva detto il medico, che adesso portavo gli occhiali, che appena avessi avuto dei soldi pensavo di andare a Barcellona per vederlo, che lo amavo. Dovetti mandargli sei o sette lettere in un lasso di tempo relativamente breve. Non ricevetti risposta. Poi cominciarono le lezioni, conobbi un’altra persona e smisi di pensare a lui[1].

Abbi cura di te, mi disse quando vennero a prenderlo, tieniti in forma, Heimito. A presto, dissi io, e poi non lo rividi più[2].

E poi Cesárea si fermò come se all’improvviso si fosse ricordata di qualcosa di molto importante che aveva dimenticato, rimase zitta, guardò per terra o forse guardò i passanti di quell’ora, ma senza vederli, aggrottando la fronte, ragazzi, dissi, e poi guardò me, prima senza vedermi, poi vedendomi, e sorrise e mi disse addio, Amedeo. E quella fu l’ultima volta che la vidi viva. Serenissima. E tutto finì lì[3].

Mi regalò quattro libri che non ho ancora letto. Una settimana dopo ci salutammo, io lo accompagnai alla stazione di Malgrat[4].

I frammenti citati sono significativi in quanto rimarcano, in maniera sintetica, l’immagine di realtà sedimentata nel romanzo: si tratta di scene d’addio, momenti a partire dai quali le esistenze si riformano, abbandonando definitivamente delle possibilità – ciò che sarebbe potuto essere -, partecipando di altre, esposte al flusso inarrestabile del tempo.

I detective selvaggi è pieno di scene di questo tipo: una ‹‹prospettiva di fuga››[5] allontana continuamente i personaggi, ne interrompe le relazioni, ne separa le traiettorie. Muovendosi in uno spazio ormai esploso – lo spazio-mondo – i personaggi costruiscono relazioni fragili, limitate a un tempo, a dei luoghi, a delle circostanze; esperienze contingenti, incapaci di strutturare in modo coerente dei percorsi. In questo senso non ci sono sequenze ordinate, nessi forti a garantire una coesione tra i diversi momenti; guardate in retrospettiva le storie risultano aggregati sconnessi di esperienze più o meno rilevanti tenute insieme da un solo elemento: il tempo.

Nello specifico le vite di Belano e Lima restituiscono nel modo più chiaro il senso di questa frammentazione: traiettorie irregolari, fatte di persone, esperienze, situazioni tra loro slegate, che negano l’intero. Ne consegue che qualsiasi tentativo di ordinamento non può che rivelarsi fallimentare: “l’inchiesta”, per esempio, non porta da nessuna parte in quanto non ci sono fili da ricomporre, ma solo frammenti giustapposti. Il senso della totalità sembra essere venuto meno, svuotato appunto da una logica irregolare, casuale, dispersiva.

I detective selvaggi problematizza la nozione di linearità: nel farlo, però, evita di leggere le storie come mere degenerazioni di un modello preesistente – efficace, stabile, logico -, evita cioè una posizione valutativa. Il romanzo cerca invece di restituire un’immagine di realtà viva, “iperconcreta” (‹‹senza idee, senza affermazioni o negazioni, senza dubbi, senza la pretesa di orientare, né a sostegno né contro, soltanto un occhio che cerca gli elementi tangibili››[6]) interessandosi appunto alle riconfigurazioni, al ridefinirsi continuo delle possibilità: ‹‹Il mondo è vivo e tutto ciò che è vivo è irrecuperabile e questa è la nostra fortuna››[7].

Non sono più sicuro di quale sia il modo giusto [..]. Ho l’impressione che sia in atto proprio un cambiamento di parametri, c’è l’idea che si può prendere un pezzo qui e un pezzo là e formarsi un’individualità prêt à porter, mentre il sentimento come lo immaginavamo noi presupponeva un’identità ben salda: un individuo prova sentimenti. Non siamo più così sicuri che l’individuo abbia delle radici e che non sia invece una ‘cosa’ creata prendendo un pezzo di verità da una parte, un pezzo di immagine dall’altra. Bisogna chiedersi se quel coacervo può provare sentimenti o si tratta di altro – di soluzioni per star bene comunque, per essere felice comunque, per avere compagnia, per non essere solo; magari non sono più i sentimenti nella integrità in cui li intendevamo ma possono essere dei ‘pezzi’ di emozione. Si prende il desiderio di protezione da una parte, la complicità dall’altra, l’attrazione fisica dall’altra, magari con persone diverse e questo però riempie come se si avesse un amore […].
Persino nel campo dell’erotismo vedo che – anche nell’omosessualità – succede sempre più spesso che ci sono uomini che condividono con un uomo un certo tipo di emozione, e poi magari hanno una donna con cui ne condividono altri, quindi poi chiamare entrambi “sentimento d’amore”. Forse sono due cose diverse, forse bisognerebbe dare loro due nomi diversi, forse si sta di nuovo tutto confondendo e le cose dovrebbero essere rinominate[8].

Questa riflessione di Walter Siti, se da un lato espone in maniera acuta dei contenuti, esibisce innanzitutto un atteggiamento: leggere alcuni aspetti del proprio tempo significa innanzitutto contestualizzarli rispetto al proprio tempo, individuandone limiti e possibilità. Le nozioni di sentimento, individuo, relazione richiedono probabilmente di essere ridefinite: in questo senso la riflessione di Siti esibisce un’immagine di realtà analoga a quella sedimentata ne I detective selvaggi. Entrambe individuano nella dispersione – delle storie, degli individui, dell’interiorità – il termine di riferimento per una riformulazione generale, per un cambio di paradigma necessario a costruire un discorso sul reale attuale, efficace, concreto. Ridurre i confronti, evitando – nei limiti – posizioni valutative, significa innanzitutto rimarcare la necessità di momenti costruttivi.

Pensare le proprie vite come aggregati disorganici, instabili, frammentari si fa quindi ipotesi plausibile: non necessariamente una degenerazione, probabilmente un modo nuovo, diverso di rapportarsi alla realtà.

Se i destini dei personaggi del romanzo sono l’emblema di tutto questo, le loro narrazioni ne sono la sintesi più concreta: storie dispersive, frammenti di vissuto che restituiscono, nelle forme del ricordo, un’immagine viva delle singole esistenze. In questo senso l’essenzialità dei momenti non è data come parte di un tutto: l’incidenza prescinde dall’intero, dagli effetti pratici, dalla capacità di cambiare l’oggettività di un destino.

Insomma, io non lo conosco bene, non ero sua amica, ma un giorno venne nella nostra soffitta di Passy e non c’era nessuno, solo io, e stavo malissimo, ero depressa, avevo litigato col io compagno, le cose non mi andavano bene, quando arrivò stavo piangendo chiusa nella mia chambre, gli altri erano andati al cineclub o a una delle tante riunioni politiche, erano tutti militanti rivoluzionari, e Ulises Lima percorse il corridoio e non busso nessuna porta, come se sapesse già che non avrebbe trovato nessuno, e venne diritto alla mia chambre, dove io me ne stavo da sola, seduta sul letto, a guardare il muro, e lui entrò (era pulito, aveva un buon odore) e rimase vicino a me, senza dir niente, disse solo ciao, Sofía, e rimase lì in piedi finché io non smisi di piangere. E per questo ho un bel ricordo di lui[9].

Esperienze di questo tipo esibiscono in maniera chiara la natura dispersiva dei percorsi: incrociarsi, per un tempo minimo, e poi ignorarsi per sempre. Si tratta di un’esperienza “inessenziale”, incapace di orientare, direzionare, mutare delle traiettorie; tuttavia è un’esperienza che non può essere trascurata.

Navegación. Una forma di unità

Adesso sarebbe opportuno raccontare due o tre barzellette, ma me ne viene in mente soltanto una, così, su due piedi, solo una, e per colmo d’ironia è una barzelletta sui galleghi. Nono so se la sapete già. C’è uno che si mette a camminare in un bosco. Io, per esempio, sto camminando in un bosco, come il Parco di Traiano o come le Terme di Traiano, ma selvaggio e senza tanta deforestazione. E questa persona, che sarei io, cammina per il bosco e incontra cinquecentomila galleghi che camminano piangendo. E allora io mi fermo (gigante gentile, gigante curioso per un’ultima volta) e domando loro perché piangano. E uno dei galleghi si ferma e mi dice: perché siamo soli e ci siamo perduti[10].

È forse il passo più bello de I detective selvaggi: una barzelletta e tuttavia un’immagine profondamente seria.

Guardati a distanza i personaggi del romanzo appaiono analoghi al gruppo dei cinquecentomila galleghi perduti: esistenze equivalenti, disgregate, situate in uno spazio – lo spazio-mondo – ed esposte al flusso inarrestabile del tempo.

Se a un primo livello di referenza le storie di quei personaggi raccontano la dispersione di una generazione – quella dei latinoamericani nati negli anni Cinquanta -, sedimentata in quei destini c’è l’immagine di un’intera epoca, un’epoca che ci appartiene.

I detective selvaggi rispecchia, con un’acutezza straordinaria, la nostra condizione nella realtà globale e lo fa incorporando, nella propria forma, la logica dispersiva di questa realtà: lo spazio esploso, la fragilità dei legami, l’irregolarità delle traiettorie significano innanzitutto questo. Incrociamo le nostre vite per caso, stabiliamo delle relazioni, ci definiamo attraverso queste relazioni; per un tempo limitato condividiamo dei percorsi fino a quando questa condivisione non è più data: per motivi diversi, spesso indipendenti dalle nostre scelte, le nostre traiettorie divergono, ridefinendosi all’interno di nuovi contesti, nuove configurazioni, nuove possibilità: il susseguirsi delle storie viene a coincidere, inevitabilmente, con le continue rotture.

Nell’estrema eterogeneità delle nostre vite ciò che ci unisce è appunto la condivisione di una forma che, se da un lato non prescinde da fenomeni di lunga durata, dall’altro è la conseguenza necessaria di una trasformazione: i luoghi non circoscrivono più, lo spazio-mondo si mostra come una superficie percorribile in tutti i suoi punti e muoversi tra questi punti significa partecipare di possibilità ogni volta diverse – eventi, circostanze, configurazioni – che ridefiniscono le nostre traiettorie, mostrandone l’instabilità. In questo senso la spazialità del romanzo è una spazialità concreta, individuata, reale: allo stesso modo dei personaggi siamo gettati in un mondo che ci trascende; un mondo esteso, orizzontale, che favorisce e allo stesso tempo ci nega la possibilità di instaurare legami.

In che modo leggere quest’immagine? È necessario probabilmente uno sguardo altro, una ridefinizione di criteri, di postura, di atteggiamento; si tratta cioè di pensare questa condizione come un modo nuovo, diverso, di relazionarsi alla realtà. Le storie di quei giovani latinoamericani perduti, le loro esperienze dimenticate, rimosse, ignorate significano probabilmente questo.


[1] Mary Watson, Sutherland Place, Londra, maggio 1978. R. Bolaño, I detective selvaggi, cit., p. 342

[2] Heimito Künst, sdraiato nella sua soffitta della Stuckgasse, Vienna, maggio 1980. Ivi, p. 420.

[3] Amadeo Salvatierra, calle República de Venezuela, nei pressi del Palacio de la Inquisición, Città del Messico DF, gennaio 1976. Ivi, pp. 615-616.

[4] María Teresa Solsona Ribot, palestra Jordi’s Gym, calle Josep Terradellas, Malgrat, Catalogna, dicembre 1995. Ivi, p. 700.

[5] R. Bolaño, Io non ho mai avuto paura della morte, (Intervista di R. Schenardi, 2003), cit., p. 104.

[6] R. Bolaño, 2666, Milano, Adelphi, 2009, p. 70.

[7] R. Bolaño, L’ultima conversazione, (Intervista di Mónica Maristain, 2003), in L’ultima conversazione, cit., p. 88.

[8] W. Siti, Voglio raschiare sotto, (Intervista di S. Costantino, 2011), in 404: file non found: ‹http://quattrocentoquattro.com/2011/11/28/voglio-raschiare-sotto-intervista-a-walter-siti/›.

[9] Sofía Pellegrini, seduta nei Jardins du Trocadéro, Parigi, settembre 1977. R. Bolaño, I detective selvaggi, cit., p. 311.

[10] Xosé Lendoiro, Terme di Traiano, Roma, Ottobre 1992. R. Bolaño, I detective selvaggi, cit., pp. 596-597.

1 commento

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Una risposta a “Navegación. Una lettura de “I detective selvaggi” – parte seconda

  1. Peppe

    Devo dire che la scorsa primavera lessi i Detective Selvaggi e lo trattai come si trattano i libri che non si vogliono finire. Forse perché era un libro che non finiva mai. Mi piaceva troppo perdermi tra le mille storie del mondo di Bolano, sempre nuovo e lì ad aspettarmi sul mio tavolo. Ritrovo qui – espressi meglio – tanti pensieri e delle paure che ho avuto sia durante che dopo la lettura, quando il libro mi ronzava in testa. Per lungo tempo ho ripassato nella mia mente nomi e storie cercando di non perderne neanche un po’. Alla fine mi sono arreso pensando che come ho dimenticato alcune persone che hanno fatto parte della mia vita, avrei dimenticato loro i personaggi. Nella prima parte del post c’è la citazione di Michel Bulteau, che rileggendola ora, mi da effettivamente il polso del libro, come noi anche i personaggi dei romanzi sono solo storie senza importanza per chi non le vive.

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