Navegación. Una lettura de “I detective selvaggi” – parte prima

di Francesco Ditaranto

Alberto Burri – Grande cretto nero

Oggetti e configurazioni

2.0272  La configurazione degli oggetti
forma lo stato di cose.”
Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus

Quella notte dormii molto male. Infilai un incubo dietro l’altro e all’improvviso mi svegliai gridando e con la certezza che Clara mi aveva mentito, che non aveva un cancro, che le stava succedendo qualcosa, questo era indubbio, da vent’anni le stavano succedendo delle cose, tutte piccole e bastarde, tutte piene di merda e sorridenti, ma che non aveva il cancro[1].

È un passo tratto da Clara, un racconto di Chiamate telefoniche. Si tratta della storia di una relazione, o, il che è lo stesso, quel che resta di quella storia: i momenti condivisi, le incomprensioni, la rottura; le esperienze vissute e raccontate per telefono, i vuoti, le ansie, la fine. ‹‹Di colpo mi crollarono addosso tutti gli anni da quando avevo conosciuto Clara, tutto quel che era stata la mia vita e con cui Clara non aveva avuto niente a che spartire››[2]: percorsi che si incrociano per poi divergere, ignorandosi; le convivenze limitate ai tempi, agli spazi, alle scelte.
I detective selvaggi, e per estensione l’intera opera di Bolaño, non è altro che un susseguirsi di storie: storie di persone cui stanno succedendo delle cose, ‹‹nomi propri gettati in un qui-e-ora, disposti in mezzo agli altri, attraversati da influssi, esposti alle circostanze, percorsi e attorniati da una rete di azioni, parole, significati che decidono il senso o l’insensatezza, la felicità o l’infelicità, la quiete o l’inquietudine di ognuno››[3].
In questo senso seguire le storie significa seguire le rotture, il ridefinirsi continuo dei contesti, delle circostanze, delle possibilità:

Conobbi un milionario che comprava i miei quadri, la mia rivista morì d’inanizione e mancanza di voglia, avviai altre riviste, feci delle mostre. Ma tutto questo ora non esiste più: è più una certezza verbale che vitale. L’unica cosa certa è che un giorno tutto finì e me ne rimasi solo col mio Picabia falso come unica mappa, come unico appiglio legittimo […]. L’unica cosa certa è che un giorno tutto finì e cominciai a guardarmi attorno. Smisi di comprare tante riviste e giornali. Smisi di esporre. Cominciai a dar lezioni di disegno al liceo con umiltà e serietà e perfino (anche se non me ne vanto) con un certo senso dell’umorismo. Arturo da molte tempo era sparito dalle nostre vite[4].

Esistere in mezzo agli altri, incrociare le proprie vite, ignorarsi, muovendosi in campi di possibilità, configurazioni casuali che decidono cosa ne sarà dei singoli destini:la struttura narrativa ci consente di seguire le vite di molti dei personaggi nel loro compiersi. Le attese, le speranze, le perdite, i fallimenti acquisiscono consistenza, si concretizzano nelle forme del ricordo, della testimonianza, della dichiarazione. Attraverso l’organizzazione del tempo il romanzo esibisce la non linearità delle storie, il fatto cioè di configurarsi come percorsi articolati, spesso sconnessi, e proliferanti di momenti “inessenziali”: esperienze che “non concludono”, restando in sospeso, o che terminano senza lasciare traccia (‹‹per esempio, María Font nel diario di Madero è una donna piena di vita e vogliosa di fare tante cose, ma nella seconda parte via via che passa il tempo si va richiudendo sempre più su se stessa, fino all’isolamento totale››[5]).
In questo senso il personaggio interessa come essere nel tempo, e, nello specifico, come particolare punto di vista nel tempo, soggetto cioè alle ridefinizioni che ogni divenire comporta: la narrazione in prima persona rimarca appunto quest’aspetto.
I personaggi, in Bolaño, non sono mai riportati alla coscienza autoriale: sono sempre altro, esseri eterogenei, estroflessi, egocentrici; esseri unici che agiscono, si trasformano, si ridefiniscono. Sono ‹‹personaggi relativi››[6]: gettati in un mondo, sottoposti al dominio del caso, non rinunciano alla costruzione di un’identità; tuttavia tale costruzione è inevitabilmente dialogica, esposta al tempo, ai legami, alle riconfigurazioni.
Poeti, poetesse, aspiranti poeti, scrittori, editori, professori, critici, artisti, delinquenti, protettori, poliziotti, architetti, cameriere, toreri, puttane, pescatori, spacciatori, avvocati, ex scrittori d’avanguardia, segretarie, omosessuali, amanti ecc. popolano l’universo de I detective selvaggi, mostrando, con un’acutezza straordinaria, quella logica individualistica, prospettivistica e relativistica implicita nel romanzo come genere:
‹‹La fortuna moderna del nostro genere è legata soprattutto alla sua capacità di farci vedere il mondo secondo la coscienza di un altro, di entrare in una vita possibile che non è la nostra e magari di lasciar esistere, nello stesso testo e sulla stessa pagina, ottiche differenti e inconciliabili, ma dotate tutte di una loro legittimità e di una loro parte di ragione››[7].
Ne I dispiaceri del vero poliziotto, un personaggio, Amalfitano, riflette appunto sulla capacità dei romanzi di consentire al lettore di entrare in esistenze che non gli appartengono, di osservare il mondo secondo gli sguardi altrui, di vivere, in qualche modo, le vite degli altri. Interessarsi ai personaggi significa quindi seguirne le traiettorie, i movimenti, le scelte, comprenderne le forme di vita nonostante contenuti altri, che non ci appartengono; significa immaginare gli individui senza il filtro delle gerarchie, come collocati su uno stesso piano, legittimati a compensare squilibri, mancanze, desideri, a perseguire scopi limitati, irrilevanti per la sorte di tutti, e tuttavia di un’importanza sostanziale.
In questo senso la cifra significativa de I detective selvaggi è appunto la sua capacità di restituire la pluralità del reale, la molteplicità della vita e delle forme di vita, mostrandoci la realtà dal punto di vista dei singoli individui; allo stesso tempo il loro essere esposti ai desideri, alle circostanze, alle ridefinizioni che ogni divenire inevitabilmente comporta, restituisce il senso di un flusso cui è impossibile sottrarsi. Dire che il romanzo non è altro che un susseguirsi di storie significa innanzitutto questo.

Superficie

“Di tutti quei volti ne conservo ben pochi nella mia memoria.”

Roberto Bolaño, Il Terzo Reich

Se le narrazioni rimarcano l’elemento individualistico, prospettivistico e relativistico del testo, mostrandoci la realtà dal punto di vista dei singoli personaggi, le strutture spazio-temporali – lo spazio-mondo e il tempo storico - superano la miopia di questo sguardo, allargando il campo. In questo senso la realtà si mostra nel suo insieme, come totalità.
Il tempo storico può essere immaginato come una superficie in espansione che trascende i tempi individuali nonostante sia in fondo la risultante di quei tempi; lo spazio-mondo come un piano esteso fatto di luoghi eterogenei e in qualche modo equivalenti. Si tratta di immagini, forse deboli ed eccessivamente semplificatorie; tuttavia l’intenzione è quella di dare consistenza concreta a un’impressione: guardata a distanza la realtà è pura superficie; proliferazione circoscritta in uno spazio e soggetta al tempo.
Se uno sguardo interno consente di sondare in profondità gli individui, gli eventi, le storie, un punto di vista esterno sposta l’attenzione sugli elementi che trascendono le singole esistenze, mostrandoci che ‹‹intorno alle vite individuali di cui seguiamo la storia in un momento decisivo, esiste un mondo vasto e indifferente che prosegue il proprio corso››[8]. Spogliata delle particolarità, delle caratterizzazioni, dei contenuti con cui gli uomini riempiono le loro vite, la realtà esibisce la sua logica di fondo: una molteplicità di esseri equivalenti, esposti al divenire e al desiderio, che agiscono per compensare degli squilibri.
In questo senso Bolaño ha una capacità straordinaria di relativizzare le singolarità: le estensioni di tempo e spazio ridefiniscono il sistema di riferimento, annullano le gerarchie, mostrando la natura orizzontale delle esistenze. A distanza le storie risultano irrilevanti, nient’altro che una pluralità di movimenti autotelici, limitati, inessenziali: il fatto che molto venga dimenticato – ogni lettore de I detective selvaggi potrebbe confermarlo – non prescinde da questa duplicità di sguardo.

[…] mentre il messicano andava snocciolando in un inglese a tratti incomprensibile una storia che non mi riusciva di capire, una storia di poeti perduti e di riviste perdute e di opere sulla cui esistenza nessuno sapeva una parola, in mezzo a un paesaggio che forse era quello della California o dell’Arizona o quello di una qualche regione messicana limitrofa a quegli stati, una regione immaginaria o reale, ma sbiadita dal sole e in un tempo passato, dimenticato, o che almeno qui, a Parigi, negli anni settanta, non aveva più la minima importanza. Una storia alla periferia della civiltà, gli dissi. E lui disse sì, sì, probabilmente sì, sì, sì. E io gli dissi allora: e così non hai mai sentito parlare dei Question Mark? E lui disse no, non li ho mai sentiti. E allora io gli dissi che doveva ascoltarli un giorno, che erano fantastici, ma in realtà lo dissi solo perché non sapevo più cosa dire[9].

È un passo tratto dalla narrazione di un personaggio, Michel Bulteau, datata gennaio 1978. La storia cui Michel fa riferimento, ricordando un suo incontro con Ulises Lima, è appunto la storia della ricerca di Cesárea Tinajero e, per estensione, del realismo viscerale. Sono passati appena due anni, il racconto riferisce di un tempo addirittura precedente, e quell’esperienza, da noi seguita con attenzione, letta come episodio principale del romanzo, appare irrilevante, priva di un’importanza sostanziale, nient’altro che ‹‹una storia alla periferia della civiltà››. Nonostante il peso nell’economia complessiva del testo, quella storia, in fondo, è una storia tra le altre, limitata a un tempo, a dei luoghi, a delle circostanze.
‹‹La vita e il mondo sono ampi, sfrangiati, complessi e trascendono i singoli individui e la loro illusione di essere in primo piano››[10]: collocati in un realtà più grande di loro, sulle “superfici” del tempo e dello spazio, gli individui si equivalgono. In questo senso se ogni racconto crea inevitabilmente una discontinuità, isola dal flusso dell’accadere dei frammenti di vissuto, individua delle esistenze altrimenti destinate al nulla, una proliferazione di racconti, sparsi nel tempo e nello spazio, annulla quella discontinuità. Guardate a distanza le vite si svuotano: l’enigma con cui si chiude il romanzo, una sorta di finestra dai bordi tratteggiati che dà sul nulla, significa probabilmente questo.


[1] R. Bolaño, Clara, in Chiamate telefoniche, Palermo, Sellerio, 2000, pp. 198-199; ed. or. Llamadas telefónicas, Barcelona, Anagrama, 1997.

[2] Ivi, p. 199.

[3] G. Mazzoni, Teoria del romanzo, Bologna, Il Mulino, 2011, pp. 372-373.

[4] Guillem Piña, calle Gaspar Pujol, Andratx, Maiorca, giugno 1994. R. Bolaño, I detective selvaggi, Palermo, Sellerio, 2009, 2° ed., 20031, p. 628.

[5] R. Bolaño, Io non ho mai avuto paura della morte, (Intervista di R. Schenardi, 2003), in L’ultima conversazione, Roma, SUR, 2012, p. 104.

[6] Sul concetto di ‹‹personaggio assoluto›› e ‹‹personaggio relativo›› cfr. E. Testa, Eroi e figuranti. Il personaggio nel romanzo, Torino, Einaudi, 2009.

[7] G. Mazzoni, Teoria del romanzo, cit., p. 368.

[8] G. Mazzoni, Guerra e pace nel centenario della morte di Tolstoj, in C. Graziadei, D. Colombo, a cura, Conversazioni su Tolstoj, Roma, Artemide, 2011, p. 35.

[9] Michel Bulteau, rue de Téhéran, Parigi, gennaio 1978. R. Bolaño, I detective selvaggi, cit., p. 317.

[10] G. Mazzoni, Guerra e pace nel centenario della morte di Tolstoj,cit., p. 36.

1 commento

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Una risposta a “Navegación. Una lettura de “I detective selvaggi” – parte prima

  1. Vincenzo

    …to witness the passing of these years

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