A testa in su. Su “Reality” di Matteo Garrone

di Marco Mongelli

Quando in apertura di film la camera scorre su Napoli tenendo il Vesuvio come sfondo, e poi piano si abbassa verso la carrozza borbonica trainata da due cavalli al trotto, la musica in sottofondo restituisce un’atmosfera tipicamente “garroniana”, di sospensione e indecidibilità, bizzarria e inquietudine. Quando poi la suddetta carrozza entra in una sala ricevimenti – ipogeo infernale al pari del villaggio vacanze – e le note della marcia nuziale prendono corpo, scatta finalmente il clic della comprensione. Eccola quindi la “tamarrata” in pieno stile meridionale, il matrimonio kitsch di chi rincorre forme veicolate di divertimento alla grossa, la posticcia costruzione di uno sfarzo che non potendosi permettere diventa cattivo gusto. Ma la narrazione riesce da subito a spiazzare lo spettatore, non permettendogli mai di comprendere lo schema logico degli eventi, procedendo in avanti e in basso, per salti e scavi.

La storia è tanto più dolorosa perché semplicissima: da Napoli passa il carrozzone dei provini del Grande Fratello e Luciano, giovane pescivendolo, anzi direttore di una pescheria, e padre di famiglia, fa il provino. Così, perché i figli lo spingono e poi non si sa mai. Già, non si sa mai.

Da qui il film racconta, e scusate la brutalità, la trasformazione dei desideri collettivi e individuali, o meglio della loro canalizzazione dentro la più che nota retorica del “never give up”, che al volontarismo yuppie anni ’80 aggiunge il successivo delirio da celebrità con la sua declinazione voyeuristica. Perché entrare nella casa del Grande Fratello non è solo il sogno di ragazzi sfaccendati e freaks di ogni sorta, ma anche quella di un “personaggio” come Luciano, lavoratore inserito in un contesto famigliare ultra tradizionale, che lungi dal “volersi arrangiare” vuole avere il problema di non saper come spendere i soldi. E Reality, complesso e stratificato per quanto inesorabile, racconta di come l’evoluzione delle condizioni sociali e l’ipermediatizzazione della vita coesistano e si intreccino a un tessuto tradizionale per così dire proto-televisivo. Ogni figura della famiglia di Luciano evita la macchietta e mantiene la propria specificità proprio in relazione alle altre fino a costruire un mosaico (o forse un presepe?) perfetto. Non si sa che lavoro facciano o che vita conducano i vari zii e nipoti che ruotano attorno a Luciano e alla moglie Maria-Mary, ma ognuno di loro è reso con impressionante vividezza attraverso il proprio “colore locale”.

Ma a far tutto è la camera a mano, che mimando il reportage lo nega continuamente. L’audacia della fotografia e delle riprese fa avanzare il racconto mescolando continuamente il grottesco alla commedia e costruendo l’agghiacciante scenario da reality nella realtà fotogramma dopo fotogramma. La raffinatezza del lavoro registico di Garrone è pari dunque alla sua pervasività. Se lo sguardo all’insù sta per l’aspettativa che si fa invidia e ambizione (al matrimonio, in discoteca, davanti alla tv) è verso il basso che Luciano guarda nella “vera” realtà, cioè nel suo lavoro.

E’ quindi ancora una volta la peculiare forma delle immagini a plasmare il film, a costruirlo sapientemente attraverso rimandi interni e scene “teatrali”, con la camera che si ferma ad osservare questi dialoghi a più voci fintamente iperrealistici.

La direzione complessiva dell’operazione artistica di Garrone è dunque quella di mostrare come i grandi fenomeni mediatici ridefiniscano il soggetto individuale e la sua psiche, modificandone la sua traiettoria nel mondo.

Questo è un film definitivo perché, al pari di Troppi paradisi, dice l’ultima parola sul berlusconismo e nello stesso tempo sconfessa la sempre insinuante illusione della neutralità della descrizione socio-culturale. Dieci Videocracy non fanno questo Reality, perché la potenza di un film, ovvero della fiction, è inventare e rappresentare una storia selezionando e costruendo. Di niente se non di realtà si nutrono le immagini ed è fuorviante cercare ossessivamente la spiegazione eziologica o una posizione morale. Qui il narratore è muto eppure onnipresente, ed è la perentorietà dello stile, la sua nettezza, la sfida coraggiosa che, senza dover per forza stilare bilanci, vale per il tema che mette in scena. Perché se l’ossessione commentatoria e “sociologica” verso i reality si trasforma sovente nel j’accuse ipocrita, non è un caso che sia un’opera d’arte a farci empatizzare con persone mediocri e imbrigliate nelle microfisiche del potere, come tutti noi. Nessun documentario, nessun editoriale, nessuna inchiesta avrebbero mai potuto dare ragione del folle sogno di Luciano e della sua testa all’insù.

13 commenti

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13 risposte a “A testa in su. Su “Reality” di Matteo Garrone

  1. E’ una bella rencesione e su molte cose sono d’accordo. Mi permetto, pero’, di aggiungere qualche riflessione personale. Ho trovato interessante la narrazione spesso in stile reportage ma proprio questa narrazione rischia di causare degli equivoci. Per esempio tra cosa è realtà e cosa è immaginazione. Mi spiego meglio. Ho visto il film all’estero continuando a chiedermi per tutto il tempo, io che sono di Napoli, “come percepiranno queste persone la città di Napoli?”. E in definitiva la domanda diventava: “come percepisco io la città di Napoli?” e poi ancora “cos’è la città di Napoli?”. Perché è vero che il film racconta una storia, ma racconta anche un ambiente, un mondo che vive in quell’ambiente che, lungi dall’essere neutrale, è fortemente collocato geograficamente e connotato socialmente. In alcuni casi trovo che Garrone abbia calcato un po’ troppo la mano, insistendo su alcuni aspetti del grottesco e restituendo una rappresentazione molto parziale appunto di quell’ambiente. Penso a dei dettagli:
    1) Quella sorta di piano sequenza in cui tutti nella casa di Luciano si preparano ad andare a dormire. Qui la ricerca del pathos a mio avviso sfocia nel patetico: corpi decadenti in una vita di provincia, mura sgarrupate e paillettes, succo d’anguria sulla canottiera bianca. Insomma, immagini che potrebbero essere vere e magari esistono (la scena è verosimile) ma che troppo esaltano il grottesco.
    2) Non credo che il film sia girato proprio a Napoli. Non che questo sia fondamentale, pero’ la location scelta secondo me è troppo “presepiale”: la pescheria con a fianco la bancarella, il bar di paese, la piazzetta pulita e poco affollata. E’ un po’ un cliché che definirei, sulla scorta dell’orientalismo di Said, “meridionalista” (cioè che restituisce un’immagine di Napoli -o del meridione- spacciandola per reale quando invece è una rappresentazione, e fantastica).
    SPOILER (attenzione, di seguito c’è qualche anticipazione sulla fine del film, quindi se non l’avete visto…)
    3) Il personaggio di Luciano è interessante, ma molto più all’inizio che non alla fine: più il film va avanti più sembra di trovarsi di fronte a una favola e le favole come forma narrativa rischiano di essere poco aderenti alla realtà. Man mano che si procede nella storia, Luciano da grottesco diventa squilibrato. Ecco io trovo che la soluzione dello squilibrio mentale sia sempre una soluzione un po’ scontata, una sorta di deus ex machina troppo facile da invocare. Un po’ come quando in un film succedono delle cose assurde, poi il personaggio si sveglia ed era tutto un sogno: troppo facile! Cosi’ lo squilibrio mentale, perché rappresenta solo UN caso e non la generalità e dall’analisi della società (compito ingrato ma cui, pure, Garrone sembra dedicarsi con compiaciuta solerzia nella prima ora di film) si passa al livello più superficiale della suggestione.

    Ecco, questi sono solo piccoli commenti, anzi, mi scuso perché mi sono davvero dilungato (e perché non posso mettere l’accento su alcune lettere. ma è colpa della tastiera, giuro!). E’ che sul tema si potrebbe parlare per ore!

  2. Grazie del commento Riccardo.
    Sono d’accordo che la questione della rappresentazione di Napoli (e del sud in generale) sia delicata e spinosa e che io, da non napoletano, mi pongo domande diverse da un napoletano, quando leggo libri come Gomorra o guardo film come questo. In ogni caso per restare al film, provo a risponderti.
    1) secondo me in quella scena non c’è una ricerca di pathos e non c’è patetismo. La scena è sì verosimile secondo me ma non è quello il punto. Un’opera d’arte deve trasfigurare il reale, e lo può fare anche verso il grottesco. Può riuscire e non riuscire, piacere e non piacere, ma non vanno confuse le intenzioni di un’opera, il quadro entro cui si vuole inserire.
    2) Perché dici che quella rappresentazione di Napoli è spacciata per vera? Cosa ti fa pensare che non sia, come tu rilevi giustamente, solo una sua rappresentazione e peraltro fantastica?
    3) Secondo me la direzione in cui muove il film, l’evoluzione di Luciano soprattutto, è felice e riuscita. Se è vero che l’analisi della società è qualcosa di presente e significativo, essa non è mai disgiunta dal carattere finzionale, inventivo, della narrazione. Anche qui, la si può considerare riuscita o troppo facile, ma non va secondo me giudicata in base al principio della “verosimiglianza” alla realtà né a quello della “generalità”. Una storia può tranquillamente valere per se stessa e basta, senza avere l’ambizione di essere allegoria o antonomasia.
    Sono molto contento delle tue obiezioni perché mi hanno dato la possibilità di chiarire meglio quello che intendevo.

    Marco

  3. Vincenzo

    “Ecco io trovo che la soluzione dello squilibrio mentale sia sempre una soluzione un po’ scontata, una sorta di deus ex machina troppo facile da invocare. Un po’ come quando in un film succedono delle cose assurde, poi il personaggio si sveglia ed era tutto un sogno: troppo facile! Cosi’ lo squilibrio mentale, perché rappresenta solo UN caso e non la generalità e dall’analisi della società (compito ingrato ma cui, pure, Garrone sembra dedicarsi con compiaciuta solerzia nella prima ora di film) si passa al livello più superficiale della suggestione”.

    Riccardo, mi pare che qui ti stia sfuggendo qualcosa di fondamentale. Lo squilibrio mentale E’ il cardine di tutto il film. Lo squilibrio mentale — ma diciamo pure: la MALATTIA MENTALE –; il tentativo di ri-equilibrarsi — ma diciamo pure: il dannato, e ripetuto, e faticosissimo tentativo di GUARIRE: queste cose non puoi assolutamente paragonarmele alla dinamica (che sicuramente presenta qualche analogia, almeno per qualche freudiano :-D) sogno:irreale=risveglio:ritorno alla realtà.

    Il disagio mentale, la malattia mentale, sono l’esito ultimo, e implacabile, della storia di Garrone, di tutte le storie di Garrone — non a caso, “Primo Amore” e “L’imbalsamatore” parlano di (altre) due ossessioni e cioè, di nuovo, di malattia mentale. E’ l’esito ultimo, e implacabile, della realtà magistralmente narrata nella prima parte del film, e di tutti, per così dire, i suoi abitanti. Gli abitanti lo sanno, ma fanno finta di non saperlo (scena chiave: Maria cerca in tutti i modi di convincere il vicinato che Luciano non è seguito da uno psicologo MA DA UN MEDICO). Noi tutti lo sappiamo, ma non sappiamo che fine fanno i Luciano che ci vivono attorno, così come non sappiamo che fine faccia, davvero, Luciano, una volta che i confini tra allucinazione e realtà si sono scolorati definitivamente.

  4. Non vedevo l’ora di vederlo già prima, dopo questa recensione fremo ancor più!

  5. Tendenzialmente d’accordo con Marco, comincerò quindi col commentare i commenti. Sullo squilibrio mentale: a mio parere, fosse l’interpretazione corretta, non lo considererei un deus ex machina; ma, in accordo con Vincenzo, un cardine. Ancor di più, uno sviluppo del paradosso: la paventata iper-realtà come causa – in maniera complessa, sfaccettata, soggettiva – del distaccamento da essa.
    Sulla contesto geografico e sociale evocato: mi rendo conto che il rischio macchiettistico e stereotipico ci sia, ma credo che nell’evocazione di realtà particolari (non si parla di Napoli in generale, non si parla di un determinato ceto in generale: ciò che deriva viene dall’interpolazione di varie coordinate) una tale maniera di raffigurare sia inevitabile. Ancor di più, perché mi sembra problematizzare lo stereotipo: lo riconosciamo, e ci interroghiamo su quanto sia autentico, su quanto la realtà possa addirittura superarlo. Quanto l’indugiare su di esso possa avere un valore di sineddoche. L’esagerazione si fa poi chiave di lettura, a mio avviso; il caricamento come metafora di sé stesso.

    Ora veniamo alla recensione vera e propria: quello che non condivido con Marco è la valutazione della potenza del film. Sappiamo, ovviamente, che l’importanza non risiede nella trama – francamente quasi inconsistente – quanto nella maniera narrativa: ma trovo che l’effetto che faccia possa essere paragonato, più che ad un pugno nello stomaco, ad un diffuso, e malinconico, malessere.

  6. Sono d’accordo con te Antonella. D’altronde quando parlo di “potenza” del film non intendo dire che essa consista in un pugno allo stomaco, che in effetti non c’è. Trovo invece che la tua formula sia calzante e restituisca in pieno quella potenza.

    Marco

  7. Leonardo Piccione

    D’accordo con te, Marco, su molto di quello che dici del film. Il repertorio narrativo di Garrone è deliziosamente rodato, e non si possono non apprezzare alcune (pressoché tutte, a dire la verità) scelte stilistiche del regista. Inquadrature, dialoghi, fotografia, musiche: tutto calibrato alla perfezione in questo incubo travestito da favola.
    A mio parere, però, al film manca qualcosa per essere considerato un capolavoro tout-court. La trama è francamente debole: d’accordo, è solo strumento di una riflessione più generale. Ma non sorprende. E’ prevedibile, è essenzialmente funzionale all’esaltazione delle enormi qualità di Garrone. E’ una storia che sembra arrivare anche un po’ in ritardo rispetto a un’attualità che parla di una crisi sostanziale dei reality show. D’altra parte, riconosco che al regista non interessi parlare specificamente del Grande Fratello (curiosità: nei titoli di coda viene ringraziata la Endemol, che lo produce). Ha obiettivi decisamente più alti, come giustamente sostieni.
    In definitiva, alla fine del film non ho potuto non pensare “Quanto è bravo Garrone” e “Reality è tecnicamente grandioso”. Ma posso dire, banalmente, che le quasi due ore (troppe?) di racconto non hanno avuto su di me un effetto memorabile dal punto di vista del coinvolgimento epidermico. La potenza delle immagini non è accompagnata da altrettanta potenza emozionale.
    Ammetto, e chiudo, che probabilmente il mio giudizio è condizionato da “E’ stato il figlio”. Il film di Ciprì, paragonabile a “Reality” per intento e registro narrativi, ha il grande merito di concedere spazio anche al “cuore”, oltre che agli occhi e alla mente.

  8. Sono d’accordo con te Denni.
    Solo una cosa: penso che la possibilità di mettere in scena, di raccontare, il GF e il mondo dei reality sia possibile anche a fenomeno parzialmente scaduto, e inflazionato. Perché se il GF chiude per pochi ascolti e tutti i suoi epigoni e derivati non hanno nulla del capostipite, gli effetti del fenomeno sono tutt’altro che scomparsi (vd. scena del matrimonio con l’ospitata). Ed è proprio ora che un film come questo ha tanto da dire.
    Sono stra curioso di vedere il film di Ciprì, anche. Appena ci riesco ti dico

    Marco

  9. Anna

    Sei riuscito a illuminarmi su un punto che avevo intuito, ma non riuscivo a inquadrare. Come mai al cinema mi sono ritrovata a sostenere un pazzo fanatico del grande fratello? Proprio per il labile confine tra reportage e opera d’arte sul quale Garrone ha giocato. L’identificazione nel personaggio che ci fa sostenere anche il più incallito dei criminali… Ottima recensione, dico davvero. Però continuo a credere che dopo la scena del grillo il film diventi ridondante.

  10. Vincenzo Pastore

    Un film che inizia come simpatica e divertente commedia e che pian pianino si trasforma in un angosciante e inquietante messa in scena di una metamorfosi drammatica. Il punto di forza del film sta proprio in questo, nello stravolgimento di un canovaccio che lo spettatore immagina di vivere in quel prologo ambientato nei più kitch dei matrimoni. A tratti può sembrare una forzatura (vedi l’annosa questione del grillo al muro) ma in realtà Garrone riesce a cogliere la forza dirompente del medium televisivo e del suo messaggio sulla società e i “valori” che essa propina.
    «Ho raccontato cose che neanche alla bonanima di mio padre ho detto» in questa frase si nasconde tutto il ribaltamento anche della dimensione relazionale vissuto nell’ultimo ventennio oserei dire.
    Solo un appunto: lo stereotipo del napoletano truffaldino a cui anche Garrone non ha saputo resistere. Nello svolgimento del film appare come un inutile contorno narrativo.

  11. Grazie ad Anna e Vincenzo.
    Secondo me la scena del grillo è utile soprattutto perché sintetizza iconicamente tutto un processo di sragionamento che porta alla “pazzia” e a quel riso inspiegabile alla fine. Dopo quella scena il film, lungi dall’essere ridondante, assegna invece significati diversi, marcandoli ancora di più di irrazionalità, ai comportamenti del protagonista.
    Sull’immagine del napoletano truffaldino come stereotipo non sono d’accordo. In primis perché è tutt’altro che scomparsa, ma soprattutto perché segna un passaggio fondamentale, tutt’altro che stereotipato e anzi assai poco messo in luce, che è il divenire della proverbiale arte di arrangiarsi. Luciano lo dice chiaramente (e lo riprendo anche nella recensione): si truffa non per campare, tirare avanti, ma per raggiungere uno stile di vita altrimenti impossibile. E’ la classica dinamica da indebitamento progressivo, diffusissima al sud, anche se poco o punto rilevata.

    Marco

  12. Anna

    Credo che la mia impressione sia stata influenzata dal modo in cui ho guardato il film. Mentre il 90% della sala l’ha visto come una commedia, una sorta di Cinico TV di cui ridere perchè “non ne facciamo parte, siamo superiori”, noi poveri e pochi sensibili l’abbiamo visto come un dramma senza fine. Il momento della telefonata-scherzo del parente mi ha ghiacciato, avrei voluto picchiarlo io per Luciano. E quindi, il momento del grillo per me è stato esasperante… O forse è stato il punto in cui mi sono allontanata dal protagonista perchè non riuscivo più a comprendere la sua pazzia… O semplicemente devo rivederlo senza avere attorno 50 persone che ridono mentre davanti ai loro occhi si svolge una tragedia.

  13. Pingback: La grande bellezza cinematografica di Paolo Sorrentino | 404: file not found

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