Diario da Exarchia – prologo: “un individuo che c’è nella relazione con l’altro”

di Anna Giulia Della Puppa

“è finito il fru-fru, abbiamo la guerra”

Ho un nome lungo lungo, con cui mi chiama solo mia madre quand’è arrabbiata con me, io preferisco solo Anna, breve e palindromo.
Sono laureata in filologia romanza all’università di Bologna, e proprio la passione per questa (in)disciplina, così simile nel metodo minuzioso cui guardare ai dettagli lasciandosene affascinare, mi ha avvicinata a ciò che invece faccio e studio adesso. L’antropologia.
Mi interesso prevalentemente di antropologia dello spazio, dei disastri e del conflitto urbano.
Conosco la Grecia da molti anni, dove ho passato praticamente tutte le estati della mia vita, ed ho vissuto un anno e mezzo nella capitale, vivendo le rivolte del 2008; parlo greco discretamente bene, e continuo a studiarlo.
Da marzo sarò di nuovo ad Atene per una ricerca sul campo che mi impegnerà circa sei mesi.
Si tratterà di una ricerca sugli effetti socio-culturali della crisi economica, sulla “crisi della presenza” per dirla con Ernesto De Martino, che il disastro economico in corso sta producendo, e sulle modalità con cui, invece, le persone reagiscono.
Nel guardare al dedalo ateniese, cercherò di concentrarmi su un quartiere, Exarchia, noto alle cronache con il temibilissimo appellativo di “quartiere degli anarchici”, fucina invece, e origine, di  molte delle sperimentazioni di autogestione e di vita di quartiere degli ultimi anni, poi estese a molti altre aree della città.
Uno degli strumenti più raccomandati e utili della ricerca antropologica è il diario di campo.
Serve, in definitiva, a riportare le impressioni, i pensieri, tutto ciò che si è fatto, detto, sentito, guardato, provato, più o meno giornalmente durante la permanenza sul campo di ricerca. È molto importante, una volta tornati a casa, per sapere di che scrivere, per “ritornare lì”, “ri-esserci”, ed evitare l’asetticità scientista di tanta vecchia antropologia evoluzionista, convinta che si potesse, con sguardo tecnico, oggettivare l’altro attraverso gli schemi rigidi dell’analisi dei fatti “come se passassero su uno schermo”.
Un celebre esempio, tanto per capirsi, può essere quello (personale e mai inteso come qualcosa da rendersi pubblico) di Malinowski alle isole Trobriand, pubblicato postumo dalla moglie. È noto lo scalpore che fece, perché in esso, il vecchio Bronisław non appare più come il “buon etnografo” in cerca dell’empatia coi nativi, che si legge in
Argonauti del Pacifico Occidentale, ma un uomo nel pieno del disagio culturale, catapultato in un mondo lontano e, spesso, per lui fastidioso. Un uomo che c’è nella relazione con l’altro.
Il mio campo, e il mutare delle modalità con cui, oggi, gli antropologi “vanno sul campo” e con cui si pensa all’alterità, renderanno senza dubbio meno problematico il mio diario, che condividerò su Quattrocentoquattro. L’idea è di comunicare ciò che accade (e mi accade); non come un reporter su un mensile, ma come qualcuno che vive nella città adesso, e guarda agli eventi ed al quotidiano “da dentro”.

Ore 23.30 circa, sto cercando disperatamente parcheggio per andare ad aiutare mia madre che lavora a Naousa, piccolo centro, discretamente “alla moda”, a nord-est dell’isola cicladica di Paros. Lei ci vive diversi mesi all’anno, io i tre estivi, dalla fine degli esami all’inizio delle lezioni e qua, da bambina, ho imparato a nuotare, e forse anche a camminare. Poi, sempre qui, ho lavorato per la prima volta in un bar, mi sono innamorata, ho parlato tutta la notte di anarchismo, etimologie di parole e proverbi greci, guardando occhi che, stranieri, mi hanno parlato come non mi era mai successo; ho visto le albe più belle ascoltando musica da un’autoradio e ho scoperto, oltre alle poesie di Borges, anche quelle di Giannis Ritsos e Titos Patrikios.
Faccio un tentativo in quel dedalo di auto e sabbia e che è il parcheggio del paese, il sabato sera. Proprio niente.
All’improvviso sento una voce di donna che urla, attutita, come da dentro una macchina. Così è infatti. Mi si presenta una scena piuttosto problematica. Una donna greca sulla quarantina dentro una monovolume scura, un bambino di circa quattro anni intento a mangiarsi un souvlaki, comodamente seduto sul suo seggiolino.
La donna è molto concitata. Mi spiega che è là da diverso tempo, ma che una fila di macchine parcheggiate (un’intera fila, in effetti, non un unico mentecatto!) dietro la sua, le bloccano il passaggio per uscire. Non sa proprio come fare. La portiera posteriore dell’auto che le impedisce il passaggio è aperta, ma, ugualmente, non c’è molto da poter fare. Cerchiamo insieme una soluzione, senza raccapezzarci.
Chiamare la polizia come suggerisce tranquillo il pupo ricciolone col souvlaki, lo sappiamo entrambe, sarebbe un’inutile spreco di tempo. Paros ha un solo ufficio della polizia, per giunta abitato da sorci grandi come gatti, e solo 3 automobili per 8 funzionari, notoriamente non molto efficienti. Una bella seccatura, era l’ultimo giorno prima del loro rientro ad Atene.
A quel punto spunta il marito della signora, e contemporaneamente due altri uomini greci, grossi e in bermuda, fermano le proprie auto per scendere e dare una mano. Si crea così un piccolo capannello di persone. La concitazione cresce palpabile, e si decide per due azioni coordinate: “Spostiamo l’auto a braccia. Siamo in tanti, non sarà difficile, e gliela facciamo pure trovare sottosopra!” Mentre i due uomini accorsi in aiuto si apprestano a tirarsi su le maniche e a darsi da fare per spostare l’auto, il marito della signora rimane un po’ perplesso e chiama effettivamente la polizia. Nessun riscontro: “è sabato sera, “re”, siamo in pochi, cosa vuole che veniamo là a fare?” Il marito allora si risolve per dar man forte ai due uomini, ed a me che assecondo la loro proposta.
Proprio in quel momento arriva una famiglia francese che con fare prepotente, dopo i nostri sguardi di disapprovazione, prende l’auto parcheggiata di fianco a quella incriminata e se ne va sgommando. A parte il nervosismo crescente e i commenti sull’antipatia dei francesi e dei turisti in generale, ci viene un’idea. Una buona idea che richiede lavoro di squadra. Io, che sono leggera, entro nell’auto che blocca l’uscita, e i tre uomini spingeranno l’auto indietro; io dovrò a quel punto girare il volante quanto più potrò verso destra, facendo sì che, una volta spinta, l’auto prenda il posto di quella dei francesi appena andata via, a quel punto io avrò il compito di tirare il freno a mano finchè l’auto della signora con marito e figlio con spiedino di maiale non saranno riusciti ad uscire. Il tutto avviene con grande facilità e tra vigorosi incitamenti. La monovolume esce, la signora ci ringrazia, grandi sorrisi e saluti. Ma non è ancora terminato il piano: una volta che l’automobile della famiglia è finalmente fuori dallo scomodo posteggio, con la destrezza della precedente manovra (io sempre ai controlli di volante e freno a mano) sistemiamo l’auto incriminata nello spazio che prima era occupato dalla monovolume, e la lasciamo lì, in attesa che qualche altro lestofante arrivi a parcheggiarglisi dietro. Non è come fargliela trovare sottosopra, ma è pur sempre qualcosa!
Siamo tutti soddisfatti della nostra azione di giustizia sociale e ci salutiamo così, felici e complici malandrini. Ognuno riprende le proprie vetture, e va a cercare parcheggio altrove. Nei manuali di antropologia che tutti, prima poi, noi del mestiere dobbiamo quantomeno sfogliare, c’è un concetto su cui si batte molto, un assunto generale: la prima settimana sul campo sarà difficile; uno spaesamento, uno shock culturale investirà il nostro orizzonte di senso. Ci vorranno almeno un paio di settimane per riprenderci e poter cominciare il nostro lavoro di campo. Io, allontanandomi dalla scena cui avevo appena preso parte, ho pensato solo che adesso, solo adesso di nuovo, mi sentivo a casa.

6 commenti

Archiviato in Politico

6 risposte a “Diario da Exarchia – prologo: “un individuo che c’è nella relazione con l’altro”

  1. AnnaGiù

    Da Marzo…. ;)

  2. Pingback: Diario da Atene – capitolo 1 | 404: file not found

  3. Pingback: Diario da Atene – capitolo 3 | 404: file not found

  4. Pingback: Diario da Atene – capitolo 4 | 404: file not found

  5. Pingback: Diario da Atene – capitolo 5 | 404: file not found

  6. Pingback: Diario da Atene – capitolo 6 | 404: file not found

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...