Roland-Macchine e animali. Scritture emergenti #2

Roland-Macchine e animali è nato il primo ottobre 2011, voluto da Giorgio Vasta e Marco Peano per riflettere su quanto avviene all’interno della filiera produttiva del libro: “dall’invio di un dattiloscritto in casa editrice fino, nella migliore delle ipotesi, alla pubblicazione” (Marco Peano, qui).

404 lo ha seguito sin dal suo esordio al festival Pordenonelegge lo scorso settembre, con il progetto Scritture emergenti. La prima edizione proponeva la lettura di testi inediti di sei autori, ciascuno affiancato da un editor. Ne seguiva un confronto diretto e una operazione di editing simultaneo.

Quest’anno Scritture emergenti presenta una significativa differenza: oltre agli editor (Jacopo De Michelis, Giulio Mozzi, Michele Rossi e Chiara Valerio), cui sono affidati quattro dei sei racconti, saranno presenti anche un agente letterario (Piergiorgio Nicolazzini) e un critico letterario (Andrea Cortellessa). Lo scopo di questa nuova impostazione è ampliare la prospettiva e lo sguardo critico sulle prose selezionate e sul lavoro che su di esse viene comunemente compiuto nelle fasi antecedenti la pubblicazione, così da originare una riflessione non solo sul rapporto tra autore ed editor, ma anche sulle altre figure professionali che, lavorando per una casa editrice, possono influire sulla riuscita (artistica o economica) di un manoscritto.

404: file not found quest’anno ha avuto l’opportunità di visionare in anteprima gli scritti selezionati per il laboratorio di editing che si è tenuto oggi e continuerà domani 23 settembre a Pordenonelegge e che anticipa la manifestazione letteraria che si svolgerà dal 28 al 30 settembre a Milano. La lettura ci ha dato modo di riflettere sui criteri che hanno determinato le scelte degli organizzatori, cercando di capire cosa unisca i sei testi, e cosa Roland richieda alle “scritture emergenti”.

In qualità di lettori, la nostra riflessione muoverà soprattutto dall’analisi delle singolarità e degli elementi di originalità della narrazione. Partendo dalle domande emerse fra noi – ovvero dal dibattito interno alla redazione, dopo la lettura individuale dei testi – abbiamo cercato di fornire una chiave interpretativa comune, di formulare un discorso unico che abbracciasse e, per quanto possibile, tenesse insieme materiali spesso eterogenei.

Per cominciare, proponiamo un estratto per ciascuno dei finalisti:

1. Mario Fillioley, Inchi e sduaca, affiancato a Jacopo De Michelis (Marsilio), editor.

Non sarò io a fornirgli l’alibi per abbandonarsi ai saccheggi e alle razzie. Ché una lezione non può essere noiosa se non è mai cominciata. Allora, forse, la mia innocenza le costringerà a riconoscere il male che in loro alligna. Scopriranno di possedere una fonte sotterranea di forze cosmiche ostili alla vita, un nucleo di antimateria. Si giudicheranno colpevoli. Qualcuna vorrà perfino espiare, sottoporsi spontaneamente a una qualche fatica improba, come prendere appunti. Ma solo poche temerarie riusciranno a farlo per più di cinque minuti. Le altre, impermeabili al percolato della colpa, danzeranno per la scuola in preda al furore bacchico, scrivendo suca su tutti i banchi con l’uniposca fucsia, e urlando frasi oscene in un ancestrale idioma, solo a tratti riconducibile al dialetto, a ogni molecola di testosterone che oserà entrare nel loro campo olfattivo: in corridoio, in aula magna, sulle scale, vicino alla macchinetta per il caffè, in sala professori.

2. Marco Giallonardi, Capelli per terra, affiancato a Giulio Mozzi (Einaudi), editor.

La porta esplose contro lo stipite violentemente ed io aprii gli occhi. Stavolta puntai dritto al soffitto e mi ritrovai incollato con due ventose al posto delle mani, con la testa reclinata ad osservare il letto vuoto. Non c’era traccia dei vestiti di Eleonora. Tirai fuori tutta l’aria che tenevo nei polmoni e atterrai di fronte allo sgabuzzino.

Trovai subito quello che cercavo: il porta biancheria avana, ancora chiuso nel cellophane, comprato e mai usato. Lo scartai e lo posizionai in bagno, sotto alla mensola dei libri sempre impolverati. Ne sfogliai uno, lo pulii con un pezzetto di carta igienica, quindi presi la scopa e tornai a spazzare a terra. I capelli di Eleonora erano ovunque: dietro lo scopettino della tazza, sotto al tappeto, vicino al rubinetto del lavandino, nel vano della doccia. Li raggruppai e mi fermai a guardarli. Si erano riuniti, come il mercurio di un termometro rotto. Formavano un cerchio ora, alcuni puntavano verso l’esterno e altri verso l’interno. L’inevitabile logica di squadra, pensai mentre mi sedevo sul water, qualcuno ci sta e qualcuno rema contro. «Anche voi siete Eleonora, anche voi siete la donna che fino a due mesi fa voleva sposarmi ed ora non mi rivolge più la parola».

3. Ilaria Macchia, L’ora migliore, affiancato a Piergiorgio Nicolazzini (PNLA – agenzia letteraria), agente letterario.

Un infermiere viene fuori, mi dice sottovoce che è stato un infarto, una morte naturale. Mi chiede se sono una sua parente.

«No. No. Un’amica…»

Un urlo esce fuori dalla casa.

Porto i bambini a casa mia. Piero mi accompagna. Mi siedo sul sedile posteriore con i bambini, lui guida, come fosse il nostro autista.

A casa mia l’ordine è sempre lo stesso, freddo. Tranne che nella mia camera, dove tutto ha poco senso ma è bello.

Metto i bambini nel mio letto. Piero resta in piedi a guardare ogni passo che faccio, non ci siamo detti una parola da quando è arrivato a casa di Silvia. Mi segue mentre accarezzo i bambini, li faccio sentire al sicuro. E non so come ci riesco ma loro si calmano e si addormentano. Mentre li accarezzo sento il respiro di Piero, che si fa sempre più forte.

Mi distendo con loro, Martina non mi lascia la mano. Federico è disteso tra me e sua sorella, il suo calore mi fa calmare il battito del cuore.

«Mia moglie è incinta.»

Apro gli occhi. Piero è ancora in piedi sulla porta, e i bambini stanno ancora dormendo.

4. Ginevra Lamberti, La questione più che altro, affiancato a Michele Rossi (Rizzoli), editor.

Oggi mi sono alzata dal letto, ho aperto la porta di casa, sono uscita di casa, fuori di casa c’era la valle dove vivo. La valle dove vivo ha dei difetti oggettivi tipo quello di essere permeata dalla morte civile, ma a parte questo è un posto esteticamente pregevole. Allora ci ho dato un bello sguardo panoramico, e ho pensato che ho bisogno di recuperare concentrazione, di studiare, di rivalutare piani e priorità, e in ultima analisi di mettere il broncio arbitrario con il mondo, confidando che il mondo accorrerà a comperarmi delle caramelle. Allo stato attuale delle cose, mancano diciannove giorni a Natale, ventiquattro a Capodanno, qualcosa di più e di ancora imprecisato all’ultimo esame, quello che sta lì e mi guarda da due comodi anni e mezzo fuori corso. La questione che mi mette in difficoltà è più che altro che stare parcheggiata nella valle dove vivo alla lunga annoia di noia mortale.

5. Matteo Trevisani, Colibrì, affiancato a Andrea Cortellessa, critico letterario.

Ho detto dai siediti che ti spiego e lui ubbidiente come non me lo ricordavo si è messo a sedere sopra il freddo telo di plastica trasparente che ricopre il divano, in quieta attesa, curioso, con due occhi talmente acuminati che mi è venuto in mente che in quel preciso istante, per come mi guardava, avesse appreso l’abilità di leggermi nel pensiero e avesse di colpo indovinato tutta la verità: che non c’era niente da dire. Ma lo stesso mi stava dando retta per verificare la mia capacità di arrampicarmi su specchi che via via si facevano sempre più concavi e scivolosi. Mi stava testando come genitore? Come essere sociale? Che cosa si sarebbe aspettato da me, come avrei dovuto spiegarglielo che non avevo mica tutte le risposte, come glielo sveli a un bambino di dieci anni dieci, che una madre senza pietà lo ha abbandonato e che suo padre non è per davvero il suo santo guardiano della normalità? Non è mica come sfatare il mito della cicogna o spiegargli come mai la Svizzera non sta in Europa. È qualcosa di più complesso, che c’entra col diventare adulti.

6. Lara Femder, Santa Fe, affiancato a Chiara Valerio, (Nottetempo), editor
.

Lavoro alla Mercurius da più di vent’anni. Del mio lavoro non mi piace nulla se non il fatto di essere testimone di un passaggio. Le case si svuotano e si riempiono e le cose lasciano posto ad altre cose, i segreti ad altri segreti.

La settimana scorsa a Delft, nascosta dietro ad un libreria, c’era una scritta rossa sul muro:

A SANTA FE I CANI ABBAIANO ALL’ALBA GIUGNO 2008

Non chiedo mai.

So che è meglio così, che è molto meglio non sapere delle vite che stanno dietro alle librerie o sotto i letti che si spostano.

E poi, a chi chiedere? Ci sono persone che ti stanno dietro come mastini durante il trasloco, altre che non si fanno nemmeno vedere. Le ragioni della distanza fra una persona e le proprie cose possono essere molte, due le principali, il dolore o il disinteresse.

Così ci insegnano.

Benché non per tutte si possa parlare propriamente di racconti autonomi – alcune di esse, infatti, sono estratti da scritti più ampi, come si ricava dalle prefazioni degli autori – nel complesso ciascuna delle sei prose presenta un certo livello di compiutezza formale e contenutistica.

Va rilevata la presenza di alcuni elementi comuni di notevole interesse. Il primo e più evidente è quello dell’impiego della prima persona. Il punto di vista è sempre interno alla storia: la voce del narratore coincide con quella del personaggio, dando luogo a una narrazione ipersoggettiva in cui domina un’unica prospettiva. Questa scelta è legata anche ad un’altra caratteristica che risalta a un confronto ravvicinato: su sei testi, cinque hanno un andamento “introflesso”. Ciò vuol dire che la costruzione della storia è affidata soprattutto alla centralità di un soggetto, che si confronta con un motivo psicologico o con una situazione esistenziale problematica: quella della frustrazione (Inchi e sduaca), dell’abbandono di una persona (Capelli per terra e Colibrì) o di un luogo (Santa Fe), della noia (La questione più che altro). La mancanza di un narratore esterno onnisciente fa sì che la riflessione possa nascere da un fatto precedente sconosciuto al lettore o solo accennato, e che ha prodotto, retrospettivamente, una reazione nel protagonista. Ogni evento verificatosi nel passato ha quindi determinato una condizione presente. È questa condizione presente – subìta o dolorosamente assimilata – ad essere registrata e filtrata da occhi differenti: un professore di un istituto professionale in Inchi e sduaca; un uomo coinvolto in una relazione morbosa in Capelli per terra, una studentessa universitaria fuori corso in La questione più che altro; un giovane padre abbandonato dalla moglie in Colibrì, un operaio di una ditta di traslochi in Santa Fe.

Su un piano discosto e almeno in parte differente si colloca invece la storia di Ilaria Macchia, L’ora migliore, che presenta una struttura narrativa molto definita e complessa. La relazione segreta tra una donna e un uomo sposato è  sviluppata attraverso il ricorso all’analessi, che intervalla l’azione del soggetto nel tempo presente e consente piccoli colpi di scena culminanti in un vero e proprio finale a effetto. Questo tipo di costruzione tradisce la provenienza di Macchia dall’ambito cinematografico e il suo lavoro come sceneggiatrice. L’ora migliore possiede una componente spiccatamente visiva, si direbbe propriamente filmica, che privilegia l’aspetto strutturale e compositivo alla cura stilistica, all’artigianato della parola.

L’interesse e l’esperienza nella scrittura di sceneggiature accomuna Macchia a Giallonardi e a Fremder. Il racconto di quest’ultima, tuttavia, muove in una direzione opposta e speculare, condensando al massimo l’intreccio, lo riduce a uno spunto tematico: una casa che viene svuotata, un luogo che rimarrà abbandonato a segnalare la fine di qualcosa, e l’apertura di spaccati sul passato contribuisce in questo caso non tanto all’approfondimento del personaggio, quanto alla descrizione di un’atmosfera. Capelli per terra, invece, è la storia che appare forse più sfilacciata e di debole tenuta, fatica a trovare un equilibrio compositivo tra il resoconto grave e drammatico di un rapporto al collasso, ridotto ormai al silenzio, e l’improvvisa introduzione di scene assurde, surreali, dove per esempio vediamo il protagonista levitare verso il soffitto. Proprio per questo si tratta probabilmente di uno dei lavori più interessanti e che fornisce maggior materiale per il processo di editing.

Presi complessivamente, i testi paiono dischiudere al lettore un ampio ventaglio di possibilità linguistiche. La misura dello scarto dalla norma può riguardare l’inclusione di singoli elementi dialettali: questa caratteristica è palese nel siciliano Fillioley, dove inchi e sduaca è espressione idiomatica per riempi e svuota, metafora del rapporto di amore-odio tra insegnante e studente nelle scuole di periferia. Un altro esempio è la propensione per l’utilizzo mimetico dell’italiano parlato, con forme sgrammaticate, ripetizioni e concessioni al discorso indiretto libero: è il caso soprattutto di La questione più che altro, coinvolgente monologo che, tra il cinico e il faceto, illumina la realtà asfissiante di un paesino della provincia di Treviso. I restanti quattro testi si approssimano di più a un ideale di italiano letterario standardizzato, anche se ciascuno in forme differenti, più o meno irrigidite, variando da una sintassi cadenzata e asciutta (Giallonardi e Fremder) ad una più distesa (Macchia) fino al periodare lungo di Trevisani.

Da quanto detto fin qui, risulta ormai evidente che il carattere fortemente eterogeneo delle sei prose non è facilmente riducibile “a sistema”. Ciò che le tiene insieme sarà allora da ricercare nello stesso processo di selezione. Gli ideatori di Roland hanno dovuto tener conto, in primo luogo, dell’esigenza pratica di poter lavorare su scritti brevi, che si prestino agevolmente sia alla lettura in pubblico sia ad una operazione di editing simultaneo – questa potrà coinvolgere vari livelli del testo: da quello strutturale a quello stilistico, da quello contenutistico a quello linguistico. Una seconda direttrice sembra poi essere la ricerca di scritture non esauribili nei contenuti o nel loro trattamento, ma piuttosto caratterizzate da qualche elemento di interesse che ponga sul cammino del lettore una pietra di inciampo su cui riflettere.

Queste due linee di ricerca sono inevitabilmente intrecciate: gli scritti selezionati presentano, ognuno a suo modo, delle difficoltà sotto il profilo espressivo o strutturale, magari a volte delle ingenuità compositive o degli azzardi linguistici o stilistici. Ma è proprio nelle loro imperfezioni, nel loro presentarsi ad uno stadio ancora primigenio, che sta il fascino di Roland. Dalla “fase autoriale” i racconti saranno sottoposti all’intervento delle diverse figure professionali coinvolte, così che si possa creare un laboratorio aperto in cui riprodurre le dinamiche editoriali che caratterizzano la vita di un manoscritto. Il procedimento è dunque squisitamente tautologico: i testi scelti da Roland sono i testi che Roland può scegliere, quelli per cui Roland è nato.

Semplice ed efficace.

4 commenti

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4 risposte a “Roland-Macchine e animali. Scritture emergenti #2

  1. Pingback: Non voglio diventare uno a cui non piacciono le canzoni di Jovanotti « Aciribiceci

  2. interessante:ogni link è sbagliato e doppiamente autoreferenziale, pota a nulla che porta ad un motore di ricerca.Se sostenete di averlo fatto apposta ci fate un figurone.Baci

  3. Abbiamo risolto il problema. Scusa per l’inconveniente.

    Marco

  4. Caro dadobabo, grazie mille per la segnalazione. In effetti c’era un problema di formattazione di cui non ci eravamo accorti. Abbiamo corretto, adesso dovrebbe funzionare tutto. Senza troppa autoreferenzialità ti salutiamo :)

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