Molte sorte di uccelli – Una recensione a “I Pappagalli” di Filippo Bologna

di Silvia Costantino

L’ultimo romanzo di Filippo Bologna, I pappagalli (Fandango 2012) “racconta il mondo letterario e le piccolezze e le cattiverie al suo interno”. L’opera seconda (purtroppo non “un fulminante esordio”) è ovviamente una “solida commedia nera”, un “ritratto spietato del mondo editoriale italiano e degli scrittori”, dal “sapore di un apologo”, che talvolta prende il tono di un “romanzo a sfondo sociale”. Non sfugge – e come potrebbe – la citazione da Alberto Arbasino («In Italia c’è un momento stregato in cui si passa dalla categoria di brillante promessa a quella di solito stronzo. Solo a pochi fortunati l’età concede poi di accedere alla dignità di venerato maestro»).
Il romanzo racconta infatti le vicende di tre scrittori, simbolicamente chiamati l’Esordiente, lo Scrittore e il Maestro, nel momento in cui a Roma sta per svolgersi la Finale del più importante Premio letterario italiano. La loro storia personale si intreccia con quella della corsa al Premio, le cui fasi scandiscono l’andamento del romanzo, rivelandosi, per ciascuno, sempre più squallida. Ciascuno dei tre si dimostra capace del peggio, pur di raggiungere una vittoria (o, in un caso, una soffertissima sconfitta) che appare sempre di più un gioco di potere e sempre meno una questione letteraria. In tre modi diversi, i tre ripugnano nella loro dichiarata assenza di talento, e svelano i meccanismi e le miserie nascosti dietro ad una società che a molti appare ancora barricata in chissà quale torre d’avorio.
È dunque corretto quanto si legge nelle citazioni di recensioni– alcune vere, altre no – al primo paragrafo: il romanzo racconta la società letteraria italiana, quella più esteriore e vuota, per la quale vincere un premio è più importante che scrivere un buon romanzo. Ma questo non basterebbe certo a rendere I pappagalli un libro degno di attenzione, fosse solo perché già molti ne hanno scritto, in modo “caustico e dissacrante”, prima di Bologna: basti pensare a Luciano Bianciardi o a Edmondo Berselli, altro seguace del paradigma arbasiniano.
Ha insomma ragione Vanni Santoni nella sua bella recensione al libro:

Diceva qualcuno che non c’è nulla di più noioso dei libri sugli scrittori, e in effetti mentre leggevo I pappagalli ghignando come un demente, mi sfiorava il dubbio di starmi divertendo solo perché avevo visto un po’ di quel mondo, perché avevo conosciuto, o sfiorato, personaggi del genere. Ma quando sono arrivato in fondo, era chiaro che non era vero, che alla fine quello che conta dei protagonisti di questo romanzo è quanto portano dentro, come si relazionano al mondo, agli affetti, al tempo e a sé.

Se I pappagalli piace non è certo per il gusto, un po’ kitsch e dietrologista, dello scoprire ‘cosa c’è dietro’ Villa Naike o nelle stanze degli scrittori; e tantomeno interessa sapere chi ha ispirato il romanzo: il libro di Bologna è bello proprio perché questa società letteraria non è che un pretesto per dare vita a tre personaggi principali e a numerosi comprimari che, nonostante l’assenza di un nome proprio e di una umanità privata, se così si vuole dire,  rispecchiano le numerose sfaccettature dell’umano. A parte i tre protagonisti, che sono belli in modo raccapricciante, alcune figure sono destinate a rimanere: ad esempio l’avvocato o il filippino – due immagini eccezionali pur nel loro ruolo di macchietta. Diventa interessante e utile l’espediente scelto da Bologna per raccontare i personaggi: ridotti a mera allegoria, ad antonomasia, i tre (e tutte le figure che gravitano loro attorno) perdono ogni grammo di umanità. Cosicché la morte della madre, un tradimento o una gravissima e mortale malattia diventano solo ostacoli verso l’unico vero obiettivo, la vincita del Premio. Che sarà raggiunto da uno dei tre in un modo assolutamente paradossale – e, ovviamente, qui non rivelabile. L’assenza di nomi propri dà effettivamente al romanzo il sapore di un apologo e acquista così un ulteriore senso, una spersonalizzazione completa e inesorabile, che si conferma pienamente nel finale.
Riguardo l’aspetto caustico, sarcastico, di commedia: è sicuramente vero che alcune scene sono fulminanti e vivide, che tutto il romanzo trasuda quella stessa ironia che gli si conosceva in Come ho perso la guerra (lì più picaresca, qui più cattiva). L’esempio migliore è alle pagine – chi non ha letto il romanzo non vada a spulciare, spoiler alert –283 284 e 285, quelle con l’articolo di giornale firmato fb, soprattutto il titolo. Altrettanto vincente è la scelta dell’epigrafe del romanzo, il viaggio intorno al mondo di Pigafetta (Vidi molte sorte di uccelli, | tra le quali una che non aveva culo), soprattutto pensando al valore metaforico dell’‘avere culo’: e in effetti questi scrittori-imitatori non sono molto fortunati. Anche qui si potrebbe lavorare d’interpretazione e d’immaginazione,perché Bologna nel romanzo non esplicita mai la chiave di lettura, si limita a raccontare i fatti con il suo bello stile sincopato e la bella scelta delle parole.

Tuttavia, come dice lo stesso autore, la storia dei Pappagalli è una storia di perdenti:

C’è una grande epica nella sconfitta. Non riesco a non vedere il lato ridicolo della vita. Il fatto che anche i potenti e i vincitori nel loro privato abbiano le loro debolezze, le loro inadempienze, mi rassicura. Non sono mai stato un agonista, ma uno scettico. E se non ci credi, non vinci. (tratto da qui)

Vanni Santoni ha ‘ghignato’ molto, leggendo il romanzo: gli chiederei però se, a lettura ultimata, la sensazione prevalente sia stata quella del divertimento oppure quella di una vaga oppressione claustrofobica. Alla fine dei conti, I pappagalli non è un libro divertente, anche se contiene scene divertenti, e il finale vagamente positivo non lo è affatto: non ci sono risposte alle domande poste nel romanzo (e sono tante, non soltanto sul ruolo e sullo scopo della scrittura).
La prosa di Bologna restituisce appieno la pressione cui sono sottoposti i tre protagonisti, il clima cupo che si respira e che non si allontana, nemmeno quando invece sono raccontate scenette particolarmente divertenti. I pappagalli del titolo acuiscono questa impressione: senza apparentemente uno scopo narrativo preciso, talvolta sono gli osservatori diretti, che planano sulle case (fino a finirci dentro) e descrivono quello che vedono; altre volte sono solo complementari ai capitoli: certo è che Roma sembra un habitat alquanto particolare per i pappagalli. Eppure ci sono, e proliferano, ormai perfettamente adattatisi al loro nuovo ambiente. In effetti, gli uccelli non hanno un ruolo così importante nel romanzo, nonostante diano il titolo al libro: i pappagalli compaiono soprattutto come voci di commento in corsivo, complementari alla narrazione, posti in fondo all’ultimo capitolo di ogni parte. Solo uno dei numerosi rapaci è davvero visibile: quello di una strana razza nera che sembra parlare con uno dei tre protagonisti, e più probabilmente ne rispecchia i pensieri; l’unico altro pappagallo davvero importante nel romanzo è quello che il medico consegna al Maestro per verificare l’andamento delle sue minzioni quotidiane.
Perché allora i pappagalli? L’incipit della clamorosa lettera dello Scrittore può forse essere una chiave di lettura del romanzo: “non c’è uomo che un attimo dopo aver spento la luce non venga assalito da un dubbio: sono Io un impostore?”. È importante perché gioca su due piani: dice una profonda verità, interna ed esterna al testo, ma è una lettera falsa, come è falso chi la scrive, che non permette al lettore di ritenere vere fino in fondo le parole in essa contenute. I pappagalli sono quelli che ripetono, imitando in maniera pedissequa, le parole umane: qualcosa simile a quello che fanno gli scrittori, che sia un bene o un male. Il gioco di Bologna è una continua impostura, nella quale nessuno è mai chi dice di essere, ma crede fermamente di essere tale, e questa forse è l’impostura maggiore. Il libro migliore viene scritto post mortem. Roma è un posto labirintico e cupo, perfettamente descritto dalla prospettiva rapace dei pappagalli (che non sono gli unici volatili raccontati nel romanzo):

Dall’alto tutto si vede meglio. Anche Roma. Le grandi consolari strangolate dal traffico, il vecchio serpente malato delle mura, il disco volante del pantheon in decollo sulle rovine immemori, gli stadi vuoti e le arene orfane dei campioni, gli acquedotti fuggenti e le colonne scapitozzate, gli archi crollati sotto il peso della propria bellezza […]

Alle tante domande senza risposta, alla sensazione di straniamento e incompiutezza, si aggiunge la sezione “extra”: Filippo Bologna ha scelto di integrare al suo romanzo alcuni frammenti tratti da Bestie di Federigo Tozzi. Ovviamente la scelta è caduta sulle bestie alate – l’allodola, il merlo, il pettirosso e la gazza: ma, proprio come nei Pappagalli, in Bestie è difficile trovare una finalità, un ruolo, ai soggetti eponimi. Le Bestie di Tozzi funzionano esattamente come i pappagalli: non sono epifanie, non spiegano né rivelano, fanno parte del paesaggio, eppure, in qualche modo, disturbano, proprio per la loro presenza nella scena. Sono molto rare in Bestie le scene in cui c’è una vera e propria interazione; il più delle volte è l’io narrante che contempla gli animali, mentre questi agiscono per conto proprio – quando agiscono. Una contemplazione vicendevole e muta, a tratti angosciante, nelle disforiche prose di Tozzi, che si riflette, più ancora nascosta e articolata, nel romanzo di Bologna, al termine del quale rimane un pappagallo nero, che fa conoscenza con un uomo – uno con la U minuscola.

1 commento

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Una risposta a “Molte sorte di uccelli – Una recensione a “I Pappagalli” di Filippo Bologna

  1. Rispondo alla domanda: sì, ho continuato a gongolare anche a lettura ultimata. Ho continuato perché, se si guarda alla questione del ruolo e dello scopo della scrittura, questioni come quelle che girano attorno a premio Strega o simili sono davvero soltanto questioni buffe: fermo restando che qualunque scrittore ambisce a vincere premi che danno maggiore diffusione e prestigio al proprio romanzo, chi crede davvero nella letteratura non può che guardare – magari in segreto, magari solo a livello inconscio, certamente fallendo miseramente – oltre: ineludibilmente, al confronto con i giganti.
    Se invece ci si sposta alla dimensione esistenziale, ovvero – semplifico – al fatto che la vita è uno scherzo macabro, I Pappagalli rende questa cosa molto bene, ma proprio perché lo fa senza cedere alla tentazione dello sguardo esterno, calandosi nello scherzo stesso, mantenendo (mi si conceda il dialetto), il ruzzo nell’amarezza.

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