Immortalare la decadenza: Nan Goldin e Francesca Woodman

di Silvia Costantino

Nan Goldin

La fotografia è un’arte tremendamente affascinante perché racchiude in sé due aspetti complementari e contraddittori: è al tempo stesso tentativo di fermare il tempo e tentativo di immortalarne lo scorrimento, inesorabile. Fotografare è una pratica invasiva, pericolosa e dolorosa, spesso molto più personale di quanto poi non appaia. Ogni reportage, ogni singolo scatto, riconduce a chi è dietro l’obiettivo: per questioni di inquadratura, di scelta della tempistica, di scelta del soggetto. Quando il soggetto è sé stesso, o la propria famiglia, le cose si complicano ulteriormente, fino ad assumere un sentore di ossessività morbosa.
Tra i molti che hanno scelto di documentare le proprie esperienze personali da vicino e senza pietà, vorrei parlare, in un’unione probabilmente molto ardita, di due fotografe: Nan Goldin e Francesca Woodman. Due storie completamente diverse, due modi completamente diversi di approcciarsi alla fotografia. Loro due, e non altre, prima di tutto per la fortissima intensità delle loro fotografie; poi perché nelle loro grandi differenze mi sono sembrate tutto sommato vicine; infine proprio per via della loro diversità, che permette di esplorare le tante possibilità di un – diario, forse, ma è decisamente più di questo.
Nan Goldin ritrae, senza risparmiarsi colpi di flash e particolari cruenti, la sua vita newyorchese al tempo della droga, dell’aids, delle dipendenze umane e affettive; il suo metodo è rapido e ‘istintivo’; le sue foto sembrano sempre scatti rubati, dai toni forti e dal contenuto disturbante.

Ritratti di freaks degli anni 80, come tanto tempo prima Diane Arbus: solo che, al contrario della fotografa di mostri per eccellenza, che li andava a cercare per strada, Nan Goldin conviveva con loro, e le sue fotografie non sono fatte per catalogare le stranezze dell’umano ma per empatizzare, cogliere, immortalare, non permetterne la morte. La sua storia ricorda quella di tanti artisti che hanno iniziato la carriera negli anni ’80, culminata nel suo caso con il picco di violenza che ha provocato il suo più famoso autoritratto


un autoscatto dopo un pestaggio subito dall’(ex) marito. Nel frattempo Nan ha continuato a ritrarre i suoi amici, accompagnandoli durante il declino fisico, conscia che la salvezza non poteva essere data. La memoria, forse, sì: ma è un tipo di memoria non celebrativa né nostalgica, per quanto è violenta – nelle inquadrature ravvicinate, negli scatti rapidi, nei colori – eppure, nonostante il tema sempre venato di tristezza, sono fotografie piene di vita, e di orgoglio.
La sua prima esposizione, più di una volta riprodotta e aggiornata, è in realtà un lungo slide show di fotografie, accompagnato dalle musiche dei Velvet Underground (e di chi, sennò?): the ballad of sexual dependency. In questa particolare versione, a reggere il gioco a Nan, ci sono i Tiger Lillies: sono 45 minuti di foto e musica, ma se vi avanza del tempo consiglio vivamente la visione integrale:


Tutto il contrario Francesca Woodman, la cui ossessione è se stessa: ciò che colpisce, delle sue foto in formato piccolo e rigorosamente in bianco e nero, è l’assenza. Francesca Woodman, corre, si dissolve, si agita, è a metà, è doppia: non è mai del tutto lei. È corpo ed è scomparsa. E questo la rende straordinaria e pericolosa, bellissima e triste.


Ho dei parametri e la mia vita a questo punto è paragonabile ai sedimenti di una vecchia tazza da caffè e vorrei piuttosto morire giovane, preservando ciò che è stato fatto, anziché cancellare confusamente tutte queste cose delicate.

Il suicidio, da ventiduenne e dopo un’unica pubblicazione, sembra l’unica possibile scelta di un’artista della scomparsa e della presenza assente. Alcune disordinate geometrie interiori è il titolo della sua sola raccolta in vita, e se come titolo rende perfettamente l’idea di foto in cui l’apparente disordine è studiatissimo e l’inquietudine è sempre perfettamente calcolata, “tutte queste cose delicate” sembra davvero il riassunto di un approccio alla vita ‘da lontano’, voluttuoso e distante, pauroso e rassicurante. Si parla sempre di delicatezza e di fragilità, nella Woodman (come in Sylvia Plath, mi verrebbe da dire per un’incontrollabile associazione di idee): eppure, credo, le sue fotografie sono potenti e niente affatto fragili, così come lo è il suo gesto finale – ci vuole coraggio, per lanciarsi dalla finestra di un palazzo, e forza. In un certo senso, dunque, anche le fotografie di Francesca Woodman sono affermazioni di vita, della sua imprendibilità; tentativi di rivelare quello che non si dice e non si vede – “tutte queste cose delicate”: eccole.


4 commenti

Archiviato in Fotografia

4 risposte a “Immortalare la decadenza: Nan Goldin e Francesca Woodman

  1. e.c.

    ‘alcune disordinate geometrie interiori’ è un volume praticamente introvabile (ho consultato una copia grazie a casetti, a roma, che aveva organizzato una mostra struggente un anno e mezzo fa). si tratta di un manuale italiano intitolato “Esercizi Graduati di Geometria”, sul quale Woodman incolla una cinquantina di fotografie che interagiscono con la pagina (annotazioni, riscrizioni di formule, cancellature etc.). all’inizio del libro, sulla pagina con la “tavola delle abbreviazioni”, woodman incolla la fotografia di sé stessa quasi ‘abbreviata': ha la testa tagliata, e ha le dita messe in rilievo da un pezzo di vetro smerigliato. è davvero una ‘tavola delle abbreviazioni’, perché è con le dita che woodman scatta le foto. sembra dirci: io non sono la testa, e dunque non sono gli occhi e le orecchie, io sono il tatto, cioè sono il dito che tocca e scatta. woodman in questo libro non si guarda, non si partecipa, diventa un oggetto, e la sua è una forma quasi pudica di autobiografismo. se dobbiamo accostarci sylvia plath: sylvia plath si guarda in continuazione, quasi pornograficamente, da dentro. sylvia plath è io. woodman fa diventare il suo corpo un oggetto come un altro, un soggetto sempre “available”. in questo senso, nel libro di woodman, l’autobiografismo va cercato nelle annotazioni prima che nelle foto. in entrambi i casi non penserei a fragilità e coraggio, ma al talento e alle g.d. (grandi depressioni). (non credo sia il coraggio a far saltare una donna da una finestra a ventidue anni).

  2. Due “anime” della fotografia d’autore, scoperte in Italia in ritardo ovviamente…

  3. Silvia

    Cara E.C.,
    Grazie per le tue riflessioni. Ho avuto modo di consultare illibro della woodman solo online, leggendo e cercando, mai dal vero purtroppo. Deve essere qualcosa di pazzesco. Sono d’accordo con quello che hai scritto, in realtà, e capisco che l’accostamento alla Plath sia davvero rischioso. È vero, sono due modi diversi di usare l’io, come hai detto te uno è oggettivante e l’altro è tutto soggetto. E tuttavia c’è qualcosa, in una certa ossessione per l’autoscatto, che mi ha fatto scattarel’associazione. Davvero era solo una incontrollabile associazione di idee, così come quella sul coraggio (che, ampliata, sarebbe: di tutti i modi possibili, lanciarsi di sotto? La testa nel forno? Ecco, sono cose che mi spaventano). La fragilità la avverso anche io, il talento è indubbio, sull’aspetto clinico non vorrei pronunciarmi.

  4. Gaia

    Mi permetto di commentare: non si può parlare di decadenza nei confronti della fotografia della Woodman, eventualmente di trascendenza, che è tutta altra cosa.
    L’accostamento tra le due fotografe su tale base mi pare quindi quanto meno ardito.
    In secondo luogo: perché soffermarsi sempre (e dilungarsi) sul dettaglio morboso del suicidio, perché considerarlo come chiave di lettura di un’opera ben più complessa?
    In breve, e per concludere: questo articolo non racconta nulla di nuovo, se non fosse per due paragoni a mio avviso a dir poco azzardati: Woodman/Goldin e Woodman/Plath.

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