Una recensione a “Non saremo confusi per sempre”

di Marco Mongelli

(Una versione ridotta di questo pezzo è già uscita sul numero 64 di Allegoria ed è consultabile anche online: qui)

Non saremo confusi per sempre (Torino, Einaudi, 2011) di Marco Mancassola è un libro composto di cinque racconti a metà tra fiaba e non-fiction. Le cinque storie raccontate, infatti, sono riscritture di  cronache di casi giudiziari di forte impatto emotivo e di grande rilevanza mediatico-televisiva. L’uccisione di un ragazzo tedesco ad opera del principe Vittorio Emanuele (1978), la morte in un pozzo di Alfredo Rampi (1981), l’incidente, il lungo stato vegetativo e l’eutanasia di Eluana Englaro (1992-2009), l’omicidio nell’acido del figlio di un boss pentito di Cosa Nostra (1996) e il pestaggio a morte dello studente Federico Aldrovandi ad opera della polizia (2005) sono, nell’ordine, i pezzi di realtà veramente accaduta che vengono trasfigurati nel libro. L’operazione dello scrittore è ridare un senso a queste storie “che hanno traumatizzato e commosso la nostra coscienza”: non è una ricostruzione analitica volta ad accertare i fatti perché il lato cronachistico e giornalistico è dato per scontato e riassunto in poche righe. Quello che Mancassola prova a fare, con alterna fortuna, è una riscrittura letteraria di quelle storie, che riscatti e dia forma al dolore e alla morte di cui sono impregnate.

Nel primo racconto il “meccanismo trasfigurante” è svolto dal teatro: la voce narrante, interna alla storia, rende conto di una messa in scena della tragica vicenda: la rappresentazione modifica il finale negando la morte del ragazzo e concedendogli, invece, una fuga indolore.

Il secondo racconto, quello su Vermicino, attua una strategia differente: attraverso una costruzione squisitamente fiabesca fa virare la tragedia in fantastico, permettendo al bambino di incontrare i personaggi di Viaggio al centro della terra. Il narratore, esterno e onnisciente come quello di ogni fiaba, si preoccupa di significare tutto mediante l’uso di una sintassi dichiarativa e di un linguaggio iconico e perentorio.

Nel terzo racconto la vicenda di Eluana Englaro (mai nominata esplicitamente) è rivissuta attraverso la narrazione in prima persona. Lo stesso narratore della prima storia è incaricato di svolgere un reportage e per questo si trova nei pressi di Udine, dove la ragazza è ricoverata in attesa che la sentenza che le permette di morire sia eseguita. In questo caso il meccanismo che trasforma una morte (seppur desiderata) in vita è dato dalla gravidanza di una ragazzina conosciuta dal narratore. I parallelismi fra le due vicende, quella reale e quella inventata, sono fin troppo espliciti, ma l’intensità dell’esperienza e della scrittura che la esprime riescono meglio dei due precedenti racconti a dar conto dell’intento poetico

Il quarto è forse il racconto più riuscito. L’atroce morte di un ragazzino di dodici anni è infatti riferita, come sempre in questo libro, in maniera cronologica e fedele alle fonti giornalistiche e giudiziarie, ma il suo senso ultimo è detto attraverso un’operazione letteraria più ardita. Il legame fra il fatto reale e il racconto è infatti meno pretestuoso perché più squisitamente finzionale. La protagonista, la compagna di banco ai tempi delle medie di Giuseppe di Matteo, fa rivivere il bambino nei suoi fumetti, trasformandolo in supereroe. Prigioniera delle sue fantasie e autisticamente isolata dal mondo reale, riuscirà ad aprirsi alla vita solo liberandosi del ricordo di quella storia di omertà e connivenza familiare.

La quinta e ultima storia, quella forse più inspiegabile perché più vicina ai nostri giorni, è quella di Federico Aldrovandi (anche lui mai nominato). Il meccanismo trasfigurante è qui dato immaginando che il ragazzo, subito dopo essere stato pestato a morte, diventi un fantasma. Il racconto narra proprio della sua acquisizione di consapevolezza. Insieme ad altri fantasmi di ragazzi uccisi dalle forze dell’ordine verrà portato nella casa del Grande Fratello, corpo a corpo con la gioventù per antonomasia defraudata dall’illusione mediatica. Il suo uscire da uno stato di confusione funge da sintesi e raccordo per tutti gli altri racconti, per i quali valeva la stessa sfida di fondo.

Nella finzione si trova la ragione di quei fatti che la non-fiction non può dare. Tuttavia per riuscire nell’intento a Mancassola non basta costruire un mondo altro in cui sviluppare le storie possibili che non si sono date. Certi accostamenti risultano troppo velleitari e poco coraggiosi e solo a sprazzi le storie riescono ad esplorare davvero il territorio del possibile oltre l’avvenuto, e a costruire racconti che vadano oltre alla pur condivisibile lettura socio-antropologica. Se la spettacolarizzazione del reale è cosa assodata, il tentativo di forzare nel fantastico quelle trame, anziché nel cronachistico o nell’autofinzione, è un esperimento nuovo e sicuramente significativo. Anche la lingua, lenta e poco involuta, scoraggia un accostamento con altre pratiche narrative che maneggiano l’infotainment e va invece verso una direzione sicuramente originale e altrettanto interessante. Gli esiti, tuttavia, non sono omogenei e non restituiscono un’opera potente e davvero immaginifica.

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