Un’indagine sul presente #23 – Poesia

404: file not found ha da sempre avuto una particolare attenzione alle voci che raccontano il presente in modi originali e non schematici, che ne rispecchiano la multiformità. Una forma di indagine che abbiamo spesso usato è quella dell’intervista, soprattuto a proposito di letteratura e di editoria. Dopo avervi riproposto alcune delle interviste più interessanti fra quelle fatte a scrittori, editor,editori e poeti negli ultimi due anni, concludiamo (per il momento) il nostro focus di interviste a poeti con Azzurra D’Agostino, una delle autrici antologizzate nell’ Undicesimo quaderno di poesia contemporanea curato da Franco Buffoni (Marcos Y Marcos, Milano, 2012). Ringraziamo Azzurra D’Agostino per aver risposto alle nostre domande.

“Il nostro procedere è un procedere nel buio e per tentativi”: intervista a Azzurra D’Agostino

di Claudia Crocco

Azzurra D’Agostino è nata a Porretta Terme. La sua prima raccolta di poesie è stata D’in nci’un là (I Quaderni del Battello Ebbro, Porretta Terme, 2003); sono seguite Con ordine (Lietocolle, Faloppio, 2005);  D’aria sottile(Transeuropa, Massa, 2011). È anche autrice drammaturgica e di racconti. Suoi racconti ed interventi critici sono stati pubblicati su varie riviste e antologie, fra cui «Nuovi Argomenti» vol. 51 (Mondadori)  «l’Almanacco dello specchio» (Mondadori);  Bloggirls (Mondadori); Best off  (minimum fax) e In un gorgo di fedeltà, interviste a venti poeti italiani  (Il ponte del sale).

 1. La sua plaquette Versi dell’abitare, pubblicata all’interno dell’ XI Quaderno italiano di poesia contemporanea (Milano, Marcos y Marcos, marzo 2012), è introdotta da alcune pagine critiche di Fabio Pusterla. 
Pusterla scrive che la sua poesia testimonia intensamente il desiderio di vivere nel mondo, ma anche la coscienza di non riuscirci fino in fondo per la presenza di una separazione, un “ostacolo” che ci separa da noi stessi e dalle cose. Si ritrova in questa lettura della sua poesia?  C’è un legame fra questo discorso ed il titolo della prima sezione della sua raccolta precedente (D’aria sottile, Transeuropa, 2011), ossia “Il mondo esiste”, che riprende un verso di Montale[1]?

Versi dell’abitare sono in un certo modo collegati alla sezione “Il mondo esiste”, sono il tentativo di esprimere il fatto che la nostra presenza nel mondo ha a che fare col mondo, che la nostra presenza comporta delle conseguenze e dunque in un certo senso anche delle responsabilità. È un’intuizione, più un dubbio che una risposta: il mistero dell’essere resta un mistero e il nostro procedere un procedere nel buio e per tentativi. La poesia è per me un modo di prendere atto di questo mistero e di addentrarsi nel buio.

2. Uno dei motivi per cui mi sono piaciute molto le sue poesie è che mi sembrano tentativi di “raccontare il mondo” attraverso immagini. Nei suoi versi questo avviene soprattutto attraverso la definizione di geografie e paesaggi. Le strade, l’asfalto, le periferie e le camere cittadine; o, soprattutto, i borghi e le montagne dell’Appennino Tosco-Emiliano da cui proviene, sono i luoghi ai quali è affidata la costruzione del discorso poetico. Per questo motivo la sua poesia mi ha ricordato quella di Mario Benedetti (ad esempio, i versi di Restituire la terra e Natale dal paese del tramonto) e di Antonella Anedda (particolarmente per Questo inverno indifendibile). La definizione di una geografia personale è, dunque, il mezzo attraverso cui si definisce il soggetto poetico?

La raccolta Versi dell’abitare è la prima parte di un insieme di poesie che sono nate da due diverse suggestioni che mi sembrano connesse. La prima è una questione filosofica, quella del ‘portamento nel mondo’, su cui ho necessità di riflettere. L’altra è il verso di Tarkovskij che è in apertura, “Abitate la casa e questa non crollerà”. Considerando che accolgo la definizione di linguaggio come “casa dell’essere”, scrivere in poesia dell’abitare diventa allora un qualcosa dai rimandi ampi e non facilmente sbrogliabili. La questione dell’abitare il mondo – questa nostra casa che, se male abitata o desertificata da atteggiamenti noncuranti, rischia più che il crollo il tracollo, così come quella dell’essere che abita il linguaggio – è il nocciolo centrale da cui si è dipanata la scrittura. Per poter parlare di questo in poesia, mi sono accorta nello scrivere che l’unico modo che mi era possibile era quello descrittivo. Fare come delle istantanee che nella loro parzialità siano in grado di accogliere un più grande, esprimere a partire dal piccolo, dal dettaglio, una condizione. La scrittura è sempre condizionata anche dalla lettura, e sia la Anedda che Benedetti sono due poeti che stimo e amo, quindi immagino siano naturali dei riflessi del loro lavoro.

3. In una poesia di questa sua ultima silloge si leggono questi versi: “[…]Sarebbe bello forse / scrivere della Cecenia, della Cina, delle segrete / piante di Kyoto che immobili stanno nella preghiera. /Ma è questo, quello che ci è concesso: /luminarie appese nel freddo, smarrite […]”. Queste frasi sembrerebbero indicare (di nuovo Pusterla) una momentanea ammissione di impotenza o di sfiducia nelle possibilità della poesia; oppure un cambiamento rispetto alla sua produzione precedente, dove talvolta c’era un intento più dichiaratamente “etico”. Sempre in Versi dell’abitare, però, c’è un altro punto in cui sembra ribadita una tensione etica della poesia: “Chissà se si può scriverne o è immorale / che di ogni strazio sentivamo d’averne colpa / e non avevamo posto e non avevamo rimedio, / sapevamo solo / chiuderci nella stanza e riempire quella pagina /che in un mondo senza male/ sarebbe stata bianca”.  Può commentare questi due estratti?

Questa è una questione molto complessa. Sono anni che ci ragiono e giro intorno e al momento ancora non riesco a formalizzare le riflessioni in un pensiero che abbia forma di discorso compiuto o coerente. Credo che le poesie in questo si siano spinte più avanti, per cui al momento mi rimetto a quelle, anche quando descrivono un’impotenza.

4. In Versi dell’abitare, così come nella raccolta precedente, ci sono alcune poesie scritte nel dialetto degli Appennini Emiliani. La poesia dialettale in Italia ha avuto una lunga tradizione, soprattutto nel Novecento. Che funzione ha, nel suo caso?

Trovo che il dialetto sia una grande occasione linguistica, e dunque di pensiero. Accade qualcosa nel cambiare lingua, qualcosa che permette di lavorare sui suoni e sui significati in un modo diverso. Nella lingua che uso non c’è una tradizione letteraria, ovviamente non si può scrivere in emiliano senza tenere presente la grande lezione dei romagnoli, ma è pur vero che c’è qualcosa di molto diverso (innanzi tutto, credo, il fatto che la lingua in cui scrivo è quella delle montagne dell’Appennino, con tutto il suo retroterra, ben diverso dal modo di vedere il mondo dei romagnoli, gente di costa o di collina, molto più aperti, forse più gioviali, e di una terra più ospitale che il brusco Appennino). Inoltre, quando mi capita di scrivere in dialetto comunque è un dialetto misto, sporco, a tratti inventato; è vero che oggi qui non si parla praticamente più e quindi è come entrare in un mondo altro, nuovo e antichissimo insieme, arioso e al contempo sempre sul punto di scomparire. Questa cosa dell’essere sul confine tra luce e buio, e di poter chiamare le cose col loro nome sì che si richiamano le cose stesse, è un bellissimo stare.

5. Quali poeti inserirebbe in una sua genealogia personale? Senz’altro devono aver avuto un ruolo importante Hölderlin, Szymborska, Leopardi, citati in esergo alla raccolta. Ma io leggo anche un’allusione esplicita a Sbarbaro, in questi versi:  “Perché non si è al sicuro lo stesso qui / da noi, anche se resta casa la casa albero l’albero / anche se distinguiamo ancora i confini delle cose il secco delle rose dal ginepro aspro e dal fango.”  Quali poeti (contemporanei e non) sono stati importanti per lei?

Sto leggendo un libro di Bolaňo, dove c’è un personaggio, anche un po’ losco,  che a un certo punto dice: “Prima leggevo di tutto, professore, e in grande quantità, oggi leggo solo poesia. Solo la poesia non è contaminata, solo la poesia è fuori dagli affari. Non so se mi capisce, professore. Solo la poesia, e non tutta, sia chiaro, è un alimento sano e non merda.” Io continuo a leggere di tutto, perché la lettura è ciò che più mi fa star bene, però in questo passo mi sembra ci sia anche del vero. Poesia che è un ‘alimento sano’, poesia  ‘fuori dagli affari’ ce n’è molta, da tanti secoli del passato in qua. La poesia di quelli citati sento che mi riguarda e mi parla, ma anche altra: da quella di Dante a quella di Carver di Montale di Campana di Rimbaud di Ungaretti di Rosselli di Campo di Dickinson di Gualtieri di Tarkovskij di Salvia di De Angelis di Esenin di Benedetti e di tanti altri insomma.

6. In una lettera indirizzata al Sole 24 Ore nel 2010 e poi diffusa molto su internet, lei denunciava l’assenza di interesse da parte dei giornali per la poesia. Ne vorrei ricordare alcune frasi: <<Ci sono davvero dei grandi poeti tra le fila degli italiani pubblicati e poco letti […] poeti che con onestà intellettuale continuano a leggere altri poeti, poeti giovani e meno giovani, aprendo con intelligenza a questioni pregnanti e a suggerimenti di lettura degni di nota>>. Crede che la situazione, in questi due anni, sia rimasta uguale? In che modo e dove vorrebbe che si parlasse più di poesia?

Nella lettera non lamentavo col direttore la mancanza di attenzione generica verso la poesia, lamentavo l’assegnazione di uno spazio (nei già pochi spazi concessi) a un recensore su cui mi pareva ci potessero essere alcuni dubbi. Poi non è che mi interessi che si parli di più di poesia, magari mi piacerebbe che se proprio se ne vuole parlare, se ne parlasse in modo meno polemico, meno museale, meno retorico, più vivo. Tipo gli articoli, i saggi brevi, le prefazioni di Contini, di Debenedetti – che a leggerli ti si apre la testa. Qualcosa in rete talvolta accade, mi sembra, ci sono interessanti tentativi.

7. Mi ha colpito molto questa sua poesia: A T.S. Eliot, nella distanza quieta del tempo inquieto): “Dunque è questo che siamo, non lo schianto/ di un tracollo, ma una più semplice rovina/ – uno sfianco”.  Da dove ha origine?

Da ragazzina trovai citati i noti versi (che cambiano di traduzione in traduzione, ma ho memorizzato questa): ‘così finisce il mondo/ così finisce il mondo/ non con un boato/ ma con uno sfiato’. Ricordo che rimasi molto impressionata da questa idea di un mondo che non esplode ma si spegne con uno sbuffo. In un momento di scoramento, dopo quasi vent’anni da quella lettura, in un momento in cui m’era sembrato che la mia generazione (e forse il mio tempo?) fosse davvero allo sbando, confusa e abbandonata, ho ripreso il concetto e il suono che mi sono girati in testa per tutto questo tempo, traslandoli a quello che mi pareva l’oggi: una sorta di sfinimento, un essere in un qualche modo rovina, una cosa da poco, che non ha nemmeno la dignità di essere la fine del mondo, per quanto modesta possa essere.


[1] di Vento e bandiere

1 commento

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Una risposta a “Un’indagine sul presente #23 – Poesia

  1. lucy

    Si può pensare che la poesia agisca e deve agire per immagini proprio perché è la sua forma propria, ne è è il suo sostentamento, proprio per la sua caratteristica di incisione, brevità, sintesi insomma che ‘debella’ le ideologie e retoriche ideologiche appunto spesso della prosa scritta, che si vuole esercitare in un giro di razionalismi, a parte qualcuno, che rincorrono un tentativo d’essere capiti o di proporre un’etica, che, palesemente risuona solo pedante e fastidiosa per il lettore che cerca invece leggerezza e brevità. In un mondo in cui anche Internet, col suo via vai di social network ne ha copiato la forma (la brevità come Twitter) e ne rispecchia la modalità. Agire per immagini è ormai proprio della poesia e spero sia sempre così.

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