Un’indagine sul presente #20 – Poesia

404: file not found ha da sempre avuto una particolare attenzione alle voci che raccontano il presente in modi originali e non schematici, che ne rispecchiano la multiformità.
Una forma di indagine che abbiamo spesso usato è quella dell’intervista, soprattuto a proposito di letteratura e di editoria. Dopo due settimane intense di focus sui giochi Olimpici,  per questa seconda metà di agosto abbiamo deciso di riproporre tutte le interviste raccolte in questi due anni di lavoro a scrittori, poeti e persone coinvolte nel mondo dell’editoria. 
In quest’ultima settimana, vi proponiamo una rassegna di interviste fatte a poeti, fra le quali alcune ancora inedite, che segnaleremo via via.

Buona lettura!

Poesia, tradimento, essere superstiti: Intervista a Paolo Maccari

di Claudia Crocco

Paolo Maccari è nato a Colle Val d’Elsa (Siena) nel 1975. La sua prima raccolta, Ospiti (con prefazione di Luigi Baldacci, Lecce, Manni, 2000) è stata vincitrice del premio “Bagutta Opera Prima” e “Città di Pisa”. Nel 2006 ha pubblicato presso Edizioni dell’Obliquo (Brescia) la plaquette Mondanità.  Alcune sue poesie sono state pubblicate su riviste e antologie, fra le quali Parola Plurale (Roma, Sossella, 2005) e quella della nuova poesia italiana curata da Philippe Di Meo per la Nouvelle Revue Francaise nel 2007.  Come critico, oltre a collaborare a molte riviste (fra le quali “L’Indice dei libri”, “Poesia”, “La rivista dei libri”), Maccari ha pubblicato un’ampia monografia su Bartolo Cattafi ( Spalle al muro, SEF, 2003). Quest’anno è stato pubblicato il suo ultimo importante lavoro: Il poeta sotto esame. Con due importanti inediti di Dino Campana (Firenze, Passigli, 2012).
È stato nostro ospite a Siena in occasione di “Con gli scrittori”.  L’abbiamo poi incontrato a Firenze nella primavera 2010, quando era stato pubblicato da pochi mesi la sua ultima raccolta di poesie, Fuoco amico (Firenze, Passigli, 2009). Una versione ridotta di quel colloquio è poi apparsa su pordenonelegge.it. Vi proponiamo oggi la versione integrale dell’intervista, ancora inedita.

Innanzitutto, parliamo del titolo della tua raccolta, Fuoco amico. Nella prima parte emerge la figura di un testimone in cella, che è “sotto osservazione”, come ci informa la prosa della pagina iniziale (Strettamente riservato[1]). C’è un legame forte fra il titolo del libro e la figura del ‘testimone’ ?

Sicuramente il legame c’è, ma c’è anche un senso più generale per il titolo. Forse all’inizio era più pensato in relazione alle poesie sui rapporti sociali, sul tema del rapporto con l’altro. Spesso, nei testi di questa raccolta, si parla delle offese, delle ferite che vengono procurate da chi ti sta vicino: perciò “fuoco amico” aveva anche questo senso. In realtà sono affezionato al titolo perché è polisemantico. C’è la metafora bellica, di primo grado, e l’accetto volentieri. Ma non mi dispiace l’idea dell’incandescenza dei rapporti: ad un certo grado di intensità diventano così forti che per quel fuoco ci scalda e ci danneggia.

Una delle parole che ricorrono di più è ‘tradimento’, insieme ad altre dello stesso gruppo semantico, come ‘pace, ‘guerra’, pace senza pace’, ‘testimoni’. Dunque si può dire che il nucleo tematico della raccolta è l’esperienza di tradire ed essere traditi, e che una sua declinazione è costituita dalla figura del superstite nella prima sezione?

Sì, è vero. Naturalmente, c’è anche un movimento interno: il tradimento è anche il mio. In generale, volevo parlare del tradimento di se stessi, dell’incapacità di funzionare e di aderire ad un’immagine dell’io che vorresti; per cui ti tradisci. Riguardo al superstite: in alcune recensioni  lo hanno presto identificato con un giovane terrorista; per me va anche benne, ma mi piacerebbe anche che rimanesse una figura sfrangiata. Non avrei niente in contrario anche a che venisse considerato un eretico del Cinquecento o addirittura uno degli apostoli, ecco. Non vorrei ci fosse una determinazione precisa. Quello che mi interessava era anche un problema quasi dostoevskijano: perché si aderisce ad un’ideologia? Secondo me spesso lo si fa per trovare, appunto, un “fuoco amico”, un calore. Nel momento in cui le si toglie tutto l’aspetto sociale, un’ideologia è in grado di rimanere in vita? Per me è difficile che sia così. Questo discorso nasce anche da miei ricordi: durante l’adolescenza conoscevo persone a parole molto progressiste, ed in realtà poi crudeli, mettiamo, con il compagno più debole. È un’esperienza comune a tutti, credo, ma per me questo era terribile. L’ideologia allora cos’è? In molti casi è un orpello e non è partecipata fino in fondo. L’ideologia richiede -dovrebbe richiedere- una riflessione preventiva molto profonda: spesso, invece, è la conseguenza di un invaghimento esterno, o addirittura di un trauma.
Nel caso del personaggio che dice io in queste poesie, si capisce subito la sua debolezza: è un giovane che nell’ideologia aveva trovato una famiglia, cioè questi compagni; nel momento in cui si trova solo, si sente totalmente orfano, e si rende conto che la madre non era l’ideologia, ma i suoi compagni. Infatti in un momento di consuntivo dice “ vi celebro e vi disfaccio”: li allontana, quindi. Seguono sue fasi deliranti; ma a un certo punto prova a ridire (e sono in corsivo) le parole d’ordine di quel gruppo ipotetico: solo che, dicendole da solo, le sente inautentiche. Per questo c’è la crisi finale. Qui ammetto di aver voluto lasciare l’ambiguità, non si capisce che fine farà il superstite; non si sa se lo ammazzano, se lo mettono in prigione, se impazzisce.

Nelle sezioni successive si alternano dialoghi, temi personali, momenti di riflessione ironica ed allo stesso tempo etica sul presente: per questo si è parlato, a proposito di Fuoco amico, di “un’unione tra etico e individuale”. Secondo me uno dei suoi punti più interessanti è in Lettera a un amico sui tempi recenti, ad esempio. Quanto ti ritrovi in queste definizioni?E in che senso la poesia è per te “un’impresa di liberazione”, come la definisci in un verso della raccolta?

Dunque, il concetto di “liberazione” era innanzitutto autobiografico: si trattava della liberazione da fantasmi o da demoni che sentivo premere in relazione a me stesso. Però credo anche che una poesia, nel momento in cui fa cronaca, anche minuta, possa riuscire a lievitare in storia. Ricorrendo ad una metafora per rendere il concetto, mi piace l’immagine del sismografo: il sismografo non registra quello che sta succedendo alla luce del sole, quanto quello che succede nel sottosuolo; però è da lì che nascono i terremoti. Con la poesia è lo stesso. Per me la poesia civile esplicita è difficile: c’è un rischio oratorio e retorico enorme, in cui per esempio è caduto Pasolini, e in cui sono caduti fior di poeti.
Anche in Lettera a un amico sui tempi recenti vale questo discorso duplice: da un lato volevo rimediare ad una “squallida autobiografia”, diciamo pure. Avevo realmente un amico che mi sembrava non partecipasse come me ai casi contemporanei.  Ma dall’altro cercavo , in generale, una sorta di denuncia. Io credo che i libri di poesia possano essere anche molto “civili”, in un modo diverso; e raccontare, ad esempio, gli anni Sessanta o gli Ottanta in modo efficace tanto quanto i libri di storia.

Seguendo queste tue premesse, cosa volevi comunicare degli anni Zero?

Bella domanda, certo. Volevo esprimere disagio.

Disagio individuale  nei confronti del mondo, e insieme disagio collettivo?

Sì. Un disagio di tutti, nel rendere conto di se stessi di fronte agli altri. Noto una grandissima difficoltà di “mostrarsi in maniera attendibile”. Siamo talmente portati ai camuffamenti retorici, che ci vengono completamente spontanei. Mi fa impressione, a volte, vedere dei miei coetanei che si sentono ‘investiti’, che fanno i poeti ufficiali (di quale ufficialità, poi, lo ignoro).  Credo che per tanti versi recitiamo di continuo, in una parodia di qualcosa che c’era e non c’è più.

Quindi che ruolo ha la poesia per te? In che senso ti senti un poeta? Se qualcuno ti chiede che cosa fai nella vita, come rispondi?

La poesia per me è la cosa più importante, è la parte di me a cui più tengo; ma non credo sia ciò che mi qualifica in qualche modo di fronte agli altri. E’ una parte di me, in modo naturale; e cerco anche di condividerla, di comunicarla.. Ma non credo di poterla imporre agli altri, non come immagine totale di me. Probabilmente non è mai stato del tutto così; non è che Montale si presentasse alle persone dicendo “Salve, io faccio il poeta”. Quando andava a fare la spesa, non è che dicevano “Fai il conto al poeta”: dicevano, piuttosto, “Fai il conto al giornalista”, o qualcosa così.

In Fuoco amico sono presenti anche alcuni sonetti. Che valore ha il tuo uso di forme metriche chiuse?

Il sonetto, certo. Allora, il punto è, dico una cosa banale e risaputa, che giungere alla libertà attraverso la liberazione rende quella stessa libertà più autentica e potente. Scrivere in versi liberi dopo esser passati attraverso la costrizione produce una diversa consapevolezza, non solo sul piano artigianale, ma direi quasi emotivo. Lo stesso avviene con la metrica chiusa quando si accetta in maniera non tranquilla, non amniotica. Il sonetto per me conserva, a tutt’oggi, un valore sperimentale: i sonetti sono quasi tutti irregolari, cerco di diroccarli dall’interno. Allo stesso tempo, lo sperimentalismo è anche ‘pensare per sonetti’- che per me è un modo molto spontaneo -: quelle due quartine e quelle due terzine ti permettono di pensare in versi in maniera molto strutturata, ma insieme molto naturale. Quando ho iniziato a scrivere, non sentivo una forte rottura rispetto alla tradizione: perché io ho letto tantissima poesia antica, e soprattutto cinquecentesca, per cui i miei modelli erano spessissimo sonettisti. In seguito ho scoperto la poesia contemporanea, mi sono laureato su Bartolo Cattafi e lui mi ha folgorato, insieme ad altri poeti del Novecento italiano e straniero (l’Ottocento era una passione già della mia adolescenza). Tra i tanti modi di categorizzare i poeti penso ci sia anche questa: è molto diversa, come approccio e come esecuzione, diciamo, la categoria dei poeti che partono dalla tradizione, dico proprio a livello di formazione, e arrivano al contemporaneo, rispetto alla categoria di quelli che partono dal contemporaneo e poi recuperano, se la recuperano, la tradizione.
Un esempio che al momento mi interessa molto, su un piano più ampio, è quello di Fortini, partire da una lingua morta per contestare un presente. Per me lui è stato importantissimo per il rapporto tra poesia civile e formalizzazione letteraria. La “lingua morta” è importante innanzitutto sul versante etico: io questo lo sento molto. Oggi si parla molto dell’aspetto sociologico della poesia, di come riguadagnare lettori; per me che la poesia rimanga una lingua altra è nella sua natura.

Temi la banalizzazione, la svalutazione della poesia?

Non esattamente. L’ abbassamento della poesia va avanti ormai da più di un secolo, dai crepuscolari mettiamo. Credo che oggi sia impossibile trasgredire, perché è stato già fatto e rifatto. Una forma di “neo- neo- avanguardia”, se puntasse su un effetto di scandalo, non sarebbe neanche possibile: ormai sarebbe un’avanguardia di quinto grado, perché anche la neo-avanguardia, con i suoi meriti e i suoi demeriti, ha cinquant’anni. E poi, notoriamente, il pubblico è abituato a queste cose: sperare in un attrito di scandalo mi pare, in definitiva, illusorio.
Comunque ci sono piani diversi di struttura – e di sperimentazione – linguistica. Si  può scegliere un dettato piano: come fanno, se vuoi, gli epigoni della linea lombarda. Alcuni sono ottimi poeti e procedono nel senso di questo tipo di abbassamento. Ma non credono, almeno i più consapevoli, di opporsi ad un istituto letterario, perché ormai anche loro sono parte di un istituto. La rottura oggi non esiste, per cui se i criteri di giudizio devono per forza adeguarsi a un forte eclettismo: il che può essere un fatto positivo perché ci consente di concentrarci sul livello qualitativo.

Quanto credi  si possa ancora comunicare attraverso la poesia, ovviamente senza limitarsi ad un pubblico di critici piuttosto ristretto? Prima sembravi voler dire che è inevitabile una banalizzazione se si forza la pretesa di comunicazione diretta.

No, lungi da me ogni idea aristocratica della poesia. Quello che volevo dire è che il pubblico a cui può arrivare la poesia dipende molto, secondo me, al di là dell’aspetto formale, da quello concettuale. C’è un’oscurità congenita nella poesia oggi, che non deriva dall’uso lessicale; ma dai concetti, dalla loro complessità e soprattutto dalla loro articolazione. Una poesia complicata può fare a meno della tradizione. L’ermetismo nella sua accezione comune, ad esempio, rappresenta una poesia complessa perché analogica. Io non credo che la mia sia una poesia complessa: me lo conferma la consueta lettura degli amici non letterati. Quantomeno la capiscono, di solito; mentre non capiscono altri libri di poesie, perché a questi amici manca una coscienza storica. Se uno gli dice “questa è una poesia sperimentale, che si sta opponendo ad un altro orizzonte”, non hanno né quell’orizzonte, né quello di poesia sperimentale. Come nell’arte contemporanea, no? Se non conosci l’arte figurativa del Novecento, è difficile comprendere un’istallazione di oggi, non ne cogli il senso dialettico. Nella mia poesia io cerco di capirmi, e di non procedere per enigmi. Credo che così si riesca ad essere intelligibili. In poesia è una grandissima tentazione: quella di scrivere usando l’inconscio: intanto si hanno meno responsabilità, si può benissimo dire, di qualsiasi verso: “Era un mio impulso, che anch’io non so controllare né giustificare”. Ma questa tentazione va tenuta a bada. Per questo io cerco di trasmettere una certa parte di me, se vuoi anche inconscia o emotiva, con delle microspie, per esempio nella musicalità: il ritmo, il sonetto, la rima ecc.. permettono di esprimere una parte meno trasmissibile a livello logico (un discorso simile lo faceva, con ben altra intelligenza e raffinatezza, Giovanni Raboni). Al tempo stesso mi piace che quest’aspetto conviva con un messaggio abbastanza limpido, ecco, non misterioso.
Quindi, per tornare alla tua domanda, credo nella poesia come comunicazione, ma forse quasi privata. Non credo che cambi le cose o che possa avere una circolazione maggiore; ma non credo nemmeno che sia poi un grosso male. Mi ricordo un articolo del Raboni appena citato, in si cui commentava la proposta di fare classifiche di vendita dei libri di poesia. Raboni sperava che non succedesse:  perché oggi quel che ha di bello il poeta è che non vuole piacere per forza al pubblico, visto che non ha un pubblico ampio a sua disposizione. Ciò non toglie che possano esserci poeti di successo, anche grandi; e ce ne sono stati. Inoltre credo che, negli ultimi dieci anni, la situazione della poesia sia migliorata, ad esempio, sul piano critico – non per quanto riguarda me, ma in generale.  Secondo me ci sono dei critici attrezzati e giovani; questo è importante. Ci sono stati dei periodi in cui la critica militante non si occupava di poesia; ora le cose sembrano un po’ cambiate. Pochi anni fa Andrea Cortellessa, ad esempio, disse che gli pareva più interessante la poesia italiana che non la narrativa. È un sintomo confortante: la poesia è anche inutile a livello economico: non acquisti molto potere facendo critica di poesia. Banalmente i romanzi hanno una visibilità infinitamente maggiore, giornalistica e in generale mediatica. Eppure come Cortellessa la pensano in tanti, credo, e si tratta spesso di critici giovani e bravi.

A questo proposito, cosa ne pensi delle “classifiche di qualità” (come quelle del progetto “Dedalus-Pordenonelegge”?) Come consideri il contesto editoriale attuale della poesia italiana? Pensi che su questo possano avere un effetto stimolante?

Ho letto su internet che sono sorte molte polemiche riguardanti queste classifiche. Devo dire che il mio giudizio al riguardo coincide con le repliche degli organizzatori: “Se siete capaci, fate di meglio”. Con questo voglio dire che forse è un’iniziativa perfettibile, ma secondo me è sicuramente valida. Per quanto riguarda l’aspetto, per così dire, antagonistico, che nasce da combriccole, amicizie, etc…  Non so, può anche darsi che ci sia questo margine di rischio, che è dappertutto; ma, anche con questi rischi, rimane un’iniziativa che ha un effetto di stimolo sull’editoria e in generale sulla cultura.  Probabilmente un editore può essere  leggermente più invogliato a pubblicare libri di poesia, perché si rende conto del fatto che possono avere un pubblico non ampio ma appassionato. E poi che centoquaranta lettori per così dire “attrezzati” facciano queste classifiche crea un effetto minimo di straniamento, rispetto alle classifiche che si trovano ad esempio sui quotidiani (quelle stesse in cui Raboni non si augurava di trovare la poesia). Poi non so come si evolverà: se fossero anche di più, i lettori, non sarebbe male. Comunque secondo me a iniziative di questo genere è giusto fare delle critiche solo se costruttive.

Tornando, infine, a Fuoco amico, da dove nasce l’idea delle traduzioni, che vanno a formare l’ultima sezione del libro, emblematicamente chiamata Tradimenti?

Così si arriva al cuore di una diatriba millenaria: una traduzione deve essere bella e infedele o brutta e infedele? Io non ho una risposta precisa. Ho voluto fare non traduzioni ma tradimenti, rifacimenti, con palese infedeltà. Comunque questa sezione nasce innanzitutto dall’amore per i poeti che ho tradotto. A sedici, diciassette anni, i miei miti erano non calciatori, ma poeti; quindi per me è anche un omaggio alla mia adolescenza – Rimbaud è quello che amavo di più. Dunque in parte è rimasta l’aura di primo amore; certo, nelle poesie tradotte ci sono anche temi che mi interessavano, ovviamente. Ma, alla fine, tradimento e traduzione non sono così lontani, etimologicamente. Il concetto di tradurre come esportare non è lontano da quello del tradire: non c’è mai trasporto senza tradimento. Inoltre ci sono tantissimi poeti che traducono poeti diversi da loro: oltre a quelli che traducono i loro pari, ci sono quelli attratti dal diverso da sé. Ad esempio, Vittorio Sereni. Ovviamente questo corrisponde ad una pulsione interna, che era censurata nella sua poesia, e invece in quelle traduzioni  poteva essere sbrigliata. Io ho fatto anche questo: con Pound, in alcune poesie. Per esempio l’ultima, Francesca, è sfacciatamente sentimentale: è una poesia d’amore classicissima. Mi è piaciuto essere così sentimentale, perché di solito non me lo concedo.

Spesso, al contrario, nelle tue poesie si avverte quasi una forma di sentimentalismo rovesciato ed ironico: ad esempio, in Dialoghetto crudele, forse la meno sentimentale di tutte (“Per la continuità con cui mi ami […]/ forse mi sbaglio e sorseggio un discorso/ che non potrei e non potrei ma mai/ […] Voglio soltanto licenza di tradire/ Lasciarsi non è facile e distruggerti/ sarebbe fastidioso; ma ecco il seno/ è mio e tuo: se vuoi è il tuo cuscino/ su cui piangere la mia indifferenza…>>/ […] Io allora sposterò piano il corpo/ e tu dolcemente riposerai/  e non ci lasceremo, poverino, / per così dire, mai>”) . In questo ed in altri testi sembra di assistere ad una descrizione inedita, in qualche modo forse antilirica, dei sentimenti. Cosa ne pensi?

C’è una forma di contestazione dei rapporti, diciamo. È sia una forma di difesa – allontano, in qualche modo, alcuni fantasmi- ; sia una forma di contestazione di alcune idee e di alcuni modelli: ad esempio, riguardo al rapporto di coppia. È chiaro che ho voluto calcare la mano, no? Per esempio, in Dialoghetto crudele, il personaggio maschile è veramente terribile, perché è di un’acquiescenza inverosimile. Per me è uno spauracchio, è come non vorrei mai essere io. E allora mi serviva un controcanto femminile tale da rivelare quello maschile come nemmeno debole, ma vigliacco, ecco. La codardia mi interessa molto come argomento: non in senso moralistico, figuriamoci. Mi interessa come stato mentale, perché molto spesso è uno stato di shock, e io non credo si possa correggere più di tanto. Mi interessa molto prenderne consapevolezza – della mia, innanzitutto. In generale, credo che riconoscersi codardo sia in molti casi un esercizio di liberazione. Anche nella parte iniziale, quella dell’ “ultima voce”, si parla molto di codardia. Il testimone, alla fine, forse non è realmente codardo. In qualche modo paga il peccato iniziale: ossia il fatto che per lui quell’avventura sia stata solo un’avventura sentimentale. Per questo, tolto il contesto del sentimento, si sente del tutto svuotato. Credo che questo riguardi tantissime situazioni umane: nel momento in cui ti manca lo stimolo sentimentale, l’ideale in sé si rivela vuoto. Forse è applicabile anche a certi tipi di religiosità.

In Fuoco amico ci sono alcune poesie in cui è affrontato direttamente il tema della religiosità: ad esempio Orazione, o Preparativi cristiani. Qual è il loro significato, alla luce del macrotema della codardia?

Sicuramente c’è. Ad esempio, in Preparativi cristiani, c’è un’evidente nota ironica intorno al fatto principale, ossia il suicidio. In quel caso il personaggio che dice io pianifica il suicidio a freddo, e così dimostra anche l’assurdità razionale della sua fede distorta. L’assoluzione sarebbe possibile solo grazie ad una fede: ma la sua è una fede cristiana che non cozza con l’intento di suicidarsi. Quindi è una fede solo esterna, ecco. Una fede-riparo, malleabile e permissiva. Infine una fede senza radicalismo che mi ispira compassione e un leggero orrore. Credo che questo poi sia il senso generale che volevo dare.



[1]C’è un solo superstite ed è in cella, tenuto sotto osservazione. Il protocollo impone,e  la prudenza consiglia, di lasciarlo completamente solo, senza acqua e né cibo, per ventiquattro ore. È giovane, quasi un ragazzo. Non è un membro di spicco: i membri di spicco, purtroppo, sono stati uccisi durante l’operazione. Forse è addirittura uno degli irresoluti di cui avevamo qualche incerta notizia. Il superstite potrà esserci di grande aiuto, pertanto, ma ancora non sappiamo in che modo e misura. Conviene, per ora, rispettare l’attesa. […] Se ce ne sono altri, fuori, occorre lanciargli chiaro questo messaggio: che moriranno. Come continuiamo a ripetere noi e voi, questo deve essere un secolo ordinato. / Vi terremo aggiornati ecc.”  (P. Maccari, Strettamente riservato, in Fuoco amico, Firenze, Passigli, 2009, p. 9)

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