Un’indagine sul presente #19 – poesia

404: file not found ha da sempre avuto una particolare attenzione alle voci che raccontano il presente in modi originali e non schematici, che ne rispecchiano la multiformità.
Una forma di indagine che abbiamo spesso usato è quella dell’intervista, soprattuto a proposito di letteratura e di editoria. Dopo due settimane intense di focus sui giochi Olimpici,  per questa seconda metà di agosto abbiamo deciso di riproporre tutte le interviste raccolte in questi due anni di lavoro a scrittori, poeti e persone coinvolte nel mondo dell’editoria. In quest’ultima settimana, vi proponiamo una rassegna di interviste fatte a poeti, fra le quali alcune ancora inedite, che segnaleremo via via.

Buona lettura!

“Il mandato poetico scaturisce da un imperativo di cui si ignora l’origine”: colloquio con Milo De Angelis

di Claudia Crocco


Quest’intervista è precedentemente apparsa su pordenonelegge.it

1) In Quell’andarsene nel buio dei cortili tornano, declinati in forma nuova, alcuni temi caratteristici della sua opera (l’adolescenza, la giocatrice, il valore dell’attimo). Qual è il rapporto fra questo libro e i precedenti?

Devo dirti, cara Claudia, che più passa il tempo e più cerco di sfuggire a una lettura per temi. La maggior parte di queste poesie sfugge a un tema definito. Ci sono troppi frammenti che non riescono a diventare tema. Ci sono immagini solitarie e sotteraneamente intrecciate: citofoni, anime disperse, corpi abbandonati e corpi ritrovati, passioni manifeste e passioni costrette in un’edicola. Ogni poesia fa emergere una sua nota che vuole essere intesa nella sua solitudine e nella sua mortalità. D’altra parte – me ne rendo conto rileggendo il mio libro di interviste – è proprio l’autore  che talvolta suggerisce una lettura tematica. Ma l’autore si sbaglia.

2) Ricorrono spesso riferimenti alla poesia come ad una traduzione, espressione di una “interminabile parola data”. A un certo punto si legge: “abbiamo scritto per un mandato | certo come il nostro smarrimento”. Mi sembra che in questi versi si esprima efficacemente una tensione etica che pervade tutta la sua poesia: mi riferisco all’aspetto imperativo, alla dimensione che lei stesso ha definito di “tribunale delle parole”, paragonando l’esperienza della scrittura a quella del carcere. Può commentare questo passo? Come e perché la poesia è un mandato?

 Il mandato poetico scaturisce da un imperativo di cui si ignora l’origine. Quando si è provato a indicarla, questa origine, tutto si è ridotto a un mandato sociale o psicologico, a una missione politica o a una malattia. L’imperativo è terribile perché ti riguarda violentemente, nuota nel tuo sangue, eppure ti è sconosciuto. E tu gli obbedisci come si obbedisce a uno sconosciuto: con urgenza e tremore, augurandoti di avere inteso bene,  di avere tradotto bene. Di fronte a ogni bivio – e ce ne sono in continuazione – tu scegli una via, assumendo però su di te tutto il peso e la verità dell’altra che hai negato.

3) L’ultima sezione del libro è intitolata “Canzoncine”. Qual è l’origine di questo titolo? E a chi si rivolge l’io poetico nell’ultimo testo, quando dice: “insegnatemi il cammino, voi che siete | stati morti, attingete la nostra | verità dal pozzo sigillato , staccatevi dal tempo”?

 “Canzoncine” prosegue una lunga tradizione di “nugae” e “lapis”, “bagatelle”e “mottetti”, in cui il poeta sorride sul dramma in atto. Ho voluto creare un tono da allegretto per condurre l’essenziale a una misura breve, talvolta un aforisma, e vederlo straripare dal secchiello. Nell’ultima poesia mi rivolgo a coloro che sono stati in compagnia della morte e possono svelarmi qualche dettaglio sul loro incontro.

4) In una recensione al suo ultimo libro, Giuseppe Genna ha scritto che ripercorrere la sua bio-bibliografia è anche un modo per ripercorrere la storia dell’evoluzione della poesia italiana degli ultimi trentacinque anni. Lei compare in quasi tutte le antologie pubblicate da Il pubblico della poesia in poi, ma i suoi testi sono stati interpretati nei modi più diversi, anche opposti fra loro. Molti l’hanno legata indissolubilmente alla Parola innamorata e al recupero di una poetica ‘orfica’. Lei ha ripetutamente affermato di non sentirsi un poeta orfico nel senso ‘storico’ del termine e, parlando dell’antologia di Pontiggia e Di Mauro, ha spiegato di averne condiviso soprattutto “l’idea che la poesia non è mai riconducibile a nessuna interpretazione di tipo sociale, o psicanalitico, linguistico o filosofico” (cito direttamente da un’intervista rilasciata a Massimo Gezzi nel 2006 e pubblicata su “Atelier”).

Dopo tante battaglie, vorrei venire a patti con l’orfismo, vorrei almeno giungere a un onorevole armistizio. Se orfica si definisce una poesia appassionata al motivo della salvezza, alla discesa nel buio, al patto mortale, indubbiamente c’è una traccia orfica nei miei versi. Diciamo una traccia di orfismo metropolitano, sfregiato dai linguaggi contemporanei e lontano da una poesia di archetipi. L’esperienza di Campana mi ha colpito fin dall’inizio e mi scuoteva l’idea di tradurla in un paesaggio di metano e di palestre. La Parola innamorata, invece, non mi sembra imparentabile con l’orfismo, con una qualsiasi visione dell’orfismo.

5) A trentacinque anni da Il pubblico della poesia, il paradosso per cui chi scrive poesie e chi le legge coincidono quasi del tutto non scandalizza più nessuno. Secondo lei, questa è una condizione di forza o di debolezza per il genere lirico?

 I veri lettori, come i veri poeti, sono pochi, pochissimi. Un drappello di eroi che mi lascia incredulo ogni volta che ne incontro uno. Sono pochi, ma ci sono, e ci ricompensano di quelli che mancano.

6) Come giudica la poesia italiana contemporanea? Paragonandola agli anni in cui ha dato vita a “Niebo”, che cosa pensa dello spazio che ha la poesia oggi nella società italiana?

Ho diretto fino a ieri una collana in cui sono usciti alcuni tra i migliori poeti nati negli anni settanta. Sul loro valore rispetto a noi giovani di quella stagione, non è ancora possibile dire. Ma sulla situazione editoriale forse sì. Allora c’erano tre o quattro collane, e poi il sottobosco. Bisognava pubblicare lì per esistere. Oggi c’è qualcosa di più mobile e, come ai tempi di Sereni, i poeti hanno rispreso a dirigere collane (Transeuropa, Jaka book, Raffaelli, Marietti, La Vita Felice, altri) e lo fanno il più delle volte in modo serio e appassionato. E questa è una buona cosa.

1 commento

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Una risposta a “Un’indagine sul presente #19 – poesia

  1. lucy

    si, a volte o quasi spesso la lettura si sofferma su attimi, una poche parole, perché credo questo sia il percorrere stesso dell’anima in tal maniera, essa ha bisogno di assimilare e spesso si nutre di poco o deve nutrirsi di poco; come quando noi mangiamo un solo tipo di piatto al giorno, non tanti: la frammentarietà delle immagini poi è dovuta a una intensa ricerca ed esposizione al sentire, che coglie quanto più per diventare ricerca

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