Un’indagine sul presente #18- poesia

404: file not found ha da sempre avuto una particolare attenzione alle voci che raccontano il presente in modi originali e non schematici, che ne rispecchiano la multiformità.
Una forma di indagine che abbiamo spesso usato è quella dell’intervista, soprattuto a proposito di letteratura e di editoria. Dopo due settimane intense di focus sui giochi Olimpici,  per questa seconda metà di agosto abbiamo deciso di riproporre tutte le interviste raccolte in questi due anni di lavoro a scrittori, poeti e persone coinvolte nel mondo dell’editoria, insieme a qualcuna ancora inedita. In quest’ultima settimana, vi proponiamo una rassegna di interviste fatte a poeti, fra le quali alcune ancora inedite..

Buona lettura!

“La poesia crea uno spazio, che è un luogo in comune”. Intervista ad Antonella Anedda

di Claudia Crocco

L’8 novembre 2011 abbiamo incontrato e intervistato Antonella Anedda, a Siena per partecipare a uno degli incontri organizzati da Incontrotesto. La ringraziamo per aver risposto a queste nostre domande.

Il suo ultimo libro (La vita nei dettagli, Roma, Donzelli, 2009) va al di là dei generi, intrecciandoli. La sua formazione di storica dell’arte ed il suo forte interesse per le arti figurative sono presenti ed importanti tanto quanto l’attività poetica: La vita nei dettagli è un libro fatto di immagini, ma è anche un libro che riguarda la poesia. Una delle forme più usate per tenere insieme liriche e arte visiva è quella dell’ecfrasi, che lei stessa nomina. In realtà a me non sembra che lei usi la poesia per commentare le immagini, quanto piuttosto che voglia servirsi di entrambe per glossare, commentare la realtà. Cosa ne pensa?

Quello che lei nota è giustissimo. Non è un libro ecfrastico, infatti. Si pone il problema dell’ekphrasis; ma io ho provato a non farne un libro soltanto efrastico, anche se poi fatalmente da alcuni è stato letto così. La dimensione giusta è quella che dice lei: il tentativo di usare sia le immagini che le parole come materiali di costruzione (o di ‘decostruzione’) ; ma sempre in rapporto con la realtà. Quindi non un commento al visibile, ma un dialogo con la realtà. Infatti – questo me l’aveva fatto notare Stella, che è uno storico dell’arte – , in realtà poi questo libro, partendo dai dettagli, diventa una sorta di fabbrica. Ci sono materiali esposti; le cose, la materia, sono messe quasi a nudo.

Quindi per lei sia l’arte figurativa che la poesia sono, di fatto, modi per commentare le cose. Spesso sembra che la sua poesia serva per “dare voce”. Nel suo focalizzarsi sui dettagli, lascia intendere che alcuni di essi, per quanto minimi, possano essere rivelatori.

Sì, per dare voce, e per dare vita. Penso che un dettaglio, per quanto apparentemente insignificante, spesso possa essere più rilevante di altri. Ovviamente ognuno può essere colpito da dettagli diversi. Io mi ritengo soprattutto un’osservatrice: quando guardo un paesaggio – o un quadro, una casa – sono attratta da un determinato dettaglio piuttosto che da un altro. È a partire da quel dettaglio che poi ragiono (con passione) con quello spazio.

Dunque alla base delle poesie c’è qualcosa di viscerale, che deriva da un forte contatto con le cose. Tuttavia lei poi sottoposto poi ad un forte processo di formalizzazione, di strutturazione formale. In base a quanto lei scrive nel libro, sia la poesia che l’arte servono a cogliere dettagli fondamentali – e, spesso, trascurati. Questa attenzione alle cose ‘minime’ è presente in moltissime delle sue poesie. Lei rovescia la gerarchia ordinaria fra particolare ed universale, fra ciò su cui vale la pena soffermarsi – dando voce – e ciò che è tralasciabile. Questo è ciò che dovrebbe fare la poesia?

È sempre misterioso il modo in cui nasce una poesia. Spesso nasce proprio da resti, scarti. A volte l’origine è proprio un foglio lasciato lì per giorni, che poi in qualche modo, improvvisamente, prende vita. In questo credo che proprio la formazione di storica dell’arte abbia un peso. La poesia per me deve comunque avere un’architettura, una struttura. Ovviamente io non parto dalla struttura, ma la cerco. Il dettaglio spesso ha il ruolo del mattone, della pietra; mentre le parole sono i ciottoli, che si usano a seconda di quello che si vuole costruire. Devono “tenere” e se ne togliamo uno la struttura crolla.
Costruire, ma anche cucire. Ci sarà una sezione del mio prossimo libro (che uscirà a gennaio 2012) intitolata “Cucire”. Le parole sono anche pezzi di stoffa che poi combaciano, e rivelano una storia, una trama. Io poi sono sarda, per cui ho il tappeto nel mio DNA.

Di recente mi è capitato di ripensare a questi suoi versi: “[…]una lingua capace di dire ciò che preme/ Suono, frontalità, selvatiche radici” ; e poi “volevo che una lingua anonima/ – la mia-/ parlasse di molte morti anonime” In molti suoi testi sembra emergere una dialettica fra la sfiducia nelle possibilità del linguaggio di connotare e descrivere la realtà, da un lato, e, dall’altro, il bisogno di servirsi della lingua, e della poesia, come unico strumento conosciuto per dar voce alle cose. Si ritrova in quest’analisi?

Sì, certo. Mi sembra importante riflettere su quale lingua usiamo, su qual è il modo di dire la realtà. Una volta un poeta amico, Stefano Dal Bianco, mi ha detto: “Tu usi un linguaggio alto”. E’anche una poesia da questo dialogo. In realtà uso il linguaggio che ho sempre sentito ‘in famiglia’. Sono nata a Roma, ma le mie radici sono sarde e il sardo è un’altra lingua in cui sono rimaste molte costruzioni latine, anzi scimmiottate dal latino come scrive Dante. Forse questo può dare un’impressione di arcaicità, ma non di altezza.
In Sardegna non c’è contaminazione fra il dialetto, così diverso, e l’italiano. Se fino a poco tempo fa si intervistava un pastore sardo, questo parlava un italiano addirittura forbito; raramente avrebbe sbagliato un congiuntivo. Quando ho scritto delle poesie in logudorese mi sono resa conto ad esempio, del perché mi piacciano le consonanti. Il sardo è pieno di consonanti, ha anche un suono aspro. È una lingua sintetica, proprio perché appunto è molto vicina al latino.

Però per lei la lingua della poesia è soprattutto l’italiano?

Sì, credo che sia l’italiano; ma con alcuni suoni, con alcune radici “selvatiche”, come si legge nel passo che lei ha citato. Poi ci sono alcune voci, un particolare silenzio, il ritmo..

“There’s no subject. It is what you put on the canvas and how you put it on that makes the difference. Poems aren’t made of words, pigments put on…” Questa frase di William Carlos Williams ritorna in vari punti del suo ultimo libro, citata spesso come dimostrazione del legame concreto e diretto fra poesia e realtà. Tuttavia nella sua ultima raccolta poetica, Dal balcone del corpo (Milano, Mondadori, 2007), anche il punto di osservazione sulle cose è molto importante, fin dall’inizio, e definisce la prospettiva di quasi ogni poesia: il soggetto c’è, quindi. Lo sguardo, il punto di vista da cui le cose sono percepite, è alla base dell’espressione artistica (intendendola in senso lato: sia attraverso la poesia che per mezzo delle arti figurative) tanto quanto la scelta dei colori e delle parole. Come si colloca fra questi due poli, e quale ritiene dominante quando scrive?

Quella frase di Williams, quel “put on”, ovviamente mi è molto familiare. Quanto al soggetto: non sono io che parlo.
Per quanto riguarda il titolo del libro, è stata una decisione anche abbastanza sofferta, problematica. È stato addirittura interpretato in maniera femminista – non che ci sia nulla di male, ma non c’entra nulla. Questo soggetto è di volta in volta qualcun altro: in questo senso la frase di Carlos Williams vale. Non sono io il soggetto. Spesso ci sono storie ascoltate, cantate, riraccontate, addirittura sognate… sono tante parti diverse che parlano: proprio come quando ci si affaccia ad un balcone e si captano tante storie diverse, destini diversi. Il nucleo del libro è esattamente questo: la nostra percezione diversi fenomeni, di diverse realtà. In questo senso può essere letta anche la frase di Williams (“Non c’è soggetto”). È come se io mettessi sulla tela e sulla pagina frammenti di storie e di vite diverse; il mio sguardo è solo un raccoglitore.
Pensiamo ad i testi di Williams, ad esempio a The hunters in the snow, una bellissima poesia. Chiaramente qui ha anche lui uno sguardo non solo sull’immagine. Ecco, quello è proprio un caso di poesia non ecfrastica, nonostante parta da un’immagine. Williams riesce non solo a veramente dare concretezza a quello che succede nel quadro, ma a dire con la poesia anche quasi il suono del ramo che si spezza: “Brueghel the painter\concerned with il all has chosen\ a winter-struck bush for his \ foreground to\complete the picture.” Hai presente il quadro di dicembre di Pieter Brueghel, in cui i cacciatori tornano, no? Si sente proprio sia il silenzio sia quasi il crepitio del fuoco che le donne hanno acceso.

“Noi viviamo per schegge | che spostandosi frantumano l’io e il voi | e il più delle volte lasciano intatto solo il paesaggio”, si legge in Coro, una delle poesie dell’ultimo libro. La poesia, la definizione di un soggetto che vi prende la parola e osserva le cose, è possibile soltanto attraverso l’oggettivazione dell’io nel paesaggio?

Sì, penso di sì. Penso di avere la necessità di un “correlativo oggettivo” , per usare un termine ed una categoria ben noti. Ho bisogno della realtà: delle cose, degli oggetti, del paesaggio. Quello che scrivo cerca la realtà.

Questo può smentire sue affiliazioni ad una presunta linea orfica, che pure sono state fatte. Ho sempre pensato alla sua come ad una poesia più attaccata alle cose, concreta.

C’è sempre questo bisogno di etichettare. Poi, chissà perché, una donna che scrive deve essere per forza viscerale, preda di forze incontrollabili, laviche. Nella mia poesia c’è sempre stata un’attenzione alla concretezza, semplicemente credo di essere innamorata della realtà. Sono molto interessata a Darwin, anche come scrittore: il suo osservare che è parte integrante del suo linguaggio, è molto vicino alla poesia. Una poetessa che amo molto, Elizabeth Bishop, scrive di ammirare in Darwin “un’attenzione dimentica di sé”. E quando siamo interessati al mondo, diventiamo disinteressati a noi stessi.

In alcuni suoi testi c’è un atteggiamento di attenzione ‘etica’. Non mi riferisco solo alle poesie esplicitamente civili di Notte di pace occidentale, quanto piuttosto ai testi in cui lei parla dell’uso che fa della poesia, quasi cercando una giustificazione per la scrittura. Ad esempio, ho ripensato spesso a Se ho scritto è per pensiero, e particolarmente ai versi: “Scrivi perché nulla è difeso e la parola bosco/ trema più fragile del bosco”.. Questi versi mi hanno fatto pensare a Traducendo Brecht di Franco Fortini (“Scrivi mi dico, odia/ chi con dolcezza guida al niente [..]”) soprattutto per l’uso dell’imperativo “Scrivi”.

Non è stata cosciente lì per lì, la ripresa di Fortini e dell’imperativo, ma chiaramente c’è. Ho conosciuto Fortini in una buffa occasione. Quando ero giovanissima avevo scritto una specie di romanzo; l’avevo mandato al Premio Calvino, ed era arrivato in finale. In giuria oltre a Remo Bodei e a Ginevra Bompiani c’era anche Fortini. Fortini era anche amico di Jean-Charles Vegliante. Io l’avevo letto e lo stimavo, sia come traduttore che come poeta. Era un autore dagli orizzonti ampi, capace di apprezzare anche opere da lui lontane come nel caso di Milo de Angelis. A Torino dopo il premio disse che gli piaceva il mio ‘romanzo’ – ma precisò, non è un romanzo, è una poesia” e poi aggiunse: “Continui, non smetta”.
Nel testo che hai citato, l’imperativo è rivolto a me stessa: ma anche qui non dico io; do del tu a quello che chiamo me stessa che poi chissà se esiste (più invecchio, più dubito che esista un io staccato dal mondo).. E in questo senso sì, la parola etica è giusta ed è presente.

Dunque cosa giustifica l’attività poetica, oggi? La protezione di qualcosa?

Sì, forse più che proteggere, riprendendo l’etimologia della parola ethos (luogo), il suo senso è quello di dare uno spazio, trovare uno spazio comune. C’è un libro molto bello di Rocco Ronchi, un mio amico filosofo, che parla proprio di questo. Riguarda la poesia. Commentando il Dialogo di Plotino e di Porfirio di Leopardi riflette sul fatto che la poesia crea uno spazio che è un luogo in comune. Fra chi scrive e chi legge si crea, si definisce uno spazio. Anche ora, con le nostre voci, con quello che lei ha scritto, con quello che io le risposto, stiamo creando uno spazio.

3 commenti

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3 risposte a “Un’indagine sul presente #18- poesia

  1. lucy

    Credo che più propriamente quello sia lo spazio dello spirito

  2. lucy

    Proprio ieri scivevo questo: La poesia è un atto responsabile che noi facciamo con lo spirito, diamo ad esso il tempo e l’opportunità di esprimersi, di quel linguaggio che oltremodo non potrebbe uscire da noi se non così e questo parlare dello spirito è un liberarsi dal silenzio, dal taciuto che lo tiene prigioniero nelle anime della gente e delle immagini che sono nelle persone. I nostri pensieri spesso si sintetizzano (in un’epoca come la nostra poi..) in una sintetica immagine; un albero tradito ci appare bello perché riflette il nostro stato o quello che noi spesso nascondiamo agli altri e non sappiamo ‘dire’. Una immagine cupa e malinconica, ottenebrosa di un albero è il silenzio che nasce, è la vita che scorre sotto le tracce, è la vita che scorre come un fiume; è il contrario di ciò che pensiamo; l’uomo pensa che il buio sia nero, cioè opacità, sconfitta, abbandono ma il buio in realtà, se attraversato da quella sottile luce della luna e del cielo, è luce, è speranza, è poesia che nasce e si nasconde al tempo stesso. La luce per essere apprezzata non deve rifulgere tutta ma in parte, darne l’idea, presagire il tempo, forse è vero, viviamo in un’epoca buia, che si nasconde, che non cresce, che non spera ma ci aiuta però a scoprire questi paesaggi, notturni, diremmo, che altrimenti non sarebbero stati valutati o scoperti. Viviamo è vero in un’epoca che ha paura di vivere e sperare, anche perché da sperare non c’è nulla, eppure i nostri sogni si nascondono sotto quelle coltri e prima o poi, forse più poi che prima questi sogni cresceranno e si ‘manifesteranno’, si realizzeranno, forse non in noi ma in un’altra epoca, ma il nostro compito è di prendere quello che ci viene, quello che c’è, quello che abbiamo e non altro, dal momento che non lo troviamo e non ci ‘viene dato’.

  3. lucy

    correggo: scrivevo

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