Un’indagine sul presente #17 – poesia

404:file not found ha da sempre avuto una particolare attenzione al presente e alle voci che ne danno testimonianza. Una forma di indagine che abbiamo spesso usato è quella dell’intervista ad autori su temi a noi vicini di cui ci occupiamo quotidianamente come la letteratura e l’editoria. Dopo due settimane intense di cronaca e approfondimento sui giochi Olimpici, abbiamo deciso di riproporre, per il mese di agosto, tutte le interviste che, in questi due anni di lavoro, abbiamo raccolto tra scrittori e persone coinvolte nel mondo dell’editoria.
In quest’ultima settimana, vi proponiamo una rassegna di interviste fatte a poeti,  fra le quali alcune ancora inedite.

In un certo senso il mondo muore quando si smette di morire. Un dialogo con Franco Arminio

di Camilla Panichi


Nel 2010 Franco Arminio ha pubblicato con Nottetempo un piccolo libro di appena 64 pagine. Si chiama Cartoline dai morti. L’abbiamo recensito qui e abbiamo voluto fare qualche domanda all’autore.

1) Il Dialogo con i morti è un topos dalla letteratura che nei secoli ha conosciuto varie forme di espressione. Nelle Cartoline dai morti, la frase sintetica e la parola asciutta, sembrano coincidere con la scoperta di un tono aforistico e talvolta oserei dire lapidario. Questo dettato breve si rifà a un particolare genere come l’epitaffio (penso all’Antologia di Spoon River), l’epigramma o muove da premesse diverse?

Più che delle cartoline mi pare di aver scritto delle lapidi. La mia scrittura è essenzialmente aforistica e poetica, la brevità è la mia cifra. In questo caso dando la parola ai morti la brevità è unita alla reticenza, all’essenzialità.

2) La morte da lei descritta non è mai epica: si muore parlando di una ringhiera, si muore mentre alla tv danno un programma di cucina. In questo tono basso, talvolta ironico, understated, vi è un tentativo di riportare il tema della morte a una dimensione più quotidiana o crede che tale tema, oggi, non possa essere narrato diversamente?

Semplicemente mi è parso che questa fosse la lingua giusta per i morti, una lingua intonata alla loro condizione. I morti perdono assai presto la lingua e tutto il resto della carne. Non aveva senso una lingua fastosa o aulica.

3) Un aspetto che mi ha colpito molto delle Cartoline è che in ogni frammento, attraverso piccoli particolari, è dato l’intero percorso di una vita. Ma si ha la sensazione che tutto ciò che rimane della vita sono solo pochi dettagli, insignificanti al cospetto degli altri, ma fondamentali per il soggetto che prende la parola. Crede che l’esperienza privata, circoscritta, possa in qualche modo avere il respiro delle esperienze vissute, universali?

A me pare che ogni vita alla fine si risolva in poche cose, che si possono benissimo riassumere in una o due frasi. Mentre la viviamo ci sembra di fare chissà che, di fare chissà quali svolte, in realtà siamo come una mela lanciata verso il muro, qualcosa che si sfracella.

4) L’uomo delle Cartoline è quasi sempre anonimo; sembra voler parlare a nome di tutti. Ma quest’uomo è anche solo davanti alla morte. Si muore soli, ci dicono le voci, eppure l’ultimo frammento smentisce quest’ottica individuale perché, per quanto l’esperienza della morte sia del singolo, essa è un fenomeno che riguarda tutti. Crede che narrando la morte si possa dare una risposta a questa contraddizione?

Credo che la morte vada narrata come vada narrata la vita. Escludere la morte dal circolo delle parole non la mette fuori dalla nostra testa, questo mi pare chiaro. E allora che l’ossessione diventi pubblica, condivisa e quindi anche più tollerabile.

5) In un frammento il soggetto dichiara di essere morto “quando ancora si moriva veramente”. Pensa che oggi la morte sia divenuto un fenomeno del tutto privato o pensa che possa avere ancora una funzione sociale?

In un certo senso il mondo muore quando si smette di morire, questo penso, ma è una frase un po’ misteriosa, mi rendo conto.

6) La religione è un altro grande tema soggiacente alle Cartoline. Solo in pochi casi si esprime direttamente il disagio dell’uomo davanti al divino. Il dio dei suoi testi è un dio indifferente, che non salva. La fede sembra non essere più sufficiente.

Io mi considero un fervente disoccupato, nel senso che ho un fervore religioso a cui non corrispondono chiese credibili. Sono come un amante non corrisposto. Qui comunque la faccenda diventa veramente complicata, la possibilità di dire sciocchezze è altissima e anche di dire frasi buone per tutti gli usi. Una cosa mi pare certa, almeno in occidente: Dio non salva ma neppure orienta al bene la vita delle persone.

7) Le ideologie e le filosofie moderne, come ci ricorda Walter Benjamin, sono volte al culto dell’edonismo e dell’eterno presente, e hanno eliminato il pensiero della morte dal mondo dei vivi, esorcizzando la morte e confinandola al territorio dell’esperienza individuale. Il suo libro ci dice che narrare la morte è possibile, ma solo attraverso i frammenti, mai per intero.

Per me è stata una necessità, avevo bisogno di scrivere queste cose e le ho scritte. Ho avuto degli attacchi di panico e ho pensato che dopo questi attacchi potevo almeno ricavare delle righe di buona scrittura. La questione potrebbe essere anche tutta qui. Certo che la morte si può narrare solo per frammenti immaginativi. Se fosse possibile narrarla come si narra una gita non sarebbe la morte ma una gita. Delle ideologie e delle filosofie moderne non penso niente di buono, sono l’espressione di un’umanità sfinita, spiritualmente rinsecchita, priva di slanci. Un’umanità del genere non ha eliminato il pensiero della morte dal mondo dei vivi, altrimenti che senso avrebbe tutto questo consumo di psicofarmaci? Un’umanità del genere ha eliminato se stessa dal mondo dei vivi. Infatti la vita nel senso più nobile della parola appartiene ai cani, alle volpi, ai pesci, alle piante. Noi siamo dei morenti che pur di non morire facciamo morire tutto il resto. Ma l’impresa dell’eterno presente, come ogni impresa umana, è di per sé perdente. E dunque andiamo avanti, con la vita e con la morte, alla fine in un certo senso è tutta apparenza. Cerchiamo ancora, non possiamo fare altro.

1 commento

Archiviato in Interviste, Poesia

Una risposta a “Un’indagine sul presente #17 – poesia

  1. lucy

    La vita quella vera a volte ci sembra non debba essere davvero vita, nella morte in realtà c’è la vita e ciò che sembra vita non lo è

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