Un’indagine sul presente #16

404: file not found ha da sempre avuto una particolare attenzione alle voci che raccontano il presente in modi originali e non schematici, che ne rispecchiano la multiformità.
Una forma di indagine che abbiamo spesso usato è quella dell’intervista, soprattuto a proposito di letteratura e di editoria. Dopo due settimane intense di focus sui giochi Olimpici,  per questa seconda metà di agosto abbiamo deciso di riproporre tutte le interviste raccolte in questi due anni di lavoro a scrittori, poeti e persone coinvolte nel mondo dell’editoria, insieme a qualcuna ancora inedita.

Buona lettura!

Bisogna essere vigili e stare in ascolto: conversazione con Giulio Mozzi (parte II)

Questa è la seconda parte di una lunga intervista a Giulio Mozzi: la prima parte si trova qui.

Perché alla fine sei finito a vendere libri e non, per esempio, mozzarelle?

Perché i libri so cosa sono. Le mozzarelle, pur degustandole, no. Sono finito a fare il mestiere che faccio perché ho scritto il mio indirizzo sulla copertina del mio primo libro e hanno iniziato ad arrivarmi delle cose. Esempio: un giorno mi arriva un racconto di tre pagine di uno che mi dice: “La mia futura sposa dice che dovrei continuare. Tu che ne dici?” Leggo questo racconto e mi sembra molto bello. Telefono a quest’uomo che mi scrive da Salerno, assolutamente ignoto: dice che ha degli altri racconti e che me li manda. Io li leggo, trovo tutto molto bello; poi lui mi dice: “In verità sto anche scrivendo un romanzo”. Lo finisce due mesi dopo, allora io vado da lui e ci sto due giorni a ragionarci insieme, facendo quindi per la prima volta in vita mia un editing. Però da Einaudi me lo hanno rifiutato. Il libro è uscito un anno dopo per le edizioni Pequod. Quest’uomo ha scritto un altro romanzo, Einaudi stavolta lo ha accettato, e così è stato pubblicato Certi bambini di Diego De Silva. Un’altra volta mi è capitato questo: ho comprato un libro di poesie che mi piacevano molto, si chiamava Trasfigurazioni. Mi rendo conto che il libro è uscito un anno prima, nel 1987, e che l’autrice è nata nel 1970. Mi dico ‘Ma è mai possibile che questa abbia scritto questo libro a sedici anni?’. Io all’epoca mi occupavo di sindacato. Leggo questa roba, vado all’agenzia dei telefoni, ci sono otto cognomi così in tutta Roma. Li chiamo tutti, ovviamente all’ultimo becco il suo, parlo con la mamma, che mi dice ‘Venga qui’. E così, alle sei di sera del trenta aprile 1988, ho conosciuto Laura Pugno. Che tornò a casa mentre stavo prendendo un caffè con sua madre, nello splendore dei suoi boccoli, poiché era stata appena dal parrucchiere, poiché quella sera aveva la festina del suo diciottesimo compleanno.

Ammetterai che c’è stato un po’ di caso, in quello che hai raccontato. Non a tutti arriva un manoscritto di Diego De Silva, con l’autore che chiede: “Cosa ne pensi?”

Sono d’accordo, ma ero la diciottesima persona alla quale Diego scriveva. Il punto è questo: è sempre possibile lo sbaglio, l’errore. Ma il principio ‒ che è insieme etico-professionale e anche di convenienza ‒ è che bisogna essere vigili. Poi ti potrai sbagliare e va bene. Ma bisogna essere vigili e stare in ascolto. Io il 13 dicembre del 1981 mandai in giro il mio primo racconto. Qualcuno trovò il tempo di leggerlo e mi chiamò due settimane dopo. E il bene che io ho ricevuto per questa telefonata del tutto disinteressata di Marco Lodoli è cospicuo. La cosa interessante è che Marco, nel fare questo bene a me, non ha perso mica niente! Ripetere questo gesto nei confronti di altri è qualcosa che a me non toglierà mai nulla; e, se non faccio sbagli, può fare del bene a qualcun altro. È un gesto professionale. Un professionista è uno che ha un’etica professionale e agisce sotto la luce di quella. La zona dove lavoro io è questa. Conta la professionalità: l’attenzione ad aderire continuamente all’etica della tua professione. Io ho lavorato per otto anni presso Confartigianato. Ho iniziato come dattilografo e, siccome ho trovato delle persone che mi hanno formato, ho chiuso la carriera come responsabile della comunicazione interna. Ogni giorno, per molti anni mi sono detto : “Oggi che cos’è venuto di importante, degno di nota, nell’ambito di questo reparto economico, per la Confartigianato italiana?” E dovevo scegliere ogni giorno una cosa da proporre ai giornali. Questa scelta è indipendente dagli obiettivi sindacali dell’azienda. È questione di etica professionale. Se voi vi riguardate il documentario di Cortellessa, e guardate attentamente la faccia di Franchini, secondo me potreste accorgervi che è un uomo che ha continuamente preso decisioni che hanno messo in discussione la sua etica professionale. Pensate a quanto è complicato – lo è anche per me, figuriamoci per lui che è dirigente – lavorare per Mondadori, col programma che ha.

Ed Einaudi è di Mondadori ora.

Sì, è stata acquistata, e sì, a me lo stipendio arriva da Mondadori. Del resto, pur essendoci gli Oscar, Mondadori ha in catalogo beni tali che come si fa a non preservarli? Certo, non è piacevole far fare profitti ad un maiale: ma va così.

E spesso, dall’altra parte, c’è il gruppo RCS.

Che sono delle persone di una piacevolezza estrema. RCS è di MedioBanca, è un interessante monopolista. Messaggerie, invece, si incrocia con Giunti.

Feltrinelli è a parte, giusto?

Feltrinelli possiede delle librerie, ora si è comprato anche un distributore; tutti vogliono il monopolio! Io sono stato censurato veramente una volta sola, nell’editoria: da RCS. Per un racconto su Berlusconi, che doveva uscire in un volume intitolato Patrie impure. Il volume uscì, vidi che il racconto non c’era, telefonai e mi dissero: “Eh, sì, ne abbiamo parlato con l’ufficio legale.” E io dico: “Ma dimmelo prima!” No, non me l’ha detto prima. Perché c’era un contratto che impegnava me a dare il testo, e loro a pubblicarlo. Se mi chiedete di individuare un editore grande e di tradizione su cui non c’è niente da ridire, io posso dirvi solo Laterza. Potrei dirvi anche Einaudi, che però è entrato nel gruppo Mondadori, per cui si è creato uno strano meccanismo. Il personale einaudiano vuole evitare che la casa editrice venga mondadorizzata. Per evitare questo, c’è un solo sistema: garantire al proprietario Mondadori il profitto che lui chiede. Ma se tu vuoi fare questo, c’è una sola soluzione: ti devi mondadorizzare da sola.
È uno scenario già visto in Ungheria o in Cecoslovacchia. A un certo punto succede che il governo polacco nomina un dittatore, il quale è considerato in tutto l’Occidente una bestia nera. Tra l’altro era un pazzesco generale sempre vestito di nero, che sembrava una mantide. In realtà poi ci si rende conto del fatto che è stata una scelta geniale: perché lui, per ragioni sue, poteva convincere i Sovietici che non era necessario invadere la Polonia. E loro sono rimasti a casa. Dopodiché, un poco per volta, ha creato una serie di spazi, ha ricostituito una sfera pubblica in Polonia; ha indetto le elezioni e se ne è andato. Uomo complicato, che ha saputo gestire una transizione complicatissima in un modo che oggi bisogna ammetterlo, è ineccepibile. Lavorare oggi alla Mondadori vuol dire fare una cosa del genere.

Questo cosa comporta, a livello pratico?

Comporta che non ragioni più tanto in termini di profitti a lungo termine, bensì a breve termine. Cioè: i grandi editori fanno soldi pubblicando classici e puttanate. Il classico è quella cosa che la pubblichi oggi con la serena convinzione – che magari poi viene smentita anche nei fatti – che venderai quel libro per cinquant’anni. La puttanata, che può essere anche un ottimo libro, ma è la cosa da cui ti aspetti una fiammata, subito. Le puttanate che vendono velocemente in poco tempo ti servono per reggere su la relazione trimestrale ai soci. Una volta c’era il bilancio annuale, ora trimestrale. Se è buona, il valore delle azioni cresce, se no cala. Tutte le aziende per fare quello che fanno si servono dei finanziamenti delle banche. Se io costruisco case, quello che io costruisco è garanzia per la banca. Ma se io faccio libri, che cos’è che offre garanzia alla banca? Il valore delle azioni in borsa. Se ho una relazione trimestrale cattiva, c’è uno dalla banca che mi dice: “Eh, lei ha un prestito di mille, ma ora le azioni valgono novecento, quindi dovete rientrare di cento, se no non siamo garantiti.”

Quindi in un certo senso Mondadori si può permettere più cose?  È la casa editrice che ora in Italia vende di più e  guadagna di più, vende anche più libri da centomila copie: in base al tuo ragionamento, dovrebbe potersi permettere più libri ‘di qualità’.

Mondadori pubblica molti libri di narrativa; anche se poi non li segue molto, li pubblica. Nel lettore la percezione di che cos’è una collana è molto poco presente. C’è una ricerca fatta dall’AIE in base alla quale il lettore standard ‒ quello che compra da tre a sette libri l’anno e va in libreria almeno una volta al mese ‒ riconosce i libri Sellerio. Tutti gli altri per lui sono una roba confusa. E li riconosce perché c’è Camilleri: è un bel modo di vedere come una casa editrice può suicidarsi. Sellerio è una casa editrice che si è suicidata, perché non è riuscita a slegare il suo nome da quello di Camilleri. Forse avrebbero dovuto fare una collana apposita per Camilleri, di un colore diverso. Perché la cosa drammatica è questa: quando Camilleri comincia a non vendere, tutte le azioni di Sellerio iniziano a precipitare, perché l’edicola non vuole dieci titoli Sellerio, vuole dieci Camilleri. Perché la libreria indipendente non tiene più una scelta ragionata della collana “La memoria” di Sellerio, tiene solo Camilleri. Camilleri espelle dal mercato i titoli della sua stessa casa editrice.

In quale casa editrice ti piacerebbe lavorare?

A me? Per Corraini di Mantova. Pubblica prevalentemente libri per bambini o comunque con un forte contenuto illustrativo. È la casa editrice di Bruno Munari e fanno delle cose meravigliose. In alternativa mi piacerebbe lavorare con un piccolo editore indipendente, piccolo-serio.

Sei soddisfatto della situazione attuale?

Io non sono mai contento: si può sempre provare qualcosa di diverso, di meglio. Uno stato di perenne insoddisfazione è abbastanza importante e utile: non per dolersi e stare male, ma per pensare che in ogni momento è possibile allargare un’attività, sceglierne un’altra.

1 commento

Archiviato in Editoria, Interviste, Letteratura

Una risposta a “Un’indagine sul presente #16

  1. Proposi il mio secondo libro di racconti a Mozzi quando teneva in vita vibrisse libri. Non passò, e fu pubblicato da un piccolo editore veneziano. Adesso sto scrivendo altro e la prima cosa che farò, prima di proporlo a chiunque altro, sarà di inviarlo a Mozzi. Non credo riuscirò mai a farlo lavorare sui miei testi- nel senso che riconosco che, chi come lui deve scegliere poco( e scartare molto) per essere credibile, deve operare appunto altre scelte-, ma ci proverò sempre. Lo farò perché credo sia un’esperienza unica nel campo dell’editoria.
    Cristiano

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