Un’indagine sul presente #14

404: file not found ha da sempre avuto una particolare attenzione alle voci che raccontano il presente in modi originali e non schematici, che ne rispecchiano la multiformità.
Una forma di indagine che abbiamo spesso usato è quella dell’intervista, soprattuto a proposito di letteratura e di editoria. Dopo due settimane intense di focus sui giochi Olimpici,  per questa seconda metà di agosto abbiamo deciso di riproporre tutte le interviste raccolte in questi due anni di lavoro a scrittori, poeti e persone coinvolte nel mondo dell’editoria, insieme a qualcuna ancora inedita.

Buona lettura!

“Il miglior editing possibile è un esercizio di maieutica”. Lagioia risponde al nostro questionario sull’editoria.


1) Giulio Mozzi tempo fa ha scritto: “Ricevo, in carta o in digitale, ormai più di cinque opere dattiloscritte al giorno: nel 2010, circa 900 in carta e circa 600 in digitale. Le opere che trovo davvero di un qualche interesse, ogni anno, sono non più di una ventina; quelle che riesco a portare alla pubblicazione sono tre o quattro. Vi prego di tenere presenti questi numeri. Più o meno nove opere su dieci sono tali da poter essere liquidate dopo la lettura di venti, trenta pagine; me ne restano comunque centoncinquanta l’anno da leggere integralmente (circa una ogni due giorni).” Quanti romanzi e con quale frequenza ti arrivano? Di questi, quanti ne leggi? E quanto?

Mi trovo a leggere un 6-700 manoscritti all’anno, tra quelli che arrivano a me direttamente, e quelli che mi passano da minimum fax. Li leggo tutti, ma non li leggo necessariamente per intero. Quando mi rendo conto (di solito dopo una ventina-trentina di pagine) che chi scrive non sa neanche bene quello che sta facendo, interrompo la lettura. In questo modo un buon ottanta per cento dei manoscritti in arrivo viene cestinato senza essere discusso in riunione di redazione. Degli altri (quelli almeno un po’ interessanti) ne discutiamo insieme. Credo che questo mestiere non si possa fare per troppo tempo in solitudine. Hai bisogno (io almeno ne ho) di confrontarti continuamente con qualcun altro, non per diluire le responsabilità, per condividere l’esperienza.

2) Quando hai capito che volevi fare l’editore? Quale era la tua idea di editoria e come conciliavi le tue aspirazioni da editore con l’aspetto commerciale del settore?
Ho capito che volevo fare l’editor (non l’editore) quando gli editori di minimum fax lo hanno capito per me. Lavoravo come redattore a minimum, erano settimane che rompevo forsennatamente le scatole ai due editori (Marco Cassini e Daniele Di Gennaro) perché pubblicassero un manoscritto che mi ero trovato a leggere e che mi piaceva moltissimo. Si trattava di un romanzo, Ad avere occhi per vedere, di Leonardo Pica Ciamarra, poi effettivamente pubblicato da minimum fax. Al culmine della mia campagna pro Pica Ciamarra, Cassini e Di Gennaro mi hanno proposto di dirigere la collana di narrativa italiana. Mi chiedo se un simile trasferimento di responsabilità sarebbe stato possibile se al posto di Cassini e Di Gennaro non ci fossero stati dei miei quasi-coetanei, ma delle persone più anziane, dei venerabili maestri, per esempio. A distanza di dieci anni, tenendo conto di come sono andate le cose in questo paese (il processo palingenetico che il buon Arbasino non aveva previsto: la trasmutazione di molti venerabili maestri in stronzi travestiti da montagne incantate) direi proprio di no. A minimum fax abbiamo sempre cercato di far prevalere l’elemento estetico (quanto di volta in volta ci piaceva il libro x che decidevamo di pubblicare) sull’aspetto commerciale, che pure è determinante per la sopravvivenza. Dunque, si tiene conto anche di quello. Ma quando troviamo un libro che ci piace, iniziamo a pensare a una strategia commerciale solo perché abbiamo già deciso di pubblicarlo.

3) Quanto lavori a contatto con lo scrittore? Quanto è pesante il tuo lavoro di editing?
Il miglior editing possibile è a mio parere un esercizio di maieutica. Lo scrittore ha l’ultima parola. L’editor non deve credersi il co-autore di alcunché. E’ giusto che faccia all’autore tutti i suoi rilievi, simile a uno sparring partner. Poi sarà l’autore a lavorare sui consigli e sui rilievi che gli fanno suonare un campanello d’allarme (e gli autori minimamente consapevoli di solito in fondo lo sanno, cos’è che ancora non funziona, sotto le botole della loro coscienza alcuni campanelli d’allarme stanno già suonando, magari da settimane, tu puoi aiutarli a togliere le sordine) e a trascurare nel caso il resto.
Nella mia esperienza, ci sono editing durati 2-3 mesi, e ci sono editing durati 2-3 anni vissuti molto intensamente mandandosi mail con l’autore del caso, parlandoci per telefono, vedendosi etc. Ogni tanto in casa editrice ci siamo chiesti se fossimo pazzi a concedere tanto tempo alla cura di un libro. So che non lo siamo, ragionando letterariamente. Forse lo siamo, davanti alla porta della legge del mercato come esso è si è trasformato sulla soglia tra XX e XXI secolo.

4) Come ti spendi affinché un libro arrivi alla pubblicazione, e affiché la casa editrice punti su questo libro? Quanto agisci tu, direttamente (attraverso il web, i social network etc.) perché un libro da te proposto e poi pubblicato sia diffuso il più possibile?
Lo propongo alla casa editrice, facciamo una riunone di redazione e si decide. Per la promozione e diffusione del libro, minimum fax si avvale di un eccellente ufficio stampa. Da questo punto di vista, credo abbastanza nella divisione dei ruoli. L’editor che fa anche l’ufficio stampa (o peggio, che scrive recensioni in cui parla bene dei libri che pubblica) mi sembra poco credibile – o almeno, mi sentirei un po’ in imbarazzo io a farlo.

5) Il tuo lavoro è retribuito? E in quali forme? Giudichi sufficiente il tuo stipendio? Oltre a quella per cui sei pagato, hai collaborazioni con altre case editrici?
Sì, certo, è retribuito. Ricevo uno stipendio mensile. Lo stipendio è rapportato alle capacità economiche della casa editrice. Sul concetto di “è sufficiente?” bisognerebbe aprire una vasta discussione su come funziona l’editoria, sul se e sul quanto, economicamente, sia giusto che pesino qualità e fortuna commerciale, sia quando si incontrano, sia quando ognuno va per la propria strada, non soltanto per ciò che riguarda il lavoro degli editor, ovviamente. Ad esempio Troppi Paradisi di Walter Siti, per ciò che mi riguarda, avrebbe dovuto seppellire d’oro il suo autore. Faccio il direttore di collana a minimum fax. Mi sembrerebbe scorretto (conflitto di interessi, insomma) fare il consulente di narrativa per un’altra casa editrice. Se non dirigessi una collana – e sempre a patto di non essere un “interno” – si potrebbe magari anche fare.

6) Lavori nella casa editrice o per la casa editrice? Devi rispondere a qualcuno del tuo lavoro e o qualcuno risponde a te del suo?
Sento di dover rispondere a tutta la casa editrice per le mie scelte e iniziative. Il che non toglie che io lavori in piena autonomia. Mi piacerebbe molto avere un editor junior o un co-editor ad affiancarmi. Ma ahimè, la situazione economica in questo momento non lo consente.

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