Un’indagine sul presente #13

404: file not found ha da sempre avuto una particolare attenzione alle voci che raccontano il presente in modi originali e non schematici, che ne rispecchiano la multiformità.
Una forma di indagine che abbiamo spesso usato è quella dell’intervista, soprattuto a proposito di letteratura e di editoria. Dopo due settimane intense di focus sui giochi Olimpici,  per questa seconda metà di agosto abbiamo deciso di riproporre tutte le interviste raccolte in questi due anni di lavoro a scrittori, poeti e persone coinvolte nel mondo dell’editoria, insieme a qualcuna ancora inedita.

Buona lettura!

“Non credo all’editor come prestigiatore dell’editoria”: le risposte di Vincenzo Ostuni al nostro questionario

  

1. Giulio Mozzi tempo fa ha scritto: “Ricevo, in carta o in digitale, ormai più di cinque opere dattiloscritte al giorno: nel 2010, circa 900 in carta e circa 600 in digitale. Le opere che trovo davvero di un qualche interesse, ogni anno, sono non più di una ventina; quelle che riesco a portare alla pubblicazione sono tre o quattro. Vi prego di tenere presenti questi numeri. Più o meno nove opere su dieci sono tali da poter essere liquidate dopo la lettura di venti, trenta pagine; me ne restano comunque centoncinquanta l’anno da leggere integralmente (circa una ogni due giorni).”Quanti romanzi e con quale frequenza ti arrivano? Di questi, quanti ne leggi? E quanto?
Vorrei parlare degli aspetti qualitativi. Avere a che fare con troppi manoscritti fa perdere l’integrità intellettuale di ogni persona di media struttura; quindi ai fini della qualità del mio mestiere l’obiettivo è leggerne il meno possibile, cioè di selezionarne il più possibile. In questo caso sono facilitato dal fatto che non lavorando nella sede della casa editrice non devo trattare quotidianamente, non devo gestire io la quantità di manoscritti che solitamente arriva sia in forma elettronica che in forma cartacea. I manoscritti che ricevo sono relativamente pochi e mi sono suggeriti o da chi lavora in casa editrice o da lettori o da amici che conoscono la mia linea editoriale. Ho a che fare con un paio di manoscritti a settimana, e quindi un centinaio l’anno. Di questi cento riesco a limitare la lettura integrale a poco più di quelli che riesco a pubblicare in un anno, cioè quattro cinque – autori italiani intendo. Diciamo che integralmente ne leggo una decina, parzialmente una ventina e tutti gli altri che mi sembrano dotati di interesse vengono letti da lettori.
Come sono finito a fare questo mestiere? Avevo ottenuto il dottorato di ricerca in filosofia. Volevo andare a vivere fuori di casa, ma i soldi della borsa non bastavano. Mi fu offerta l’occasione da Marco Cassini di lavorare come segretario di redazione per la rivista Lo straniero, che all’epoca (parlo del ’97) era stampata da minimum fax. Avevo collaborato con minimum fax e con Fazi per lavori di bozze, battitura al computer di manoscritti, etc… Pian piano ho iniziato a fare questo mestiere. Per un certo periodo, diciamo fino al 2002, ho continuato a fare ricerca. Sostanzialmente poi è stata una scelta obbligata la mia, quella di lavorare in editoria, perché gli spazi della ricerca in Italia sono quelli che sono. Detto questo, sono felicissimo di fare questo mestiere, che ritengo fortunato, bello, interessante, molteplice, vario – almeno per il modo in cui io lo faccio.

2. Su quali criteri ti basi per selezionare un romanzo?  Quanto influiscono le questioni stilistiche e quanto la potenziale “vendibilità”? 
Non avevo una particolare idea di editoria. Sicuramente il mio punto è sempre stato quello di offrire il massimo della qualità possibile, viste le contraints dell’industria e del mercato, che ovviamente sono molto stringenti in questo settore. Per me all’inizio era una lotta impari quella di dover conciliare le mie ambizioni qualitative con quelle quantitative. Ormai ci sono abituato; ma per me il nodo fondamentale dell’editoria rimane questo: il vivere sospesa fra una condizione di mercato e una profonda qualità di servizio pubblico. L’editoria è un mercato molto speciale, e il suo essere speciale non può essere quantificato in termini commerciali. Tuttora questa per me rimane la difficoltà principale.

3. Hai la facoltà di intervenire su un testo? E , nel caso, quanto lavori a contatto con lo scrittore? Quanto è pesante il lavoro di editing?
Quanto lavoro a contatto con uno scrittore? Allora: è importante ribadire che io sono editor anche di saggistica e di narrativa straniera. Sono nato come editor di saggistica: e anche lì si lavora moltissimo di editing. Però rispondo sulla narrativa, considerando che qui si parla di rapporto con gli ‘scrittori’, e considerando l’uso abituale del termine. Edito quasi tutto io, ma ci sono state eccezioni anche importanti: ad esempio Francesco Pacifico ha editato i libri di Cristiano De Majo e di Fabio Viola. Il contatto con lo scrittore è intensissimo, prolungato; ma diciamo che la mia filosofia dell’editing è il più possibile conservativa. Credo che siano davvero pochissimi i casi in cui un reale talento letterario non sappia presentare un manoscritto non dirò perfetto, ma molto vicino alla completezza, o comunque con nuclei molto compiuti.
La funzione generale dell’editor non è necessariamente positiva: di fatto è una funzione che risponde alle necessità del mercato di avere una sovrapproduzione. Dal momento che c’è una strabordante quantità di novità (in particolare di narrativa italiana) che arriva ogni mese, ogni settimana in libreria, sono necessari gli editor. Se non ci fossero (e, in questo momento, sto parlando di editor come persone che lavorano su un testo, e non solo lo scelgono), non si riuscirebbe a pubblicare una tale quantità di libri di qualità almeno accettabile. Senza un’operazione di editing, gran parte dei libri sarebbero davvero pessimi; e forse non sarebbero neanche pubblicati.

Avere un professionista, che accanto all’autore modifica la bozza fino a raggiungere un’accettabile mediocrità, è uno dei fenomeni di doping editoriale più preoccupanti; anche perché produce un appiattimento linguistico e tematico che secondo me sta facendo male alla letteratura. Detto questo, ci sono alcuni casi nelle case editrici in cui effettivamente l’editor è un maieuta, anche se è una parola grossa. Aiuta a conservare le specificità del testo senza travisarle, senza tradirle né schiacciarle, e ad individuare alcune pecche banali alle quali si può porre rimedio. Non credo all’editor come prestigiatore dell’editoria, persona che è capace di trarre da un pessimo manoscritto uno ottimo: questo è proprio difficile. La misura in cui lo si crede è quella del degrado della nostra civiltà letteraria. Per cui, tornando alla mia esperienza: io faccio fare alcune stesure, in alcuni casi faccio un editing molto leggero, dipende.. Però tento il più possibile di appartenere a quel genere di editor che invita gli autori ad essere persino più radicali nella loro autonomia di scelta.

4. Come ti spendi affinché un libro arrivi alla pubblicazione, e affiché la casa editrice punti su questo libro? Quanto agisci tu, direttamente (attraverso il web, i social network etc.) perché un libro da te proposto e poi pubblicato sia diffuso il più possibile?
Se un libro mi piace, se non ci sono particolari problemi, di solito alla pubblicazione ci arriva. Devo convincere l’editore, sì; però di solito ci riesco. Ci sono un paio di idee di marketing che bisogna tenere presente. Ad esempio, a volte ci sono libri che mi convincono, ma che non arrivo neanche a proporre all’editore, perché sono magari di carattere troppo sperimentale, perché non potrebbero mai arrivare alle vendite che permetterebbero all’editore di non perderci troppi soldi. Chi conosce Ponte alle Grazie sa che io non faccio narrativa di cassetta, ma sa anche che evito accuratamente cose troppo sperimentali, pur magari gradendole come lettore.
Come mi spendo perché la casa editrice punti su quel libro? Sono io il primo portatore di quest’agenzia, anche se è l’editore che ha la decisione ultima sul peso commerciale di un libro. Cerco di dosare le cose, ovviamente: è inutile cercare di vendere trentamila copie di un libro che ha la sua misura nelle tremila, ecco. Tremila consentono comunque, nella maggior parte dei casi, di ripagarsi le spese ed un minuscolo margine. Quindi la misura della commerciabilità di un libro la decido io insieme all’editore.
Quanto mi spendo personalmente, attraverso i social network etc.?. Beh, innanzitutto io non credo che i libri vendano ancora molto attraverso network e social network. E, soprattutto, se questo invece succede, non è perché qualcuno di legato alla casa editrice abbia fatto delle operazioni in questo senso. Tentativi di marketing virale, marketing sul web, ci sono da anni: ma, oltre ad essere eticamente dubbi, hanno prodotto risultati molto scarsi. Quindi, per quanto riguarda il fare io direttamente pubblicità sui social network, se esce un libro che amo, magari sulla mia pagina facebook ne parlo. Non mi sembra che questo crei un eccessivo conflitto di interessi, ecco. Abbiamo un ufficio stampa che fa il suo lavoro: interagisco con loro per aiutarli nell’esercizio delle loro funzioni. E , in alcuni casi, cerco di parlare personalmente con i critici.

5. Il tuo lavoro è retribuito? E in quali forme (contratto a progetto o a prestazione occasionale o  a nero). Se lavori a cottimo il tua retribuzione dipende dal numero delle ore di lavoro o dalla quantità del lavoro svolto in una giornata?
Sì sono retribuito: sono un consulente, faccio fattura ogni mese. Il rapporto è di libera consulenza: io abito a Roma, il mio editore è a Milano. Per quanto riguarda il guadagno, mi ritengo un privilegiato: altri colleghi molto bravi guadagnano molto meno di me.

6. Lavori nella casa editrice o per la casa editrice? Devi rispondere a qualcuno del tuo lavoro e o qualcuno risponde a te del suo?
È difficile rispondere perché è chiaro che fisicamente non lavoro nella casa editrice, però ho un rapporto particolarmente stretto e organico. Anche se distante sono un editor a tutti gli effetti della casa editrice; credo che questa sia una nuova forma di lavoro che si diffonderà sempre più nell’editoria.
Sono un consulente; quindi l’idea di rispondere, dal punto di vista formale, è diversa da quelladi un dipendente. Però ho i miei datori di lavoro, quelli che sono i miei clienti, ovvero l’editore e l’amministratore delegato. A conti fatti sono loro a giudicare la qualità del mio lavoro. Per quanto riguarda la domanda se qualcuno risponde a me, la risposta è assolutamente no: non ci sono persone che lavorano dentro la casa editrice che dipendono da me. Mi avvalgo di una serie di collaboratori, che non sono solo lettori: sono anche redattori, editor  a loro volta, impaginatori, grafici, illustratori. Per lo più sono persone che ho trovato io che non hanno contatti dirette con la casa editrice di Milano. Non con tutti ho lo stesso rapporto: per esempio con il lettore di russo ho un rapporto discontinuo mentre con i redattori ho un rapporto costante e continuativo. Però tieni conto che rispondere a qualcuno in termini di lavoro è un utilizzo terminologico piuttosto connotante nel senso del lavoro dipendente. Il lavoratore autonomo non risponde nello stesso modo in cui risponde un individuo inserito in un organigramma aziendale con una struttura classica, basata su rapporti di dipendenza definiti.

 7. Cosa trovi più stimolante il lavoro di consulente editoriale sulla saggistica, sulla letteratura straniera o sulla narrativa italiana?
Il poter variare su tutti e tre. Il lavoro con Ponte alle Grazie mi piace particolarmente perché posso occuparmi di tutti e tre i settori. Ciascuno ha le proprie caratteristiche di interesse. È chiaro che forse è più stimolante lavorare con la saggistica e la narrativa italiana; è anche una occasione di creare nuove amicizie, legami, rapporti intellettuali. Lavorando con gli stranieri è più facile avere a che fare con personaggi di primissimo ordine delle rispettive culture, per esempio è difficile, anche se mi è capitato, pubblicare i maggiori filosofi italiani: su questo piano ho molta più concorrenza, però ho pubblicato con Ponte alle Grazie alcuni dei massimi filosofi del Novecento viventi, e ho potuto avere anche rapporti con loro. Lavorare con gli stranieri può essere più eccitante, nel senso che c’è meno concorrenza e quindi può capitare di avere a che fare con personaggi di interesse internazionale che offrono uno sguardo veramente ampio sul mondo.

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