Un’indagine sul presente #11 parte seconda

404: file not found ha da sempre avuto una particolare attenzione alle voci che raccontano il presente in modi originali e non schematici, che ne rispecchiano la multiformità.
Una forma di indagine che abbiamo spesso usato è quella dell’intervista, soprattuto a proposito di letteratura e di editoria. Dopo due settimane intense di focus sui giochi Olimpici,  per questa seconda metà di agosto abbiamo deciso di riproporre tutte le interviste raccolte in questi due anni di lavoro a scrittori, poeti e persone coinvolte nel mondo dell’editoria, insieme a qualcuna ancora inedita.

Buona lettura!

Uno scrittore quasi esclusivamente politico. Intervista a Tommaso Pincio (parte 2)

Questa è la seconda e ultima parte della nostra intervista a Tommaso Pincio. La prima metà la trovate qui.

Mi sembra che in una certa narrativa prevalga una continua vergogna nei confronti del reale. Prima di confrontarsi con il reale – l’insieme delle cose che sono in un determinato momento storico – c’è un certo pudore; prima che il reale ottenga uno status di letterarietà ci vuole molto tempo. Un film come The social network, per esempio, è completamente impensabile in un contesto come quello italiano. Questo perché non riconosciamo Facebook come possibile oggetto di riflessione artistica, e a quel punto anche critica, forse proprio per mancata letterarietà dell’idea di Facebook.

Diciamo che noi non abbiamo gli strumenti per fare un film di quel tipo, non siamo capaci di leggere la realtà in quel modo, non saremmo capaci di fare un personaggio come Zuckerberg. Però non saremmo nemmeno capaci di fare un film di quel tipo su Berlusconi. Facciamo Il caimano, facciamo quello che ha fatto Gian Antonio Stella, che sono delle allegorie oppure dei documentari, una forma di report trasformato in film.
Prima si pensava che essere realisti significasse andare nelle borgate e far vedere il bambino che girava in mutande, a piedi scalzi. La coca cola che vendeva il baretto lì accanto non veniva considerata realtà, perché era un’importazione del capitalismo consumistico. Se dovevi mostrare la realtà mostravi più possibile il bambino e il meno possibile la coca cola. In realtà il bambino delle borgate che si beve la coca lo fa perché gli piace: lo mette in comunicazione con un mondo che lui desidera. Ora, possiamo discutere se sia giusto o meno essere fagocitati da quel tipo di nuova realtà; ma non separarli, fare finta che non esistano.
Io, per esempio, come quelli della mia generazione, sono cresciuto con l’Uomo Ragno: posso essere in debito con Dante o con Caravaggio, ma moltissimo lo devo anche all’Uomo Ragno. C’è stato un passaggio epocale: a partire dagli anni ’70 è entrato in modo massiccio questo tipo di mondo. È stato necessario che le generazioni cresciute con quelle cose diventassero adulte, affinché quel tipo di cultura popolare acquisisse una cittadinanza, non venisse guardata come qualcosa che non esiste.
Non posso ignorare che, anche se magari adesso preferisco Caravaggio all’Uomo Ragno, devo molto anche a quelle cose lì. Fanno parte comunque del mio bagaglio, e per anni mi sono confrontato da un lato con i disegni, dall’altro con la scrittura, perché  mi interessava anche il modo in cui erano raccontate quelle storie, diverso da quello con cui venivano raccontate nei fumetti italiani, che mi sembravano stupidi. Per esempio una delle cose che mi sembrava stupida in Diabolik era il fatto che la storia cominciava e finiva in un unico albo, e nel numero dopo quello che era successo nel precedente era immutato. La Marvel, invece, aveva inventato la continuity: il mondo dell’uomo ragno era in continua evoluzione così come era in continua evoluzione la vita delle persone, e questo me lo rendeva affascinante. E’ stato molto importante, mi ha portato a interrogarmi sul problema della narrazione: cioè che cosa significa raccontare una storia inventata. Non sarei diventato lo scrittore che sono, se non avessi letto quelle cose. Perché non avrei ragionato su certe cose, non mi sarei posto quel problema.

Qual è stato dunque il tuo percorso, artistico e professionale?
Il mio percorso è stato un po’ strano, la mia fase formativa è stata segnata da cose che hanno a che fare con le arti figurative. Ho fatto il liceo artistico e poi l’accademia: la mia formazione di studente era tutta tesa a diventare un artista. Da ragazzino volevo fare il disegnatore di fumetti. A sedici anni sono finito addirittura in uno studio in cui si facevano fumetti porno-horror. E poi poco dopo che ho finito l’accademia ho deciso che non avevo abbastanza talento per essere un grande artista e ho posato i pennelli. Per diversi anni ho fatto il direttore di una galleria d’arte, ho vissuto negli Stati Uniti e ho cominciato a poco a poco a scrivere.

Alla luce di tutto quello che hai detto, mi pare, non c’è nulla che meriti una patente di stupidità. Più che altro è stupido porre il criterio di valutazione all’inizio di un tema, indipendentemente da quale sarà la sua trattazione. Ci sembra che molto dell’esercizio da fare sia quello di accogliere il reale nelle sue manifestazioni, nella sua complessità, senza ritrarsi, sottolineando come questo non provochi necessariamente un disimpegno, anzi. Quest’autunno eravamo in piazza a manifestare contro il governo per l’università pubblica e, lì, la trovata dei book-blok è stata figurativamente fortissima. Ma la cosa interessante è che tutti i titoli selezionati avevano una componente narrativa fortissima che si collegava direttamente all’idea di impegno: la pratica della narrazione diventava essa stessa pratica del racconto politico.
Io, dal punto di vista dell’etica della scrittura e della narrazione,  mi ritengo un discepolo di Orwell, e quindi come Orwell mi ritengo uno scrittore principalmente politico, anzi quasi esclusivamente politico. Il resto non mi interessa, altrimenti avrei fatto altro, avrei fatto davvero la letteratura di genere. I tre romanzi a cui sono più legato, e cioè Un amore dell’altro mondo, La ragazza che non era lei e Cinacittà sono tutti e tre romanzi politici. Affrontano mondi diversi e tematiche diverse ma in realtà raccontano lo stesso problema: per esempio in Un amore dell’altro mondo la superficie sono i Nirvana, Cobain, il grunge, l’eroina etc, ma in realtà racconto come da un certo momento in poi nella società americana ed anche in quella occidentale si sia scelto di sacrificare una parte più debole della generazioni. In La ragazza che non era lei riaffronto lo stesso problema perchè metto a confronto le due generazioni: la generazione di chi ha vissuto la stagione hippie negli anni Sessanta , i figli dei fiori, e la mia generazione, cioè i nipotini dei fiori. Mia madre non è stata una hippie, però sono figlio di quella generazione così come lo era Cobain. Noi che siamo stati giovani negli anni Novanta, che abbiamo fatto il grunge, siamo figli di quella stagione. In quel romanzo racconto il problema del fallimento di quella rivoluzione, di come in vari modi le persone che hanno fallito abbiano preso determinate direzioni e come questo fallimento si sia abbattuto sulla mia generazione, sulla nostra generazione. In Cinacittà racconto la Roma dei cinesi, il quadro del riscaldamento globale, però racconto sempre la storia di una persona che appartiene alla mia generazione e che è figlia delle illusioni balorde e volgari degli anni Ottanta. Se si concede o meglio si abbandona a quel tipo di vita insensata lo fa principalmente perchè è vittima di quel cinismo, di quella volgarità che ha cominciato ad inquinare il nostro paese proprio a partire dall’era craxiana, che è all’inizio dell’Italia di merda che conosciamo oggi. Orwell ha scritto tantissimo di politica, sia in termini di narrativa sia in termini di saggistica, e moltissimi dei suoi testi erano testi di stampo realistico. Quello che però è rimasto come messaggio politico, come monito, è 1984, che molti scambiano per un romanzo di fantascienza. Ma quel tipo di narrativa, la narrativa che stravolge il reale e te ne fa vedere una faccia deformata, non è soltanto narrativa di evasione: anzi, 1984 non è un romanzo di evasione. Però ha tutte le caratteristiche del romanzo di fantascienza o comunque del romanzo fantastico, ucronico, distopico; e nonostante questo rimane un romanzo principalmente politico. Perché quel romanzo diventa tanto efficace e un discorso di carattere ideologico, che esprime le stesse idee, non lo è? Perché quella deformazione della realtà diventa tanto efficace e il ritratto di Londra, che pure Orwell mette in scena in 1984, non lo è? Non lo è perché in quel modo può mettere a confronto su uno stesso piano la minaccia rappresentata dal male che inquina la società e il modo in cui il singolo individuo si confronta con questa minaccia. Il personaggio di Winston Smith che tenta di ribellarsi al Grande Fratello per amore non è il classico eroe: è sì una persona imprigionata, ma quello che ti fa male quando leggi è il fatto che lui rinneghi il suo amore. È la sconfitta dell’essere umano che fa male, non la rappresentazione di quel mondo. A me viene un po’ da sorridere quando si dice “Orwell ha previsto tutto: il Grande Fratello, le telecamere, etc..”. Quella è la superficie! Non c’è bisogno di un romanzo per capire che un dittatore è cattivo! Quello che lui ti fa vedere è come una persona con delle buone intenzioni, con delle intenzioni positive, con la voglia di ribellarsi, giunga a diventare una brutta copia di sé stesso, un traditore di sé stesso. È quello il punto: il male che le persone si fanno quando si trovano a vivere in una società di quel tipo. Per quello è efficace, non perché dice “Ah, quant’è cattiva la dittatura”. Orwell è uno dei miei scrittori preferiti. Tra l’altro domani esce un mio nuovo libro che contiene un intero capitolo dedicato a George Orwell.

E’ quello di Contromano?
Sì, Hotel a zero stelle. È un libro dove ho raccolto le mie riflessioni su dodici scrittori che per qualche ragione hanno significato qualcosa per me.

Chi c’è, tra gli altri?
Ci sono scrittori di tutti i tipi: Parise, Gram Green, Jack Keruac, David Foster Wallace, F.S. Fitzgerald, George Simenon, Philippe Dick, Herman Melville, Tommaso Landolfi, Pier Paolo Pasolini, Gabriel Garcìa Marquez e George Orwell. Quindi non c’è un panorama, diciamo così, prevedibile, ecco.

Rispetto alla difficoltà italiana di fare grandi narrazioni, cosa pensi? 
Penso che questa cosa migliorerà con il tempo. La generazione a cui appartengo è anche quella di Genna e di altre persone che lavorano in una determinata direzione. Ma poi è la stessa dei cannibali, anche se loro sono apparsi sulla scena prima. Noi siamo una sorta di generazione di mezzo, che viene da quel mondo dove la cultura soffriva ancora di una concezione di tipo elitario e quindi era diffidente nei confronti di una finzione, di una narrativa di puro intrattenimento. La generazione di ora è molto più aperta, guarda invece ai modi in cui si raccontano le storie in determinati paesi. Quindi credo che quelle successive, non dico che raggiungeranno subito il livello dei narratori americani, però nello spazio di dieci anni penso di sì. Il problema è che mancano i luoghi dove dar voce a questi scrittori, questo è il problema. Non credo che il problema sia la capacità delle nuove generazioni di migliorare quello che abbiamo fatto noi; il problema è che c’è la seria eventualità che siano sottratti degli spazi. Esiste una censura sotterranea, che non è una censura di testi, bensì il creare un modo, un sistema per cui le persone non accedono nemmeno al mercato editoriale. Molto viene consegnato a internet, ma bisogna vedere quanto resterà così libero. Perchè alcuni segni già inducono a pensare che nello spazio di pochi anni verrà messa in discussione la libertà di manovra sulla rete, magari in nome della tutela del diritto d’autore o di altre cavolate simili. Le cose si fanno piano piano. Questa è l’unica incognita che io vedo nel futuro – anche non troppo lontano. E’ una possibilità, effettivamente. Se si trattasse solo di ragionare in termini di evoluzione di linguaggio, di evoluzione generazionale, sarei più ottimista.

Cerchiamo di non perderli questi spazi, per quanto possibile. Ah, ecco, un’ultima cosa al volo. Un autore americano che tradurresti domani?
Guarda, per un po’ non voglio tradurre. Perché io traduco per imparare a scrivere e ho sempre usato la traduzione come momento di pausa tra un romanzo e l’altro. Invece negli ultimi anni ho tradotto più di un romanzo. Per esempio, proprio contemporaneamente sono uscite sia la traduzione di Fitzgerald, sia un romanzo di Philip Dick. Poi ho fatto la biografia di Buddha scritta da Kerouac, insomma per un po’ mi fermo.

Vabbè, dai. Allora ci leggiamo “Hotel a zero stelle” e ti rompiamo le scatole di nuovo. 

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