Un’indagine sul presente #9

404: file not found ha da sempre avuto una particolare attenzione alle voci che raccontano il presente in modi originali e non schematici, che ne rispecchiano la multiformità.
Una forma di indagine che abbiamo spesso usato è quella dell’intervista, soprattuto a proposito di letteratura e di editoria. Dopo due settimane intense di focus sui giochi Olimpici,  per questa seconda metà di agosto abbiamo deciso di riproporre tutte le interviste raccolte in questi due anni di lavoro a scrittori, poeti e persone coinvolte nel mondo dell’editoria, insieme a qualcuna ancora inedita.

Buona lettura!

Un nervo continuamente bastonato. Le risposte di Giorgio Fontana

1) In che modo e perché ti sei trovato o hai scelto di lavorare in ambito umanistico-letterario?

In realtà il campo umanistico-letterario non è mai stato il lavoro con cui mi mantenevo — né immagino lo sarà. Tuttavia, collaboro da tempo con diverse riviste e quotidiani: e quanto al modo in cui sono finito a farlo, direi che è stato un misto di pervicacia e fortuna. Ho cominciato scrivendo gratis qui e là. Poi ho mandato proposte in giro per mesi e mesi, intascando una quantità impressionante di mancate risposte. Ma dai e dai, i frutti sono cominciati ad arrivare.

2) Quali sono gli ostacoli che personalmente hai dovuto affrontare e in generale quali sono le difficoltà che si incontrano nel poter lavorare in questo ambito del sapere?

Limitatamente alle collaborazioni con le testate, direi che ci sono due tipi di difficoltà molto odiosi. La prima è la generale scarsa ricettività delle redazioni: molta pigrizia mentale, molti culi attacati alle sedie, poca etica del lavoro (dal non rispondere a una mail al non pubblicare un pezzo nei tempi previsti ecc.). La seconda è figlia della prima: i collaboratori sono trattati come bestie. I pagamenti arrivano sempre in ritardo (se arrivano), e non c’è alcuna forma di difesa dei propri diritti lavorativi. La cosa divertente è che la stragrande maggioranza dei pezzi che si leggono è scritta da collaboratori esterni. Sono loro il nervo del sistema, ma è un nervo continuamente bastonato.

3) Esiste un’ambivalenza nella diffusione della cultura umanistica in Italia: da un lato un mercato letterario in espansione cui si guarda con sospetto, perché lo si ritiene causa ed effetto della diffusione della letteratura midcult, considerata negativa; dall’altra questa stessa espansione ha favorito il successo di libri come Gomorra e e la partecipata presenza ai festival letterari. Come si spiega questa contraddizione?

Non saprei proprio. Fra l’altro non mi sembra di vedere tutto questo sospetto verso la letteratura midcult. E il mercato letterario non è esattamente in espansione: stando al recente rapporto sull’editoria in Italia dell’AIE, il fatturato complessivo del 2009 è calato del 4,8% rispetto all’anno precedente; il 2010 è partito meglio, ma non parlerei di vera espansione. (Aumentano però lievemente i lettori).

4) Cosa si intende per mercato? Sarebbe davvero questo strano connubio di case editrici, premi letterari, pagine culturali dei quotidiani, riviste letterarie e di critica, classifiche di qualità (etc. etc.)?

Il “mercato” per me sono le persone che comprano i libri. Quanto a tutto il resto — appunto case editrici, premi, pagine culturali ecc. — lo definirei un complesso di fenomeni che rende possibile (talvolta in modi bislacchi, e sicuramente con interazioni non sempre evidenti fra le parti) l’acquisto e la fruizione dei libri. Ma credo sia una questione terminologica abbastanza flessibile.

5) In che misura questo mercato si pone come diaframma nei confronti da un lato degli scrittori e dall’altro dei lettori? Quanto conta il caso, i calcoli, le scelte precise, nella fortuna e nella reputazione di un libro?

Alla prima domanda credo di aver risposto sopra. La seconda è delicata: calcoli a priori se ne fanno sempre prima di pubblicare un libro, e la tendenza a “costruire” dei casi letterari ancora prima delle uscite è una tendenza evidente nel sistema editoriale degli ultimi anni. La fortuna conta sempre molto, ovvio — e con una politica di marketing aggressivo un libro avrà più chance di essere letto. Ma di una cosa sono convinto: i lettori, alla fine, non li freghi. Se un libro è brutto rimane brutto, per quanto battage pubblicitario tu possa fare e quante copie sbattere in libreria. E cercare di prevedere cosa passa nella mente dei lettori per dare loro ciò che vogliono, be’… Non è così che funziona.

6) Alla luce di quanto detto, in che modo si può descrivere la geografia dei lettori? Quanto essa è specchio della società?

Non lo so. Bisognerebbe avere dei dati concreti, altrimenti si rischia di parlare a vuoto. La sociologia della lettura non è il mio campo.

7) In definitiva, si può effettivamente dire che il nostro paese è senza scrittori?

Assolutamente no. Ce ne sono e ce ne sono di bravi. Tuttavia, la qualità media mi pare meno alta di quanto alcuni trionfalisti vorrebbero. E credo che ci sia un grosso problema di egoriferimento da parte della stragrande maggioranza degli autori.

Giorgio Fontana è nato nel 1981. Si è laureato in filosofia, ha pubblicato due romanzi, collabora e scrive con diverse riviste, viaggia in treno.

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