Un’indagine sul presente #7

404: file not found ha da sempre avuto una particolare attenzione alle voci che raccontano il presente in modi originali e non schematici, che ne rispecchiano la multiformità.
Una forma di indagine che abbiamo spesso usato è quella dell’intervista, soprattuto a proposito di letteratura e di editoria. Dopo due settimane intense di focus sui giochi Olimpici,  per questa seconda metà di agosto abbiamo deciso di riproporre tutte le interviste raccolte in questi due anni di lavoro a scrittori, poeti e persone coinvolte nel mondo dell’editoria, insieme a qualcuna ancora inedita.

Buona lettura!

Restano naturalmente degli spazi. Le risposte di Paolo Maccari

1) In che modo e perché ti sei trovato o hai scelto di lavorare in ambito umanistico-letterario?

Da quando avevo sui tredici anni in poi non ho mai pensato di poter fare altro. La mia scelta si è poi corroborata col tempo. A ventidue o ventitre non mi sono più chiesto se la passione letteraria potesse diventare un lavoro: ne ero coinvolto in modo tale che era già un lavoro, a prescindere da come mi sarei guadagnato da vivere. In quel periodo ho fatto dieci mesi di servizio civile e sono entrato a scuola direttamente, senza un giorno di supplenza e quindi di esperienza; mi sono laureato a ventisei anni, perché oltre a questi impegni avevo iniziato a scrivere saggi e articoli e altre cosette, e a cercare di comporre poesie dignitose. Vincendo il dottorato, ho potuto lasciare la scuola per tre anni; poi ci sono tornato un anno, e da quattro sono assegnista. Non so se riuscirò mai a far sì che quello letterario sia un mestiere unico. Mi piacerebbe moltissimo. Se non ci riuscissi, il mio buon proposito attuale è quello di non diventare un rancoroso e frustrato semi-intellettuale che sbraita contro l’accademia o il successo altrui: piuttosto, nel caso, preferirei scrivere ancora meno di quanto faccio ma scrivere in maniera più ponderata e, chissà, libera (dico a livello mentale: per il resto mi sento già abbastanza libero e privo di pressioni).

2) Quali sono gli ostacoli che personalmente hai dovuto affrontare e in generale quali sono le difficoltà che si incontrano nel poter lavorare in questo ambito del sapere?

In quanto a lavorare in questo ambito, la mia è una situazione, come dicevo, a tempo, che non so quanto e se durerà. I miei contratti all’Università hanno durata annuale, e fin quasi alla fine dei dodici mesi ignoro che cosa succederà nei mesi successivi.
Le difficoltà che si incontrano in questo ambito del sapere sono tante, troppe per essere elencate tutte.
Un rischio molto presente è quello di non trovare un mezzo di sostentamento, e tutto sommato non è il più grave. Un altro rischio è sentirsi reietti in una società che da almeno un secolo e mezzo bene o male fruisce della cultura come di un passatempo: l’isolamento che ne scaturisce può sfociare in senso di inferiorità o di superiorità. Il primo caso è depressivo, il secondo ridicolo, oltre che, a lungo andare, altrettanto depressivo.
Un’altra difficoltà: trovare l’energia per continuare a credere in una dimensione umana – chiamiamola, come i critici d’un tempo, la poesia, genericamente – che per essere fruita necessita di un ampio bagaglio di conoscenze che si vanno perdendo tra l’indifferenza di chi non le possiede e quindi non le rispetta: gli ultimi tempi hanno registrato un’accelerazione ben visibile di questo processo. Ecco che il pubblico ipotetico diventa ipotetica clientela, e si blandisce, si avvicina banalizzando l’oggetto trasmesso per renderlo comprensibile. Trovare il giusto mezzo, l’alchimia che preservi l’originaria complessità attirando al contempo una vasta attenzione? Certo, in qualche limitatissimo caso avviene. Ma bisogna fare i conti con questa limitatezza.

3) Esiste un’ambivalenza nella diffusione della cultura umanistica in Italia: da un lato un mercato letterario in espansione cui si guarda con sospetto, perché lo si ritiene causa ed effetto della diffusione della letteratura midcult, considerata negativa; dall’altra questa stessa espansione ha favorito il successo di libri come Gomorra e e la partecipata presenza ai festival letterari. Come si spiega questa contraddizione?

Non c’è contraddizione, credo. Ma intanto bisognerebbe intendersi su che cosa sia la letteratura midcult, poiché il termine ormai è usato in un senso così largo che stabilirne i confini è molto difficile: alcuni libri considerati da qualcuno appartenenti a questa sfera io li trovo, oltre che gradevoli, dotati di grande dignità letteraria; per contro, altri etichettati come esempi di letterarietà alta, o di ricerca, li sento stanchi, derivati, furbescamente verniciati di attualità.
Del resto è risaputo, lo sento dire da quando sono bambino, che prodotti midcult sono sfornati dal mercato librario che, in quanto tale, mira assai lecitamente ai migliori guadagni possibili; un tempo, insieme a tutte le operazioni di marketing, le case editrici maggiori e più responsabili avevano interesse, e forse anche orgoglio, a stampare opere difficili, da cui speravano prestigio, lustro e non introiti. Oggi, un oggi che dura da decenni, a ben vedere, a questo lustro e a questo privilegio le case editrici rinunciano facilmente, con o senza un sospiro di sollievo.
Non credo peraltro che libri come Gomorra siano stati favoriti da un mercato straripante. Altri sono i motivi per cui Saviano ha raggiunto il successo: motivi intrinseci ed estrinseci che non mi paiono basati sull’allargamento del mercato: non dico, perché non lo so, che quindici o venti anni fa Gomorra avrebbe avuto lo stesso successo; ma se ne avesse avuto meno, imputerei lo squilibrio a una diversa situazione sociopolitica, a una diversa consapevolezza del disastro camorrista ecc… Prodotti ci sono sempre stati, e i canali di distribuzione non sarebbero stati diversi.
In quanto ai festival letterari, ho risposto in precedenza. Non li frequento molto, ma non direi che siano tutti eventi positivi. La letteratura è anche un fatto individuale, la lettura almeno lo è.
Siamo sicuri che la necessità di tutti questi additivi sia un fatto positivo a prescindere? Inoltre, i festival hanno bisogno di nomi noti per attrarre, solitamente. Come San Remo, occorre un super-ospite per tirar su gli ascolti: si chiama realismo, concretezza degli organizzatori, e non mi scandalizza affatto, anche quando la star è uno scrittore dalle enormi tirature e il minuscolo spessore: la gente attirata poi magari resterà ad ascoltare anche autori validi e ingiustamente trascurati. Benissimo. Si sappia però, come nel caso delle grandi case editrici che si permettevano il lusso di pubblicare scrittori autentici, che siamo in piena legge di mercato, o di marketing, o come la si vuol chiamare, e che dunque, quella stessa legge, diventerà più difficile contestarla dopo averla rispettata.

4) Cosa si intende per mercato? Sarebbe davvero questo strano connubio di case editrici, premi letterari, pagine culturali dei quotidiani, riviste letterarie e di critica, classifiche di qualità (etc. etc.)?

Sarebbe questo e molto altro: sarebbe, sopratutto, quello rischiesto, un discorso insieme molto semplice e di una complessità spaventosa. Parto dal semplice, o se volete dal banale. Mi meraviglia sempre appurare, nelle innumerevoli anime belle che affollano il nostro paese, la pacifica scissione della prospettiva politica (e dunque sociale ed economica) che permette al contempo di scandalizzarsi della lobby (uso il termine in senso neutro, per ora)letteraria senza legarla ad altri scandali. Siamo un ricco Paese occidentale; il nostro sistema economico si chiama capitalismo. E allora? Allora perché mai fingere un meccanismo dei compartimenti stagni, per cui va bene godere della ricchezza che il capitalismo ci offre ma ci sentiamo in obbligo di pretendere allo stesso tempo che sia umano, equo, onesto e comprensivo? Il volto umano? No, non c’è volto umano, probabilmente in nessun sistema politico fin qui tentato, almeno in Italia. Perché dovrebbe essere un’eccezione il mercato letterario?
Diciamo questo, semmai: la corruzione, nell’ambito umanistico, è una cosa delicata: scrivo una recensione a un mio amico, che magari è diventato mio amico perché lo stimo: faccio male? Certo che no. Ma come mi comporto con l’amico dell’amico, la cui opera non mi persuade? Continuate voi la casistica, qui siamo in un regime di corruzione di piccolo cabotaggio, o di non-corruzione, che però si auto-alimenta e spesso finisce per sfuggire a quel minimo di etica che pure è necessaria affinché i testimoni rimangano o diventino attendibili.
D’altronde, sarebbe da ingenui accanirsi e moraleggiare contro la scarsa virtù della critica militante (che pure versa in condizioni sempre peggiori) senza ripetere che i veri successi, le grandi tirature, sono creati dall’industria del libro e cioè dalle case editrici più potenti, che hanno l’egemonia nella distribuzione, i mezzi per campagne pubblicitarie articolate, i contatti giusti (valgono più dieci minuti a colloquio con la Dandini che cento recensioni), il monopolio sui grandi premi. La situazione è, indubbiamente, questa.
Restano naturalmente degli spazi: alcune riviste letterarie, le classifiche di qualità, i canali di diffusione alternativi. E a parer mio sono gli spazi in cui ancora tenta di sopravvivere una forma di opposizione al mercato. Che poi all’interno di questo ambito ci sia molto di marcio, di meccanico, di amicale ecc. è difficile negarlo.
Al limite, può anche nascere un micro-mercato, altrettanto pilotato e iniquo, snob e irritante. Tuttavia, credo che tanti rischi e difetti non riescano a intaccare la sostanziale positività di simili tentativi, quando siano seriamente concepiti e condotti.

5) In che misura questo mercato si pone come diaframma nei confronti da un lato degli scrittori e dall’altro dei lettori? Quanto conta il caso, i calcoli, le scelte precise, nella fortuna e nella reputazione di un libro?

In una misura enorme. Il caso conta forse in fase preliminare; poi, quando l’editore si dà al calcolo e alle scelte precise, non c’è più gran margine di intervento. Non sono sicuro che tutti i responsabili delle collane dei grandi editori abbiano un fiuto sopraffino, o che studino scientificamente l’orizzonte d’attesa per decidere la pubblicazione di un libro invece di un altro. Ma siccome non conosco bene nessun responsabile di tale categoria, posso sbagliare. L’impressione mia è che il caso, come detto, possa ancora avere un ruolo all’inizio del processo che porta alla fortuna di un libro. Poi però inizia il lavoro vero, il vero pilotaggio. Se ho dieci testi con le caratteristiche giuste per partecipare a un premio, e ne candido uno solo, ho fatto la mia scelta. Quel libro è appunto il prescelto, e farò di tutto per fargli vincere il premio, e insieme lo accompagnerò con presentazioni, pubblicità, pile di copie nelle librerie. Come si difenderà il candido lettore da questo attacco in forze? Appurando che il critico di fiducia non ha recensito l’onnipresente capolavoro, di cui già si sa che presto vedremo la versione cinematografica? Mah!

6) Alla luce di quanto detto, in che modo si può descrivere la geografia dei lettori? Quanto essa è specchio della società?

C’è una categoria di lettori che viene braccata come gli ultimi esemplari di una selvaggina dalle carni prelibate: i lettori puri, che leggono incitati esclusivamente dal desiderio di comprendere e di gustare; non sto parlando dei lettori in cerca di svago, che sono ancora moltissimi e per i quali lavora alacre il mercato (mi rendo conto di semplificare rozzamente, ma procedo per sommi capi). Ci sono ancora lettori che non scrivono, che non scrivono recensioni, che non appartengono al mondo letterario. Lettori e basta, puri nella doppia accezione del termine. Sono persone colte e curiose. Sono rare. Non rispecchiano la società ma la nobilitano in silenzio. Poi ci sono i lettori-scrittori a vario titolo: in questa categoria, notoriamente affollata, si trova di tutto: dagli internauti incalliti che si tuffano in ogni blog per dire la loro e consigliare la lettura dei propri libri fino a scrittori e critici di grande valore che oltre a leggere per professione continuano a farlo per passione e con onestà: ogni gradazione intermedia è prevista.
Infine, per farla breve, esiste il generone dei lettori anonimi, che afferrano un paio di libri all’anno, solitamente tra i più pubblicizzati, e lo ingurgitano perché pare non se ne possa fare a meno. Oltretutto, il libro è un regalo economico e ancora dignitoso.
Sono loro lo specchio della società? E’ snobistico affermarlo? Diciamo che sono la maggioranza, come ci insegnano le statistiche. Ma fortunatamente non esiste uno specchio della società bensì un variopinto caleidoscopio che non sopporta un’immagine sintetica.

7) In definitiva,si può effettivamente dire che il nostro paese è senza scrittori?

Non credo; suppongo che la domanda sottintenda “veri” scrittori, essendo la fiumana di scrittori senza aggettivi sempre più imperiosa.
Scrittori veri in Italia continuano ad esserci; rispetto ad altri Paesi, sono molti meno, secondo il mio parere; però, sempre cercando di intuire le richieste implicite della domanda, non sono schiacciati completamente dai “falsi” scrittori e dal mercato, nemmeno sul piano delle vendite. I milioni di copie sono destinate ad altri, ma alcuni autori validi hanno un discreto ritorno di pubblico. Semmai, è arduo scacciare la sgradevole impressione di un declino progressivo della nostra letteratura rispetto ai decenni scorsi. Non vado troppo indietro: confrontiamo i romanzi e le raccolte di poesia usciti negli anni sessanta con i romanzi e poesie che hanno visto la luce nell’ultimo decennio, o in quello prima. Fatte salve, come sempre, le eccezioni, che ingrato, doloroso paragone! Poi sarà vero che in presa diretta non è possibile rendersi conto di quel che sta succedendo. Sarà vero, ed è verissimo che piangere i tempi andati è un atteggiamento spesso derespondabilizzante o adirittura elegiaco. Ma l’impressione sgradevole, almeno in me, rimane molto forte.

Paolo Maccari ha trentacinque anni, e molti di familiarità con i sonetti e gli endecasillabi. Dal 2006 è ricercatore all’Università di Firenze. Nel suo ultimo libro si parla di superstiti, di dialoghi, ma anche del perché si aderisce ad un’ideologia. Sarà con noi domani, a parlare di precarietà e di scrittura.

1 commento

Archiviato in Editoria, Interviste, Letteratura

Una risposta a “Un’indagine sul presente #7

  1. VN

    “Assisto” sempre con molta attenzione le riflessioni di Paolo Maccari, con una sensazione molto piacevole. Dico “assisto” perché sono un prodotto sempre compiuto, senza cedimenti, a cui guardare con fiducia. Niente ammiccamenti, né pugnalatine, ma spinte con le spalle.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...