Un’indagine sul presente #5

404: file not found ha da sempre avuto una particolare attenzione alle voci che raccontano il presente in modi originali e non schematici, che ne rispecchiano la multiformità.
Una forma di indagine che abbiamo spesso usato è quella dell’intervista, soprattuto a proposito di letteratura e di editoria. Dopo due settimane intense di focus sui giochi Olimpici,  per questa seconda metà di agosto abbiamo deciso di riproporre tutte le interviste raccolte in questi due anni di lavoro a scrittori, poeti e persone coinvolte nel mondo dell’editoria, insieme a qualcuna ancora inedita.

Buona lettura!

I narratori. Le risposte di Filippo Bologna

1) In che modo e perché ti sei trovato o hai scelto di lavorare in ambito umanistico-letterario?
A guidarmi credo che sia stata una miscela di frustrazione per la mia incapacità nelle materie scientifiche e di innata curiosità per l’umano, nelle sue molteplici e inesatte forme.

2) Quali sono gli ostacoli che personalmente hai dovuto affrontare e in generale quali sono le difficoltà che si incontrano nel poter lavorare in questo ambito del sapere?
Gli ostacoli sono molti. Su tutti quello di doversi “riconvertire”, come un’industria in tempo di Guerra, da un tipo di sapere squisitamente accademico con cui si esce dall’università – non direttamente spendibile (perlomeno non a breve), a uno più pramamtico e funzionale al mercato del lavoro. Questo per le materie umanistiche. Ma credo che chi venga da una formazione tecnico-scientifica non trovi meno difficoltà: forse per un fisico sarà più facile trovare lavoro che per un archeologo (e anche questo è tutto da vedere) ma di certo in un Paese come il nostro sarà più difficile vincere il pregiudizio che c’è nei confronti della cultura scientifica, come se uno scienziato rispetto a un letterato fosse un intellettuale di serie B. A questo proposito penso che il sapere umanistico sia molto sopravvalutato, ma questo è un altro discorso. Per concludere con una nota personale, posso dire che molto spesso mentre studiavo all’università e disertavo alcuni aride sedute di semiotica o di teoria dell’informazione leggendo buoni romanzi o andando al cinema ho avuto l’impressione di non aver perso nulla, ma anzi guadagnato qualcosa nella mia formazione. Qualcosa che poi mi avrebbe aiutato più tardi.

3) Esiste un’ambivalenza nella diffusione della cultura umanistica in Italia: da un lato un mercato letterario in espansione cui si guarda con sospetto, perché lo si ritiene causa ed effetto della diffusione della letteratura midcult, considerata negativa; dall’altra questa stessa espansione ha favorito il successo di libri come Gomorra e e la partecipata presenza ai festival letterari. Come si spiega questa contraddizione?
Non vedo contraddizione tra le due cose, che mi sembrano anzi le due facce perfettamente combacianti della stessa medaglia. Il successo di libri best-seller e le adunate oceaniche ai festival letterari non innalzano automaticamente il tasso di alfabetizzazione né la coscienza critica di un Paese. Mi pare che in questo ragionamento si rimanga prigionieri di una tipica deformazione della società di massa: considerare i grandi numeri (siano essi le presenze ai festival, o le copie vendute di un libro) come un valore qualitativo da usare come deterrente è uno degli aspetti deteriori introdotti dalla dittatura del consenso (la logica dell’applausometro elevata a strumento di governo) e dalle analisi di mercato (auditel elevato a termometro del paese). Non è vero nemmeno il contrario, ma a volte mi pare che si scambino pratiche di consumo culturale tipiche di una società di massa per un’esigenza di reale acculturazione della società.

4) Cosa si intende per mercato? Sarebbe davvero questo strano connubio di case editrici, premi letterari, pagine culturali dei quotidiani, riviste letterarie e di critica, classifiche di qualità (etc. etc.)?
Credo che per mercato si intenda uno spazio impalpabile in cui si incontrano – si scontrano – e si realizzano, insopprimibili bisogni emotivi, simbolici e pragmatici espressi da una moltitudine di esseri viventi. E il mercato letterario non fa eccezione.

5) In che misura questo mercato si pone come diaframma nei confronti da un lato degli scrittori e dall’altro dei lettori? Quanto conta il caso, i calcoli, le scelte precise, nella fortuna e nella reputazione di un libro?
Il mercato – in tutti i settori, non solo nell’industria culturale – indirizza e guida le scelte degli autori e quelle degli editori. La differenza con il passato è che oggi una casa editrice non persegue più un prestigio letterario né si sente investita da una missione etica nei confronti della vita culturale di un paese. Il capitale civile e il portafoglio editoriale non bastano più. Il mercato richiede agli editori degli indici di crescita equiparabili a quelli del settore audiovisivo, e inconciliabili con i fatturati dell’editoria di qualità. Oggi l’Einaudi della gloriosa gestione Einaudi&Bollati chiuderebbe in sei mesi. Leggere André Schiffrin (Editoria senza editori) per farsi un’idea.

6) Alla luce di quanto detto, in che modo si può descrivere la geografia dei lettori? Quanto essa è specchio della società?
Mah! Nessuno sa chi siano davvero i lettori. Io non sono un sociologo né un sondaggista, per cui non ho che una vaga idea. Billy Wilder degli spettatori diceva che presi uno per uno erano dei cretini, ma tutti insieme diventavano un genio. Non credo sia così per i lettori, credo che il mercato editoriale sia molto più variegato e composito di quello cinematografico. L’unica cosa che mi pare di aver capito è che molto spesso i libri venduti non sono necessariamente libri letti, per cui gli acquirenti di libri possono anche non essere dei lettori.

7) In definitiva,si può effettivamente dire che il nostro paese è senza scrittori?
Questa affermazione non mi trova d’accordo. Credo che sia vero anzi il suo esatto contrario: ovvero che il nostro sia un Paese senza libri, ma pieno di scrittori. Un marea di scrittori. Mai come oggi nella storia dell’umanità è stato tanto facile scrivere pubblicare. Gli autori sopravanzano i libri invece di scomparirvi, si affannano a fare delle proprie vite un’autofiction da sottoporre agli editori. Inventare delle vite invece di esistere, a discapito dei libri, che mi sembrano ogni giorno più indeboliti tanto si rafforzano i loro autori.

Il paese di Filippo Bologna ce l’ha con lui a causa del suo romanzo d’esordio. Lui, in ogni caso, non parla molto di sé, e attualmente è sceneggiatore e scrittore.

2 commenti

Archiviato in Editoria, Interviste, Letteratura

2 risposte a “Un’indagine sul presente #5

  1. nando leva

    non si sa cosa sono i lettori perché si pretende di sapere cosa debbano essere.
    le vite non si inventano: la spettacolarizzazione e il narcisismo sono caratteri di questa società. il problema è capire come rappresentare e vivere tutto ciò criticamente, capire cosa possiamo elaborare proporre comporre vivendo questa società e non guardandola a distanza, con il creduto distacco del moralismo. dobbiamo assumerci il rischio dell’ambiguità parodica, a costo di sembrare ciò che critichiamo. i critici e gli storici, restando persone per bene, non capiscono sempre cosa significhi essere buffoni, parodici, addirittura sardonici, ingaggiare una lotta, un conflitto, un’interazione con la gente di ogni tipo, assumendosene l’irresponsabilità, per rappresentare elaborare e vivere questa spettacolarizzazione che è la vita della gente che non si occupa di critica teoria e storiografia

  2. Per quanto mi riguarda sono perfettamente d’accordo con te.
    Marco

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