Un’indagine sul presente #3

404: file not found ha da sempre avuto una particolare attenzione alle voci che raccontano il presente in modi originali e non schematici, che ne rispecchiano la multiformità.
Una forma di indagine che abbiamo spesso usato è quella dell’intervista, soprattuto a proposito di letteratura e di editoria. Dopo due settimane intense di focus sui giochi Olimpici,  per questa seconda metà di agosto abbiamo deciso di riproporre tutte le interviste raccolte in questi due anni di lavoro a scrittori, poeti e persone coinvolte nel mondo dell’editoria, insieme a qualcuna ancora inedita.

Buona lettura!

No, neanche la società borghese, non più. Le risposte di Vanni Santoni

1) In che modo e perché ti sei trovato o hai scelto di lavorare in ambito umanistico-letterario?
Pur essendo cresciuto tra i libri, ho cominciato a scrivere per caso e in età relativamente tarda (26 anni), entrando in contatto con una rivista letteraria autoprodotta, “Mostro”, i cui membri conobbi nell’ambito di un’esperienza politica di autogestione. Di costoro mi colpì prima di tutto la dedizione alla causa letteraria: ogni venerdì sera, mentre fuori infuriava una stagione di feste non disprezzabile per gli standard della mia città, si trovavano per leggere brani dei classici e commentare i rispettivi racconti, e producevano e distribuivano la rivista sacrificando a essa la maggior parte del proprio tempo. Scrissi un racconto quasi per sfida e lì, insomma, si accese il “sacro fuoco”… si dice così? L’azione successiva fu aprire un blog: l’idea era soprattutto di usarlo per esercitarmi, ma quando iniziarono ad arrivare i primi riconoscimenti compresi che potevo fare sul serio. È avvenuto tutto in modo molto naturale, tanto che oggi mi viene difficile ricordare come mi rapportavo alla letteratura prima.

2) Quali sono gli ostacoli che personalmente hai dovuto affrontare e in generale quali sono le difficoltà che si incontrano nel poter lavorare in questo ambito del sapere?
Ho incontrato quelli che probabilmente sono gli ostacoli più comuni per chi sceglie di fare questo mestiere. In primis il fatto che la letteratura paga poco (ed è anche poco supportata dalle istituzioni), ma su questo punto mi consola il fatto che sia sempre stato così. Secondariamente, ho patito – e patisco – la penuria di spazi e eventi in cui i letterati, specialmente se giovani, possano incontrarsi. Non credo sia un caso che mi sia, per così dire, imbattuto nella letteratura partecipando a un’attività politica che aveva al suo centro la rivendicazione di spazi di socialità. Per quanto riguarda invece il problema forse percepito come più comune, parlo della difficoltà nel debuttare, l’ho incontrato all’inizio – il mio primissimo romanzo, Vasilij e la morte, vinse un concorso per esordienti, ma la casa editrice non rispettò i patti e non pubblicò i vincitori – ma sono riuscito ad aggirarlo non troppo tempo dopo vincendo un secondo concorso (“per il miglior testo tratto dal web”) e pubblicando così Personaggi precari, nel 2007. Non molto tempo dopo ho pubblicato Gli interessi in comune con Feltrinelli. Avevo scritto il mio primo racconto solo due anni prima, quindi posso considerarmi fortunato. Avere un blog molto seguito mi ha sicuramente agevolato nella vittoria di quel concorso, quindi nel mio caso – ma ne potrei citare altri analoghi – si può dire che la rete abbia avuto una funzione democratizzatrice, dandomi quella visibilità che altrimenti tra editor, “lettori”, curatori di collana e direttori letterari, non è scontato ottenere.

3) Esiste un’ambivalenza nella diffusione della cultura umanistica in Italia: da un lato un mercato letterario in espansione cui si guarda con sospetto, perché lo si ritiene causa ed effetto della diffusione della letteratura midcult, considerata negativa; dall’altra questa stessa espansione ha favorito il successo di libri come Gomorra e e la partecipata presenza ai festival letterari. Come si spiega questa contraddizione?
Sposto il punto di vista altrove, sui luoghi del mercato: il cosiddetto “midcult” è una risorsa se il suo successo serve a far crescere editori e rivenditori, aumentandone di conseguenza la possibilità di investimento e azione; diventa un problema quando i libri vengono venduti nella grande distribuzione, dove manca tutto il resto e quindi il midcult diventa, di fatto, l’unica offerta letteraria.

4) Cosa si intende per mercato? Sarebbe davvero questo strano connubio di case editrici, premi letterari, pagine culturali dei quotidiani, riviste letterarie e di critica, classifiche di qualità (etc. etc.)?
Non possiedo dati a sufficienza per effettuare un’analisi obiettiva. Sicuramente esistono anche dinamiche sotterranee che sfuggono allo “strano connubio” di cui sopra, ma rimane il fatto che un libro per vendere deve essere ben distribuito nelle librerie e ben promosso sui canali tradizionali.

5) In che misura questo mercato si pone come diaframma nei confronti da un lato degli scrittori e dall’altro dei lettori? Quanto conta il caso, i calcoli, le scelte precise, nella fortuna e nella reputazione di un libro?
Non condivido la vulgata secondo la quale sarebbe impossibile prevedere il successo di un libro. Esistono le eccezioni ma come accennavo, i libri che vendono molto hanno quasi sempre dietro di loro un buon lavoro di marketing. Non di rado, naturalmente, sono anche buoni libri.

6) Alla luce di quanto detto, in che modo si può descrivere la geografia dei lettori? Quanto essa è specchio della società?
Potrà sembrare paradossale, ma i lettori di libri – parlo di chi dedica davvero tempo e denaro ai libri, non di chi acquista due best seller l’anno – sono ormai una subcultura. Dunque non rispecchiano la società. No, neanche la società borghese, non più.

7) In definitiva,si può effettivamente dire che il nostro paese è senza scrittori?
Al contrario, credo sia sotto gli occhi di tutti che il nostro è un paese con molti scrittori. Se vogliamo, c’è carenza magari di scrittori importanti, ovvero che riescono a influire sulla società, ma, di nuovo, si chiede allo scrittore un compito che non ha più la forza di svolgere, almeno non solo con i libri: gli si chiede non solo di imporsi nella propria subcultura, ma di romperne le barriere e imporsi “fuori”, ovvero diventare mainstream nel senso più ampio del termine, il che, senza l’azione massiccia degli altri media, è impossibile.

Vanni Santoni sa cosa sono i precari. Ha trentadue anni e un paio di romanzi. Ha iniziato da qui, per approdare a questo.

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