London 2012 – Quello che il medagliere olimpico (non) dice

di Leonardo Piccione

Mentre, puntualissimi, polemiche e veleni di matrice calcistica sulle prime pagine dei quotidiani ufficializzano meglio di Rogge la fine della trentesima edizione dei Giochi Olimpici, diventa necessario cominciare a fare un po’ d’ordine nella memoria. E’ probabilmente in questi momenti, quelli immediatamente successivi alla chiusura di London 2012, che decidiamo cosa ci resterà per sempre di questi 17 giorni di full immersion sportiva.
Sì, si è trattato di un’autentica sbornia di emozioni, colori, facce, imprese. Personalmente faccio fatica a stilare una classifica, a dire (come tutti i siti di informazione hanno chiesto) se Jessica Rossi mi ha emozionato più di Carlo Molfetta. Forse ha ragione Massimo Gramellini che, attirandosi le ire di molti, ha sentenziato che, alla fine, quello che ci resta viene essenzialmente da chi corre, nuota, tira di scherma e gioca a basket o pallavolo, diversamente da altri sport equiparati invece ad attività ludiche o circensi: perché non il calcio balilla o la corsa nei sacchi?

Tralasciando le provocazioni, quello che è certo è che si avverte il bisogno di fare sintesi. E i numeri, in questo caso, aiutano sempre. Ecco che il medagliere diventa riferimento assoluto, cartina al tornasole, orgoglio di ministri o condanna di dirigenti sportivi. Come spesso accade, però, i numeri necessitano di una lettura attenta, che non si soffermi alle facili conclusioni della prima occhiata. Qui non ci proponiamo di analizzare nel dettaglio le diverse lettura cui si presta la super-classifica olimpica, ma solo di mettere in evidenza alcuni interessanti spunti di riflessione apparsi qua e là in questi giorni.

Partiamo dall’Italia: il presidente del Coni ha giustamente e orgogliosamente dichiarato che l’Italia fa parte del G8 dello sport mondiale. Ma, guardando dentro il nostro medagliere, ci accorgiamo inevitabilmente che stiamo diventando un paese sportivo di nicchia (Crosetti): abbiamo le nostre ottime casseforti olimpiche, ma non contiamo più di tanto. Nessuna medaglia dal nuoto in piscina, solo un bronzo dall’atletica (grazie a uno straordinario 36enne). Un dato: a Londra, per la prima volta in un’Olimpiade casalinga, l’Europa ha totalizzato meno del 50% del totale degli ori in palio (Boffo). Quando il mondo sportivo sarà ancora più vasto di oggi, e sarà per noi più impervio anche vincere nella scherma (l’oro del venezuelano Gascon nella spada è un segnale), potremmo davvero ritrovarci nelle sabbie mobili. A meno che (Pontani), non ci si decida a investire seriamente su cultura ed educazione
sportiva: davvero c’è qualcuno che pensa ragionevolmente che in Italia lo sport si fa meglio che in Australia o in Canada, nazioni che ci seguono nel medagliere londinese?

Il medagliere andrebbe, poi, ponderato. Pesato in relazione alla popolazione, agli investimenti nello sport di ciascun Paese e al Pil: le otto grandi potenze economiche che fanno parte del G8 si sono piazzate prevedibilmente nelle prime undici posizioni del medagliere. Andrebbe poi attribuito un valore specifico ad ogni alloro, se si volesse misurare con credibilità la “potenza sportiva” di ciascuno stato: non è certo irrealistico che un oro nella lotta greco-romana conti meno di uno nei 200 stile libero. Il Sole 24 Ore ha pubblicato, due giorni fa, un paio di medaglieri alternativi. Scopriamo che l’isola di Grenada, grazie a Kirani James, è prima sia nella classifica per migliaia di abitanti che in quella per milioni di dollari di Pil. Segue, a ruota, la Giamaica. L’Italia si posiziona 40esima nel rapporto medaglia per popolazione e 57esima in rapporto al Pil, lasciandosi alle spalle solo tre “big”: Spagna (vera delusione olimpica, ma loro contano negli sport che contano), Cina e Stati Uniti. Nel mare magnum dei numeri e delle statistiche, segnaliamo soltanto tre ulteriori dati: l’enorme fatica del gigante indiano, che chiude entrambe le classifiche; il quarto posto della Corea del Nord nella classifica rapportata al Pil; lo strepitoso successo di Ungheria e Nuova Zelanda, che si piazzano in zona “top ten” in entrambe le graduatorie.

Ci siamo permessi di giocare con i numeri, con il solo obiettivo di dare una lettura diversa e curiosa dei risultati complessivi dei giochi olimpici. Due le conclusioni possibili. Intanto, l’Italia può ritenersi soddisfatta dal proprio risultato sportivo, ma deve guardare con giusto spirito critico alla composizione del proprio medagliere e alla crescente competitività futura. Infine, va tenuto presente un ulteriore limite del medagliere, forse la vera cosa che non dice: la freddezza delle classifiche e la lapidarietà delle cifre sono del tutto inadeguate a ricapitolare il carico emotivo e la potenza didatticamente umana di un’edizione dei Giochi che, nel complesso, faticheremo a dimenticare.

5 commenti

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5 risposte a “London 2012 – Quello che il medagliere olimpico (non) dice

  1. Leonardo Piccione

    Un doveroso aggiornamento: la Gazzetta dello Sport ha pubblicato oggi, insieme a dettagliate pagelle per ogni disciplina, anche una classifica alternativa, attribuendo un punteggio ai primi 8 classificati in ogni gara. Nessuno stravolgimento, con l’Italia al 9° posto e il Kazakistan evidentemente arretrato fino alla posizione 23.

  2. Giacomo Gabbuti

    Lettura molto interessante. Non so se esistano dati che permettano un raffronto spesa per sport/medaglie: parlando di ciò che conosco, l’Italia tra i paesi in figura è quella che spende meno – in totale, ma anche come spesa pubblica – in istruzione. Dell’Ungheria non so, ma credo rientri nella tradizione sovietica.
    Questo fa sì che le scuole non hanno più che un campo di pallavolo – l’unico sport eccetto il calcio con un bacino di praticanti e una rete di osservatori all’altezza. Gli altri sport sono, chi più chi meno, nicchie: di “classe” (scherma e pallanuoto, fino a poco fa il rugby), di “arma” (Carabinieri, etc.) o geografiche (alcune arti marziali nascono e ruotano spesso attorno a una palestra, e due delle tre medaglie del pugilato vengono da Marcianise).

    In questo senso il commento del Coni: nonostante siamo nel G8 dell’economia, non era scontato lo fossimo anche in quello sportivo, perché le risorse non sono in linea. Il nuoto è la vera delusione, perché è l’unico movimento che ha ospitato di recente una competizione mondiale con stanziamenti superiori alla norma, ma non ha saputo dare seguito a recenti exploit. Le altre discipline – escluse pallanuoto, pallavolo e scherma – rinnovano la nostra percezione di un’Italia che “s’arrangia” e nella sorte avversa compie imprese “eroiche”: se lo sport mima il conflitto, nelle Olimpiadi rinnoviamo la narrazione della Grande Proletaria che va alla guerra con le scarpe di cartone. Ma in un mondo in espansione, come dici, potrebbe (dovrebbe?) non bastare più – aggiungo: dovremmo chiederci anche se questo sia un problema o tutto sommato possiamo vivere bene con qualche medaglia in meno.

    Ps. credo La Stampa confrontò il Pil pro-capite dei podi in varie discipline, come misura degli sport “più accessibili” e quelli meno.

    • Leonardo Piccione

      In un articolo (credo fosse di Panorama online) leggevo il seguente dato: l’Italia risulta 24a se si prende in considerazione in costo della spedizione olimpica. E’ la statistica che forse si avvicina maggiormente al dato spesa per sport/medaglie, ma non ne conosco l’origine né il dettaglio. Sarebbe interessante approfondire al riguardo.

      Sull’eventualità di un’emorragia di medaglie nelle edizioni future: certo, possiamo vivere bene con qualche medaglia in meno. Ma sicuramente vivremmo meglio con una struttura sportiva meglio organizzata a tutti i livelli (a partire da quello di base) che produca, di conseguenza, risultati agonistici in linea con la nostra tradizione. E che ci permetta di continuare ad esultare per trionfi colorati di azzurro, e non solo per la decubertiana gioia di esserci.

      • gabbuts

        Intendevo: aldilà del discorso organizzativo (spendere bene i soldi è meglio che spenderli male), un paese dovrebbe darsi delle priorità, e decidere di conseguenza quanti soldi spendere e dove. Invece noi come Paese, nello sport come nel resto, non ci diamo obiettivi, ma procediamo tra inerzia e impulsi individuali. Con questo non voglio suggerire alcuna risposta, mi veniva da pensare solo che siamo un paese che vive per inerzia – più realisti del re, perché i paesi c.d.”liberisti”, nell’economia e nello sport, programmano più e meglio di noi. Poi io di mio non sono convinto dallo sport di massa anglosassone, ma non mi riferivo a un giudizio di merito.

  3. dario

    Interessante. Avrei però due precisazioni.
    Non riesco a condividere l’idea che ci siano sport che contano e altri per cazzoni, mi spiace :-( Soprattutto se parli di lotta greco-romana, antichissima, nobile, e in cui molti presunti “atleti” magrolini provenienti da altri sport non avrebbero alcuna chance. Quando penso al ciclismo, vedo coscioni in movimento, non atleti.
    Secondo punto, perché in queste classifiche non c’è mai l’UE? Ho capito che gli Stati uniti sono uno “stato” e noi no, ma mi piacerebbe vedere e capire quanto conta l’Europa politica, oltre ai singoli stati-regione (come li chiamerebbe Maroni in questi giorni…). Se dividessimo gli Usa e la Cina in regioni, in che classifica sarebbero?

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