Un’indagine sul presente #1

404: file not found ha da sempre avuto una particolare attenzione alle voci che raccontano il presente in modi originali e non schematici, che ne rispecchiano la multiformità.
Una forma di indagine che abbiamo spesso usato è quella dell’intervista, soprattuto a proposito di letteratura e di editoria. Dopo due settimane intense di focus sui giochi Olimpici,  per questa seconda metà di agosto abbiamo deciso di riproporre tutte le interviste raccolte in questi due anni di lavoro a scrittori, poeti e persone coinvolte nel mondo dell’editoria, insieme a qualcuna ancora inedita.

Buona lettura!

Scrivere è una pratica eliminatoria. Le risposte di Giorgio Vasta

1) In che modo e perché ti sei trovato o hai scelto di lavorare in ambito umanistico-letterario?

Non credo di avere scelto, nel senso che non credo di essermi trovato consapevolmente, un giorno, a un bivio davanti al quale dovevo decidere se proseguire da una o dall’altra parte. Ho cominciato a lavorare con la scrittura – in editoria e nei laboratori di scrittura – prima di rendermi conto che si trattava di qualcosa che mi piaceva e mi piace fare. Quello che è accaduto è che come succede a tantissime persone mi accorgevo che “stare” dentro la lettura, nel comportamento della lettura, aveva qualcosa di inesauribile. Un senso di eccitazione e di sfinimento, di estenuazione. Perché dalla prima adolescenza in avanti mi è sembrato di capire che, tutt’altro che avere a che fare con qualcosa di bello e costruttivo, leggere è stata una pratica eliminatoria, una forma di cancellazione. Ogni libro letto era un libro eliminato e il desiderio, man mano che andavo avanti, era quello di uno sterminio. Questa distruttività – che dunque risponde a un impulso intollerante a qualsiasi idealizzazione – a poco a poco si è canalizzata all’interno di un lavoro. Dunque la lettura (che per me è anche una straordinaria forma di evitamento, di elusione: sarebbe bello costruire un catalogo di tutto ciò che non ho fatto – e sono contentissimo di non averlo fatto – leggendo) si è sviluppata diventando studio della lettura e poi curiosità nei confronti della scrittura: prima, e soprattutto, della scrittura degli altri, e in un secondo momento anche della mia.

2) Quali sono gli ostacoli che personalmente hai dovuto affrontare e in generale quali sono le difficoltà che si incontrano nel poter lavorare in questo ambito del sapere?

Credo ci siano alcuni problemi d’ordine culturale – che non necessariamente si trasformano in ostacoli. Lavorare con i libri può condurre a livelli di autoreferenzialità altissimi; oltre il perimetro di questa autoreferenzialità vige una serena indifferenza nei confronti di tutto ciò che è libro e scrittura. Dunque c’è da una parte uno spazio – quello che Giulio Mozzi ha chiamato “campo letterario” – che tende alla saturazione, a colmarsi di discorsi che al contempo proliferano, gorgogliano e alla fine ristagnano, nel senso che muoiono in se stessi: non trapelano, non penetrano, non riescono a incidere e a influenzare; dall’altra parte, intorno a questa enclave iperdiscorsiva c’è un non ascolto di tutti questi discorsi, qualcosa che non implica ostilità o trascuratezza: come detto l’indifferenza può essere limpida e serena. In sostanza il problema che mi sembra di verificare quotidianamente – e che non ho idea se ed eventualmente come sia risolvibile – è l’autismo strutturale del campo letterario e l’imperturbabilità noncurante di tutto ciò che non è campo letterario.

3) Esiste un’ambivalenza nella diffusione della cultura umanistica in Italia: da un lato un mercato letterario in espansione cui si guarda con sospetto, perché lo si ritiene causa ed effetto della diffusione della letteratura midcult, considerata negativa; dall’altra questa stessa espansione ha favorito il successo di libri come Gomorra e la partecipata presenza ai festival letterari. Come si spiega questa contraddizione?

Forse ipotizzando che non si tratti di una contraddizione: un mercato letterario in espansione non è necessariamente il veicolo di un cambiamento della qualità di una comunità, l’indice di una metamorfosi in positivo della qualità della nostra cultura (e, altrettanto chiaramente, l’espansione del mercato non costituisce in sé un limite: a essere determinante è che cosa il mercato espande).

Forse, per ragionare, ha senso ripartire dall’inizio, dalle definizioni. Il mercato è in grado di descrivere la maggiore o minore efficacia di una strategia di vendita (e, tra parentesi, non andrebbe commesso l’errore di sopravvalutarle, queste strategie: il mercato editoriale non è neanche lontanamente una scienza esatta) ma è improbabile che possa rendere conto dell’efficacia “critica” di un testo, della sua capacità di generare trauma. Il luogo comune – in parte fondato – sostiene che quanto più un testo letterario ha forza traumatica tanto più la sua commercializzazione non conoscerà grandi numeri risolvendosi, nella migliore delle ipotesi, in una dignitosa nicchia. La dimensione “minoritaria” di parecchi capolavori non è un fenomeno recente: ostinarsi a pensarlo vuol dire insistere a vuoto nel far valere una prospettiva erronea per la quale c’è stata, anche nel mercato editoriale, un’età dell’oro che nel tempo è tramontata a vantaggio di una corruzione del gusto, arrivando a premiare, adesso, libri di qualità rarefatta o del tutto inconsistente. L’umano, in generale, non è un bel posto e immaginare che sia andato a male in questi ultimi anni credo sia davvero ingenuo.

Detto ciò penso sia comunque utile domandarsi quale possa essere stato il cambiamento intervenuto in questi ultimi decenni; da quando, cioè, lo scenario editoriale si è riconfigurato vedendo da un lato il sorgere imperioso dei grandi raggruppamenti editoriali e dall’altro la nascita e il tentativo di sopravvivenza dell’editoria indipendente. La mia impressione è che si sia dato corso legale a un equivoco, a una specie di strategico fraintendimento: sgretolata la possibilità di ragionare in modo condiviso sulla qualità letteraria di un testo (dove condiviso non vuol dire essere tutti d’accordo, vuol dire individuare collettivamente e unanimemente una serie di criteri di giudizio) si è deciso, senza necessariamente esserne consapevoli, di sostituire un discorso impossibile sulla qualità con un discorso invece possibile, persino oggettivo, sulla quantità. Il mercato ha dunque smesso di essere un strumento di descrizione parziale di quello che accade, ha rotto gli argini ed è stato accreditato come misura unica dell’esistenza di un testo. Le politiche dei grandi gruppi hanno determinato cioè cambiamenti che non investono semplicemente il livello commerciale economico e finanziario ma anche e forse soprattutto quello culturale, il modo in cui ragioniamo sui libri. Il mercato come misura unica della qualità è una forma di resa nevrotica all’incapacità di dare forma a un altro tipo di discorso.

4) Cosa si intende per mercato? Sarebbe davvero questo strano connubio di case editrici, premi letterari, pagine culturali dei quotidiani, riviste letterarie e di critica, classifiche di qualità (etc. etc.)?

Come ho appena cercato di dire, credo che il mercato sia uno strumento di misurazione che andrebbe osservato con neutralità, senza annettere alle sue misurazioni un giudizio qualitativo. Il mercato, insieme alle case editrici, i premi, le pagine culturali, le riviste, la critica, le classifiche di qualità – e ancora le discussioni che non necessariamente diventano pubbliche e che scorrono ogni giorno carsiche tra autori e lettori, autori e autori, lettori e lettori, tramite la rete o gli incontri fisici – dà luogo a quello che, riprendendo la definizione di Mozzi, chiamavo “campo letterario”. La forza di un campo letterario penso stia, tornando alla seconda domanda, nella sua capacità di sfondare il proprio perimetro e agire in uno spazio non strettamente letterario, dunque in uno spazio sociale che viene spesso semplificato e tarato verso il basso e al quale il letterario dovrebbe suggerire – non dall’alto ma come processo naturale – attenzione e rispetto nei confronti della complessità. Credo che al momento tutto questo non accada.

5) In che misura questo mercato si pone come diaframma nei confronti da un lato degli scrittori e dall’altro dei lettori? Quanto conta il caso, i calcoli, le scelte precise, nella fortuna e nella reputazione di un libro?

Tornando al luogo comune, a uno dei luoghi comuni – che del resto sono inevitabili e forse persino necessari perché in quanto sedimentazioni di pensieri semplificati chiariscono in che modo si cerca di dare risposta a una serie di domande – il mercato è un mostro tentacolare, di un’intelligenza perfetta nella misura in cui è ignara di se stessa, in grado di determinare le percezioni e le sorti di ogni libro. Dunque il mercato è il luogo del calcolo, delle decisioni ponderatissime, un contesto geometrizzante nel quale il caso deve pesare il meno possibile.

Un’espressione che ricorre frequentemente, in questo senso, è quella di libro “costruito a tavolino”. Ogni volta che la sento o che la leggo penso a Segrate, a via Mecenate, a via Biancamano, ovvero alle sedi dei grandi editori, e immagino all’interno dei loro uffici una stanzetta appartata, probabilmente raggiungibile tramite una botola un passaggio segreto una falsa parete nascosta, nella quale, unico elemento d’arredo in un ambiente diversamente monacale, sta un tavolino di legno, magari con l’impiallacciatura malridotta e una gamba così consumata da farlo traballare anche solo guardandolo. Intorno a questo tavolino periodicamente convengono, secondo un calendario di matrice massonica, un autore e uno o due editor, ognuno con in mano un metro da sarto e un paio di forbici lunghe come una scimitarra. Su quel tavolino si fabbrica il romanzo commercialmente perfetto, il grande dominatore delle classifiche (ed è chiaro che alla fine del lavoro autore ed editor andranno a dormire negli scantinati della casa editrice, plausibilmente dentro bare allineate una all’altra, così da confermare fino in fondo la loro natura diabolica).

Chi lo sa, può anche darsi che un tavolino simile esista, ma per quanto mi riguarda il problema non è quello: il tavolino “grave”, quello che eventualmente mi impensierisce, non sta in una stanza delle case editrici ma direttamente conficcato dentro i crani di alcuni autori. Ovvero si tratta non di qualcosa di esterno, di una manipolazione capziosa e strategica agita da fuori, bensì dell’introiezione di forme e criteri compositivi assimilati senza mai metterli in discussione e tarati prevalentemente su una specifica idea di leggibilità (che ovviamente è in sé un valore, una forma di onestà, ma sempre ricordandosi che la leggibilità non è per forza un piano inclinato vero il basso, può anche essere un’arrampicata a mani nude su una parete verticale: l’importante è non standardizzare l’idea di lettura – e di umano – verso la semplificazione a tutti i costi), qualcosa che agisce sulla forma della lingua e della drammaturgia. Un campo letterario ricco e fertile dovrebbe cercare di non ridurre la propria capacità di ricezione in modo da garantire, di riflesso, capacità di invenzione da parte degli autori.

6) Alla luce di quanto detto, in che modo si può descrivere la geografia dei lettori? Quanto essa è specchio della società?

Agganciandomi a quanto appena detto, i lettori – la loro cultura, il loro coraggio, dunque il coraggio di ognuno di noi considerato che nel campo letterario il denominatore comune è o dovrebbe essere la lettura – hanno una responsabilità enorme. Perché i lettori si prendono cura della qualità dell’ascolto. Lettori in grado di percepire soltanto i boati, dunque tutto ciò che coincide con i primi posti delle classifiche, da un lato fanno manutenzione del già noto e dall’altro distruggono la propria abilità percettiva. Ad ascoltare solo boati si perde in sensibilità, si riduce drasticamente la capacità di ascolto di ciò che non è boato, dei suoni e dei rumori sottili, soprattutto degli infrasuoni. E tantissimi libri esistono ed esisteranno come infrasuoni. Pensare di non dovere essere un lettore inerte ma il più possibile attento e consapevole, un lettore che nel dialogare con un libro mobilita categorie interpretative adulte, è un modo – in stretta soluzione di continuità con azioni esterne al letterario – per esistere fuori e in contrasto con buona parte di quei meccanismi inerziali che spesso ci determinano.

7) In definitiva,si può effettivamente dire che il nostro paese è senza scrittori?

Il nostro paese ha grandissimi scrittori, parecchi dei quali hanno un numero ristretto di lettori. Fare esistere collettivamente, oltre ai criteri del mercato (senza, lo ripeto, nessuna demonizzazione del mercato medesimo), altri strumenti di misurazione, accreditarli, conferire loro rilievo e visibilità, penso sia un compito nel quale ha senso impegnarsi.

2 commenti

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2 risposte a “Un’indagine sul presente #1

  1. Domenico Ingenito

    “L’umano, in generale, non è un bel posto e immaginare che sia andato a male in questi ultimi anni credo sia davvero ingenuo.” – L’umano, in generale, è il nostro unico posto. E tanto a noi riemerge come esclusivamente nostro che forse non ha mai avuto senso distunguere quel che è intrinsecamente bello da quello che, di per sé, si chiama brutto. Quel che negli anni forse è soggetto a pericolose oscillazioni è il modo con cui avviciniamo le mani agli affioramenti taglienti di splendore.

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