London 2012 – Inesperienza e senso del limite: una riflessione sulla maratona

di Claudia Crocco

χαίρετε, νικῷμεν1

La prima maratona olimpica fu corsa nel 1896 ad Atene, durante la prima edizione dei giochi. Fortemente voluta sia da Pierre De Coubertin, fondatore delle Olimpiadi moderne, che dalla Grecia, l’idea di organizzare la gara fu di Michael Bréal, filologo e glottologo francese, che voleva fare un omaggio alla celebre corsa compiuta dall’araldo Filippide, inviato da Maratona ad Atene ad annunciare la vittoria greca sui Persiani. Secondo Erodoto, si sarebbe trattato dello stesso messaggero precedentemente inviato da Atene a Sparta, quando la vittoria era ancora molto incerta, con una richiesta di aiuto.

Per arrivare ad Atene, Filippide coprì a piedi una distanza di poco più di 40 km. Lo stesso tratto fu percorso nel 1896. L’attuale distanza standard di 42,195 metri è stata adottata solo a partire dalle Olimpiadi di Londra del 1908, e ufficializzata solo dal 1921. Fin dalla prima edizione dei giochi, invece, è tradizione che la maratona sia l’ultima gara fra quelle di atletica, e che si svolga l’ultimo giorno.

Durante quella prima edizione, l’atleta italiano Carlo Airoldi fu squalificato perché considerato un professionista: aveva già gareggiato in percorsi così lunghi, ed anche superiori. La maggior parte degli atleti in gara, invece, era alla prima esperienza del genere: e nella Carta Olimpica redatta da De Coubertin era specificato che i giochi erano destinati ai dilettanti. Non era un atleta di professione Spiridon Louis, che probabilmente prima faceva il pastore, e che, a ventitré anni, vinse la prima maratona moderna. Originariamente era un agente di polizia l’etiope Abele Bikila, nonché guardia del corpo personale dell’imperatore d’Etiopia Haeile Selasse; nel 1960, a Roma, in occasione della XVII edizione dei giochi Olimpici, corse la maratona a piedi nudi, vincendola. Abele Bikila diventò immediatamente uno dei simboli della liberazione dell’Africa dal colonialismo europeo. Corse e vinse anche nel 1964, a Tokjo: con le scarpe, questa volta, ma soltanto sei settimane dopo essere stato operato di appendicite. Anche la seconda vittoria, dunque, fu ottenuta in condizioni decisamente eccezionali. Tutto questo, insieme alle sue vicende biografiche successive (fra le quali un incidente d’auto che lo costrinse alla paralisi, la partecipazione alle paralimpiadi, la morte a quarantuno anni per emorragia cerebrale) ha aumentato la diffusione della sua immagine come simbolo di qualcos’altro. Ma Bikila è stato il primo africano a vincere una medaglia d’oro, il primo vincitore di due maratone olimpioniche consecutive: Bikila è stato, innanzitutto, un grande atleta. Non vale lo stesso discorso per Spiridon Louis: anche lui è stato un’icona dello sport, della maratona, e del dilettantismo che porta a grandi vittorie; tuttavia non ha mai corso altre maratone, dopo quella di Atene.

È vero che, nelle prime edizioni dei giochi Olimpici, gli atleti “di professione” erano decisamente pochi, e per questo le gare senz’altro molto diverse da oggi. Non è un caso, però, che proprio la prima maratona sia stata vinta da un greco: i fondisti greci erano più allenati, e avevano superato una selezione per partecipare, mentre su altri concorrenti lo sforzo fisico eccessivo e la mancata abitudine a tratti così lunghi pesarono di più, costringendoli a ritirarsi.

Nel caso della maratona, almeno all’inizio, al mito dell’“inesperienza” era complementare la convinzione che la performance fisica non dovesse essere facilitata neanche attraverso rifornimenti di bevande e docce ai concorrenti, che erano perciò proibite. Per questo motivo nella maratona del 1912, alle Olimpiadi di Stoccolma, il portoghese Francisco Lazaro ebbe un collasso causato dalla disidratazione, e addirittura morì dopo il trentesimo chilometro. Complice un caldo eccezionale e fuori dall’ordinario per la Svezia, in quella sfortunata edizione furono molti i maratoneti costretti ad abbandonare la competizione a causa di malori.

Oggi, le maratone sono uno degli sport con più ampia partecipazione ‘amatoriale’, anche se non molti lo sanno. Quella con più concorrenti in assoluto si svolge a New York, con più di 35.000 persone; ogni anno è un vero evento, pubblico e mediatico, molto seguito anche da chi non corre affatto. Seguono, per popolarità e partecipazione, Londra e Chicago; mentre la più antica, dopo quella di Atene, è la maratona di Boston. Ogni anno, dunque, migliaia di persone si allenano per correre 42,195 km. Molte di loro lo fanno senza alcuna speranza di vincere; e ovviamente questo non vuol dire che non possano porre altrettanto impegno e tenacia nella preparazione, talvolta. Altri, per vincere, fanno allenamenti molto intensi, quotidiani; e qualche volta vanno alle Olimpiadi. Se sono fortunati, se le loro condizioni fisiche sono migliori di quelle degli altri, se quel giorno la loro performance riesce ad essere esattamente quella per cui hanno sudato nei quattro anni precedenti, le vincono.

Se la differenza di intensità, variabilità e frequenza di allenamenti, fra i primi e i secondi, è molto alta; il divario nei tempi di percorrenza di quei quarantadue chilometri, invece, non è così forte. Secondo molti medici ed allenatori, chiunque potrebbe correre una maratona, se disposto ad allenarsi per un minimo di cinque mesi. Questo non vuol dire che chiunque possa raggiungere un record del mondo.

Ma cosa fa tale un campione olimpico, allora?

La maratona esprime molto bene la contraddizione fra professionismo e dilettantismo di molti giochi olimpici – e questa, per me, è una delle fonti del suo fascino. Negare l’importanza della preparazione atletica e della componente tecnica per questo sport è pura miopia. Al tempo stesso, si tratta senz’altro di una fra le discipline atletiche in cui il confine fra le due è più sfumato.

Quello che può essere interessante discutere ora, a poche ore dalla XXVII maratona olimpica, però, non è la preponderanza o l’importanza del professionismo alle Olimpiadi oggi. Riprendendo un po’ dello spirito ‘amatoriale’ puro della visione sportiva, quello che mi preme domandare ora è un’altra cosa: cosa condividono Abele Bikila, Spiridon Louis, Stefano Baldini, Patrick Makau Musioki, e chi si allena nei ritagli di tempo dal lavoro, ma sogna per un anno di andare a correre la maratona di New York o quella di Treviso?

Fino a otto anni fa, questo tipo di sport e la corrispondente gara olimpica non mi aveva mai colpito. Il volto contratto per lo sforzo di Stefano Baldini che arriva allo Stadio Panathinaiko, nel 2004, è la prima immagine di un maratoneta che io abbia mai visto, credo. Mi impressionò moltissimo, non so bene perché. Per diversi giorni, ha continuato a venirmi in mente una domanda: cosa stava pensando Bandini, in quelle 2 ore 10 minuti e 55 secondi? Costa avrà pensato nell’ultima mezzora, nell’ultimo quarto d’ora, negli ultimi dieci metri?

Nessuno se l’aspettava, quella vittoria: lo ricordo bene, anche se la mia ricezione delle Olimpiadi di Atene era molto passiva, tutta filtrata dai Tg e da Raisport, dal sottofondo della televisione in casa mentre facevo altre cose. Non mi rimase impresso l’incidente di Da Lima; di quello non ricordo granché, l’ho letto dopo. No: io ricordo solo una bellissima Atene sullo sfondo e l’immagine di Baldini che arrivava al traguardo – e ce l’aveva fatta.

Quello che mi attraeva, quello che mi attrae ancora empaticamente della maratona, è forse un aspetto vagamente masochistico di questo sport. Non mi riferisco solo all’allenarsi (per quanto gli studi medici hanno dimostrato che può provocare un raddoppio delle possibilità di infarto al miocardio). Mi riferisco a qualcosa che ha a che fare con la tensione e con lo sforzo fisico prolungati, con la frustrazione attiva, con il senso del limite. Ne fanno parte lo scatto in avanti che possono dare l’acido lattico e il bruciore nelle gambe; la testa leggera e lo svuotamento dei pensieri quando il glucosio nel sangue diminuisce e ne sale l’acidità, mentre il corpo cerca di bruciare acidi grassi, ma ci vuole più tempo. E il tempo è così dilatato, quando corri. All’inizio, nel momento della partenza, sembra infinitamente ampio, fluido, visivamente simile ad un fiume: sai che sta scorrendo in avanti, ma la fine è lontanissima, è una scommessa. In mezzo ci sono gli attimi. Sono momenti di contrazione, come curve, anse: possono essere accelerazioni, rallentamenti, anche attimi in cui vorresti tornare indietro. Attimi in cui senti di avere un corpo.

Cosa ti spinge a continuare?

Molte sono le risposte possibili: la possibilità, la speranza o il desiderio di una vittoria; la determinazione nel portare a termine un obiettivo, la necessità di imporsi qualcosa; un impegno preso verso qualcuno, oppure il puro piacere di dominare perfettamente il proprio corpo attraverso il controllo dei movimenti. Oppure, forse, il senso del limite, la voglia di misurarlo ancora.

1 “Gioite, siamo vincitori”: pronunciata da Filippide e riferita da Erodoto

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