London 2012 – Cento secondi nel buio

di Luca Francesco San Mauro

In un crescendo iperbolico di giudizi – se volete un po’ viziati dall’entusiasmo – qualcuno dei presenti all’Olympic Stadium ha proposto di chiamarla the greatest ever race. Esagerato, sì. Ma non arbitrario. Gli ingredienti sono stati questi: l’uomo che tutti aspettavano che non ha deluso, dettando la corsa dal primo all’ultimo metro; una giovane promessa che l’ha insidiato, l’ha sfidato e si è arresa solo alla fine (ma senza dimenticarsi di prenotare il futuro); quindi, un tempo strepitoso che ha influenzato le prestazioni degli altri sei finalisti con abbondanza di personal best.

E un record del mondo.
Già. Perché se aspettavate un pezzo su Bolt allora siete fuori strada. Intendiamoci: i 200 metri sono stati di intensità straordinaria, hanno certificato lo strapotere giamaicano sulla velocità e chiaramente lo stesso Bolt ha scolpito abbastanza il suo nome sulle pagine della Storia (per dirla con Kubrick). Ma se il cronometro si fosse fermato a 19.32 sedici anni fa – come in effetti è accaduto – allora sarei rimasto senza parole e le avrei ritrovate solo per spergiurare, indicando Michael Johnson, che quel record sarebbe durato almeno cinquant’anni – come in effetti ho fatto. Insomma, se prima di Bolt non ci fosse stato Bolt ora saremmo qui non solo a spellarci le mani, ma a percepire una discontinuità, un punto di non-ritorno di quelli che mutano l’aspetto di una disciplina (“siamo in un’altra dimensione” è stato appunto il primo commento di Franco Bragagna dopo il 9.58 di Berlino, chiarendo come uno dei sintomi principali di un’avvenuta rivoluzione, in atletica, sia la sensazione di trovarsi in una regione inesplorata dalla quale è lecito attendersi – letteralmente – qualsiasi cosa). Ma in atletica la variabile tempo è fondamentale e ieri sera questa sensazione l’abbiamo comunque avuta, ma non con i 200.
Rispetto al mio posto (settore C, blocco 149, fila 20, posto 22) la partenza degli 800 metri si trova praticamente nella zona più lontana dello stadio. Così quando vedo una maglietta del Kenya prendere immediatamente la testa del gruppo, ho tutte le ragioni credere che si tratti di Timothy Kitum, diciassettenne. E mi sbaglio; dopo 150 metri riconosco l’andatura elegante di David Rudisha – il suo primo passaggio sotto il nostro settore è accolto da un’approvazione genericamente rumorosa – e mi chiedo una cosa sola: cosa cavolo sta succedendo? Vi spiego perché.
Era cosa nota che Rudisha, keyniano (e tanto vi basti: fervente cristiano o guerriero masai qui non interessa; si parli di sport senza prenderlo come metafora di qualcos’altro per favore), venisse a Londra con la medaglia d’oro già quasi sul collo. E perfino che avrebbe tentato di ritoccare il suo stesso record.
Nelle gare di fondo, però, l’assalto al record del mondo ha una conduzione quasi ordinaria, se fossero ricette di cucina inizierebbero così: prendete una lepre. Si chiama “lepre” un corridore, di solito della medesima nazionalità di chi tenta il record, che per la prima parte di gara corre al di sopra delle sue possibilità e davanti a tutti. A cosa serve? Beh, intanto evita che la corsa si insabbi in qualche inutile tatticismo. Ma non solo. Per le lunghe distanze i punti di riferimento sono pochi, pochissimi. Una lepre si getta lì davanti come fosse il fantasma del record precedente: chi vuole batterlo deve correre almeno così.
Vedere David Rudisha in testa, senza guida o strumenti di misurazione, è come assistere a un vertiginoso tuffo nel buio. Esaurito il primo giro, in 49.28, Rudisha è ancora lì, con gli altri sette parzialmente distanziati. Quando ai 600 metri cambia definitivamente passo, dagli spalti lo leggiamo come un segnale – atteso – per salire tutti in piedi e scomporre la vista in occhiate oblique che freneticamente oscillano dalla sua andatura, ormai quasi a balzi, agli orologi di pista.
Ma a 150 metri dall’arrivo, nella mia fiducia qualcosa si incrina. Dal gruppo si stacca il botswano Nigel Amos e in un disordinato mulinare di braccia recupera metri su metri a Rudisha. E allora mi dico che questi non possono essere tempi da mondiale perché Amos non ha ancora diciotto anni e ha un personale di 1:47 e avvicinarsi in quel modo, spazzare via interi brani di pista come fossero polvere, vorrebbe dire migliorarsi di qualcosa come cinque secondi. Cifre, insomma, nemmeno realistiche. Ma è un pensiero che neanche può prendere compiutamente corpo perché Rudisha chiude, in quell’istante, in 1:40.91 (vuol dire otto 100 metri di fila in 12.5 secondi l’uno, chiaro?), record del mondo, e Amos lo segue a sei metri di distanza, in 1.41:73.
Lo stadio, tutto, è percorso da un’elettricità senza nome, la consapevolezza che in futuro non sarà insolito ricordarsi di quando David Rudisha ha riscritto gli 800 metri, senza bisogno di aiuti, un passo dopo l’altro in corsa solitaria, con le nostre voci che lo raggiungevano come suoni che rompono la superficie del buio.

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