London 2012 – Tre istantanee dall’Olympic Park

di Luca Francesco San Mauro

Raccolgo qui tre rapide istantanee su di un pomeriggio al Parco Olimpico. Le ho rilasciate così come si sono impresse alla vista, materiale quasi preformale e di natura più percettiva che di ragionamento.

1. Vi abbiamo parlato fin dall’inizio del formidabile incrocio di esperienze umane che i Giochi stabiliscono tra gli atleti, qualcosa di analogo (seppur in modo occasionale) coinvolge gli spettatori.

Prendete una professione, o una nazionalità, o una classe sociale, o una religione, e camminando nella piana del parco olimpico – senza nemmeno bisogno di eccessiva pazienza – ne troverete un rappresentante. Le disposizioni per gestire questo fiume umano, localmente disarmonico, sembrano essere improntate a una forma di gentilezza invasiva, un po’ inquietante. Ogni mio tentativo di rimanere fermo per almeno un minuto su uno dei cinque ponti che conducono all’Olympic Stadium, anche solo perché impegnato nell’azione di guardarmi intorno, sono stati gentilmente interrotti dalla medesima richiesta: avevo forse bisogno di qualcosa?
Il dispiego di forze messe in campo dall’organizzazione è onestamente impressionante. C’è perfino una moltitudine di indicatori umani: londinesi più o meno distinti dotati di grosse mani di spugna con indici sproporzionati, diretti verso la stazione della metro meno ingolfata (è quasi sempre West Ham). Quelli con un megafono – il 5%, a occhio – hanno licenza di parlare a ruota libera, purché il sostantivo più usato sia Welcome o Goodbye, a seconda dell’ora.
Da Stratford al mio posto nello stadio il biglietto è stato controllato sette volte, due volte da militari (apparentemente disarmati).

2. Programmare dieci ore di atletica, senza quasi interruzioni, vuol dire occuparsi almeno una volta della questione cibo. L’area dedicata è un quadrilatero appoggiato ai lati dell’esile fiume che divide l’Acquatic Centre dall’Olympic Stadium. Per chi viene da quest’ultimo, l’impressione iniziale suggerisce un debole melting pot alimentare, ma è ingannevole. Anziché aprirsi a una vasta scelta di sapori, la rapida successione di curry, waffles e fish & chips praticamente esaurisce l’offerta degli stand bianchi, dalla forma di coni con la cima tagliata. Quindi è praticamente inevitabile che buona parte dei presenti fluisca verso una struttura di legno e ferro di 3000 mq, letteralmente visibile da ogni punto del parco. Ospita il McDonald più grande del mondo (gargantuesco sì, ma effimero: l’intero edificio verrà smantellato alla fine dei giochi) e lì dentro si producono hamburger a ritmi tali che gli addetti alle casse – ne ho contati più di 60 – chiedono le ordinazioni anche a chi è ancora quinto o sesto in fila.
Per un Big Mac menù medio, senza salse,occorrono 38 secondi.

3. Fino alla 18.56 sono immerso in un mare del quale non so valutare la composizione: nemmeno riesco a stimare il rapporto tra inglesi e non. Poi lo stadio prorompe in un eccesso di decibel verso la Proctor, lunghista senza velleità da medaglia, e i miei dubbi vengono sciolti.
L’atletica, dal vivo, è uno spettacolo acusticamente irregolare. Le gare sono separate da uno sfondo musicale, a tratti didascalico (Queen e Beatles) a tratti di atmosfera (Air e Royksopp), mentre il pubblico esibisce una spiccata preferenza per i saltatori che invitano alla canonica serie di battiti sempre più ravvicinati.
Viceversa, le partenze della corsa restituiscono quella sensazione irreale di improvviso azzeramento della manopola del volume collettivo. Un attimo prima del via della semifinale dei 200 con Blake, Lemaitre e Spearmon ho percepito distintamente il rumore di un pacchetto di patatine che si piegava su se stesso fino al punto in cui l’accartocciatore si è reso conto di essere perfettamente udibile almeno per un raggio di venti-trenta posti e l’ha rilasciato.
Ad accrescere una piacevole sensazione di spaesamento c’è il fatto che una discreta quantità di gare – separate e montate in modo più o meno opportuno dall’occhio televisivo – qui accadono simultaneamente. Può capitare allora che mentre le nostre attenzioni sono rivolte al penultimo tentativo della Sokolova di prendere un oro nel lungo (che le sfuggirà), un prolungato oooo ci indirizzi verso la parabola discendente del giavellotto di Vesely a più di 88 metri – e tutto questo proprio mentre Allyson Felix, con grazia senza pari, festeggia avvolta nella bandiera americana a poco più di cinque metri dal mio settore.

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