London 2012. Prime considerazioni: il concetto di spedizione

di Bruno Pepe Russo

Il movimento olimpico: 17000 atleti, centinaia di gare, migliaia di eventi di preparazione. Come sbrogliare questa matassa di dati e momenti per capirne qualcosa? Come tagliare questo continuum e interrogarlo, al fine di comprendere la qualità di un’edizione, di un momento dello sport mondiale etc… ?
Un primo modo di leggere un’edizione dei giochi è per singolo sport. Di fatto ogni disciplina, per lo meno in parte, fa storia a sé. Non bisogna dimenticare infatti che per quasi tutti gli sport olimpici si registrano disparità pazzesche di praticanti fra una zona del mondo e un’altra. Un esempio facile per noi italiani è la Scherma. Le più autorevoli previsioni olimpiche, quelle della rivista americana Sport Illustrated (procurarsi la rivista cartacea rimane, purtroppo, una grande impresa nello Stivale)  stimano che atleti italiani risulteranno vincitori di 4 delle 10 gare di scherma presenti alle olimpiadi. La ragione è quella di una continuità secolare con la scherma premoderna, la costruzione di una grande scuola a ridosso delle affermazioni nelle prime olimpiadi degli atleti italiani (su tutte, quella di Nedo Nadi ad Anversa 1920 con 5 medaglie d’oro fra individuale e squadre sulle sei messe a disposizione nei giochi, gli sfuggì solo la spada individuale).
Se dunque ogni sport ha sue cartografie, sue geografie globali, è necessario passare ad una seconda coupure per registrare dei mutamenti. Qui è necessario il concetto di spedizione. Ogni nazione infatti, attraverso il suo comitato olimpico, valida la partecipazione ai giochi dei propri atleti: ma ancora di più, negli anni che precedono un’edizione dei giochi, i comitati olimpici investono, tramite i propri fondi, nello sviluppo di un movimento in un determinato sport, nella formazione di una leva valida di giovani in una o in un’altra disciplina. Queste scelte producono poi degli effetti sulla globalità dell’edizione olimpica e costituiscono un interessante spettro per guardare i giochi in una prospettiva dinamica ma più generale.


La spedizione è quindi la totalità degli atleti inviati da una nazione: ma è anche l’insieme degli atleti, per esempio italiani, in una singola disciplina. E’ interessante notare come, a fronte del larghissimo dominio del linguaggio bellico nel mondo dello sport, sia qui prevalsa una parola di origine comunque differente. L’idea di spedizione da un lato richiama le distanze prima molto più avvertibili da coprire per ricongiungersi globalmente nei giochi, e dall’altro smussa l’angolo acutissimo del fine principale d’ogni guerra, cioè la vittoria. Laddove la squadra deve vincere, la spedizione presenta una pluralità di obiettivi: la scoperta, il miglioramento strategico in talune esplorazioni etc.etc. Perché se l’Italia vince due ori nella scherma, la spedizione non avrà lì ben figurato, in rapporto alla propria egemonia, mentre per converso non uscire a mani vuote dall’Atletica, grazie a un podio di Schwazer o di Donato, sarebbe ben più importante.
Proviamo dunque ad utilizzare quest’impostazione e a suggerirvi qualche ragione per seguire alcune, specifiche, spedizioni nazionali.

Cina
Quattro anni fa, i giochi olimpici si sono svolti a Pechino. Si è trattata della consacrazione globale della Cina come paese egemone nel mondo contemporaneo. Nei dieci anni che hanno preceduto quelle giornate, il comitato olimpico cinese ha ricevuto miliardi e miliardi di yuan per rendere il movimento sportivo cinese semplicemente il migliore. In ognuna delle piccole province cinesi, sono sorte palestre. Una mobilitazione che ritraduceva nello sport il comandamento principale del social capitalism del super dragone asiatico: ognuno dei nostri cittadini, nella più sperduta delle nostre infinite contrade, è dentro la macchina produttiva. Ognuno avrà il suo salario, ognuno potrà produrre nella macchina cinese. Far diventare un organo unico 1 miliardo e mezzo di persone, disperse in un territorio sconfinato. E poi, consacrare nel tempio del vecchio e del nuovo, questa potenza. Dopo la strabiliante cerimonia di apertura diretta da Zhang Yimou, in cui Cina di oggi e Cina di ieri venivano messe nella prospettiva di una generale volontà di potenza, erano stati 51 gli ori a premiare lo sforzo miliardario del movimento olimpico cinese, nella straordinaria cornice organizzativa che caratterizzò quei giochi.
Oggi però, dopo due decenni di Pil a 2 cifre di crescita, è il tempo della normalizzazione. Del trasformare l’economia di crescita in sistema più stabile. Di consolidare lo sviluppo in risultati sociali che aumentino i consumi interni: insomma di passare dalla crescita furiosa ad un sistema paese leader su tutti i fronti. Sarà questo il compito anche della spedizione olimpica, che deve gestire la pesante eredita di Pechino, consolidare la crescita del movimento fuori oltre l’irripetibile investimento del 2008. Un occhio agli sport minori, dove l’exploit fu grande ma dove la mancanza di scuola potrebbe subito pesare.
La lotta con gli USA è aperta, stabilizzare la potenza, nel medagliere e sui mercati globali.

Iran
Ai tempi della cortina di ferro, quando i due blocchi mondiali gareggiavano alle olimpiadi con la stessa certo storica ma insopportabile retorica di Rocky 4, tutta una serie di sport erano appannaggio esclusivo del blocco orientale. Parliamo delle lotte, e dei sollevamenti.
Non può essere un caso geopolitico che, alla vigilia dei giochi di Londra, una nuova nazione si affacci prepotente in queste discipline: è l’Iran.
Una nazione grande, economicamente abbastanza sviluppata, che avrebbe tutti i mezzi per prodursi in un movimento olimpico di qualità e attestarsi sui 5 6 ori. Presenta uno squadrone, appunto, negli sport che furono targati URSS. 11 ori in tutta la sua storia olimpica, con un massimo di 3 a Sidney 2000, un record con ogni probabilità destinato a cadere.

Regno Unito
Ospitano i giochi, certo. Ma non pochi crucci li affliggono.
Eh sì, perché il Regno Unito è una nazione senza popolo, visto che gallesi e scozzesi non nutrono tanto amore per i colori di her majesty. E già nei due giorni di calcio che anticipano la cerimonia inaugurale, la bocca serrata durante l’inno dei giocatori dei due stati satellite ha fatto discutere.
Non ne sono esperto, ma a livello federale e di organizzazione sportiva le differenze fra gli stati che compongono il Regno Unito è un ostacolo discreto allo sviluppo di un movimento olimpico serio.
In generale questo paese possiede un movimento olimpico di molto inferiore a quello che ci si aspetterebbe. Non conti il dato generale degli ori olimpici nel computo complessivo delle edizioni (nel 1908, da nazione ospitante, vinsero 56 ori), nelle olimpiadi postbelliche i loro risultati sono sempre stati scadenti, e comunque inferiori considerando che si tratta della nazione che ha, di fatto, formalizzato la maggior parte degli sport moderni.
La ragione, oltre ai problemi legati alla non unità del regno, sta anche nel fatto che lo sport di massa, caratterizzato dal sistema delle palestre e dei corsi sportivi, non ha mai veramente soppiantato, oltremanica, il ben più antico sistema dei clubs, dello sport elitista vissuto come hobby dai figli dei nobili.
Ultimamente, alcuni selettivi investimenti ci sono stati, e gli 8 ori del 2008 nel ciclismo su pista hanno consentito un risultato pazzesco alle recenti olimpiadi, certo figlio anche della preparazione a questi giochi, ospitati in casa.
L’investimento del Regno Unito è insomma forte su questi giochi, ma il gap da scontare è ugualmente determinante. Fra poco c’è l’arrivo del ciclismo su pista. Hanno fatto tutto tutto per farlo loro: tanta preparazione e un percorso perfetto per i loro velocisti.

Palestina
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