London 2012. We are ready to start

di Bruno Pepe Russo

Ogni quattro anni, da 116 anni, ha luogo il più grande format del pianeta. Solo di recente le dimensioni commerciali dell’evento  hanno soppiantato nell’immaginario degli osservatori, suscitando alcune critiche, le dimensioni dell’evento collettivo e comunitario, e ovviamente sportivo.
Spesso ad essere decantato per sottolineare le dimensioni delle Olimpiadi è il dato della mondovisione, dei 2 miliardi di persone collegate etc. Un dato largamente sopravvalutato: lo spettatore globale è, a tutt’oggi, una chimera, figlia di una mediaticità che media poco e impone moltissimo. Sono invece le 17000 persone che prenderanno parte alle gare sportive delle olimpiadi a costituirne il dato stupefacente. Ognuna di queste persone ha scelto, in diverso modo e con diversa identità, di dedicare all’attività sportiva gran parte della propria quotidianità, nei più sparsi angoli del pianeta. E’ questa una cosa incredibile, radicalmente unica. Nessun evento riesce ad intrecciare un numero così alto di vite, senza ridurle ad un’attività di fatto unitaria, com’è per il lavoro di fabbrica, o per la guerra.

La nascita delle olimpiadi moderne coincide d’altronde con la nascita stessa del concetto di sport, per come oggi lo conosciamo. Un formidabile saggio di Guttmann del ‘978 analizzava la nascita dello sport moderno: il titolo, di grande intensità, era From Ritual to Record.
Ecco: parafrasando potremmo dire che le olimpiadi moderne rappresentano il passaggio, nelle forme di pratica e rappresentazione collettiva, dal modello del rituale (la reiterazione dell’identico che rifonda all’infinito la comunità sociale sulle stesse leggi) al modello del format (che concepisce l’identico come occasione per aprire, far dialogare, ma anche, purtroppo, sussumere, assorbire, in termini “biopolitici”, la molteplicità e le differenze).

E’ evidente che nei rituali c’è sempre stato un po’ di format, e viceversa oggi, nei format, quanto c’è di rituale, ma il punto resta fondamentale.
Abituati troppo spesso, soprattutto dopo l’ingresso fagocitante di McDonalds e Cocacola nel marketing olimpico ad Atlanta ‘96, ad associare al capitalismo degli eventi e alla sacralizzazione della merce questa meravigliosa (lo diciamo, senza mezzi termini) manifestazione, ce ne sfugge spesso del tutto la qualità specifica: le mille, più sottili contraddizioni che la attraversano, le belle forme di vita che mette in scena (forse unico caso in eventi istituzionali di tali dimensioni).

Fra qualche giorno, giovani lottatori kazakhi pagati quattro spicci dall’esercito lotteranno disperatamente per la gloria olimpica. A pochi chilometri di distanza, lo farà anche Roger Federer, con la stessa intensità con cui ha giocato sullo stesso campo l’Open di Wimbledon poche settimane prima (e il montepremi era a 7 cifre).
Può sembrare banale, ma non lo è. Per migliaia di donne la possibilità di gareggiare alle olimpiadi è ancora oggi tutta da sudare: basti pensare che le autorità saudite, che hanno concesso di gareggiare alle atlete donne solo a patto di indossare il hijab, hanno visto ieri respingere la judoka Shahrhrani : alcune mosse sarebbero risultate pericolose, indossando il velo. Oggi l’atleta ha dichiarato che gareggerà ugualmente. Vedremo le reazioni della comunità saudita. Ma ben più che il diritto a gareggiare oltre le differenze religiose, è il diritto a gareggiare secondo la propria scuola, passione, comunità che muove la continua trasformazione olimpica.
A solo poche stanze di distanza, nel villaggio olimpico, tempio della lotta all’aids e della diffusione del profilattico (si veda il potentissimo caso di Barcellona 92), dormiranno infatti i figli dei cacciatori della maremma, che ereditando il fucile dei papà, hanno imparato a sparare ai piattelli nei campi di tiro a volo dell’Arci Caccia in Toscana, e i giovani newyorkesi che dopo lunghe lotte nel CIO si sono visti riconoscere quattro anni fa che saper fare acrobazie con un berretto in testa su una BMX non sia dissimile dal saper andar bene a cavallo. Si obbietterà: certo! Ma la casacchina, sotto il berretto, sarà quella degli USA, stelle e strisce, sponsor e quant’altro. E quanti atleti italiani alimentano la poca restante dignità dell’esercito italiano, abbracciandone le divise!

Ma in queste contraddizioni scorre la vita. Produzione, riproduzione sociale e potere scorrono intrecciati, oggi più che mai. Ed è per questo che la potenza dello sport, incarnando un’attività che è dell’uomo per l’uomo trova nell’evento olimpico il suo momento più intenso.
Il punto insomma è che le olimpiadi non solo registrano la Storia (bisognerebbe guardarsi dal feticcio ossessivo dei caleidoscopi, dei punti di osservazione) ma la fanno, la producono: dal riconoscimento olimpico degli sport minori al disgelo, dalla decuplicazione delle connessioni globali (quanto anticiparono del mondo d’oggi i giovani americani che per la prima volta nell’896 si recarono in nave ad Atene) alla rivoluzione sessuale. Al contempo però i Giochi Olimpici ci invitano ad osservare la qualità delle storie, quelle con la m minuscola, lontane dalle Storiografie ufficiali ma dense della vita che ci sta intorno. Un’osservazione che richiederebbe veramente un’educazione collettiva, una paideia per arricchire e non arrancare, come spiega Raimo qui .

Qui su 404 proveremo a raccontare i giochi con un live blogging quotidiano, seguendo le passioni di molti di noi e anche qualche corrispondenza londinese. L’idea è quella di far saltare una atroce distinzione, quella fra lo sport in quanto sport, e lo sport in quanto occasione di discorso sulla realtà (lo sport come pretesto). Un’idea acritica, fredda, incapace di nomadismi e di messe a fuoco di cronaca degli eventi sportivi ci pare non dissimilmente fuorviante da quella voga di spiccio sociologismo con cui, talvolta, chi si occupa di politica, cultura, attualità si rapporta ai giochi o ad altre competizioni sportive.

In un tempo in cui già il bell’esempio di Futbologia ci offre spunti, scegliamo dunque di dirvi qualcosa sull’evento globale per eccellenza, “the greatest party in the world” come suona una delle pubblicità di Londra 2012, nella faglia del tertium non datur di queste due macroscelte del rapporto fra cultura e sport, con molta modestia, ma con altrettanta passione.

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