“What is happiness? It’s a moment before you need more happiness.”- Mad Men spiegato a Yates.

di Sara Marzullo

You always seemed so sure that one day we’d fight in a suburban war
your part of town gets minor
So you’re standin’ on the opposite shore
But by the time the first bombs fell we were already bored
We were already, already bored
(Arcade Fire – The Suburbs)

“Il complesso residenziale di Revolutionary Hill non era stato progettato in funzione di una tragedia. Anche di notte, come di proposito, le sue costruzioni non presentavano ombre confuse né sagome spettrali. Era invincibilmente allegro: un paese dei balocchi composto di casette bianche e color pastello, le cui ampie finestre prive di tende occhieggiavano miti in un intrico di foglie verdi e gialle. Fasci di luce sfacciata spazzavano i prati, le eleganti porte d’ingresso e le curve delle automobili color panna ormeggiate dinanzi.
Un uomo intento a percorrere di corsa queste strade, oppresso da un disperato dolore, era fuori posto in modo addirittura indecente”, 
scrive Richard Yates (1926-1992) concludendo Revolutionary Road e dalla porta della casa dei Wheeler avremmo potuto veder uscire di corsa uno qualunque dei personaggi di Mad Men: osceno, disperato e in cerca di aiuto. Letteratura e televisione che si incrociano e raccontano una storia fin troppo simile – questa è la sensazione che ho avuto dalla prima puntata di Mad Men: tutto andava bene, tutto andava male e ci stavamo preparando a una suburban war in cui tutti avrebbero perso (e gli Arcade Fire avrebbero curato la colonna sonora dell’apocalisse dei prati appena tagliati).
Diciamocelo, bastano tre minuti di Mad Men per capire che niente è come sembra, bastano tre pagine di Revolutionary Road per capire che i Wheeler sono molte cose, ma non felici.
Immaginiamo una riunione tra Yates e Matthew Weiner sugli sviluppi di un nuovo personaggio – cosa potrebbero dirsi?
R.Y. – “…Io lo vedo come un uomo sposato. [...] È un marito infelice e ha dei figli con i quali non riesce a stabilire un rapporto e si sente in trappola. È un borghese terra terra. Non so cosa fa per vivere, ma diciamo che fa qualcosa di ben pagato e essenzialmente privo di significato, come la pubblicità. Quando esce dal Bellevue, ha paura e si sente sperduto, ma non sa da che parte voltarsi […] e poi incontra una ragazza. […] La ragazza cerca di aiutarlo. Gli dà una speranza, e per un po’ la loro storia d’amore va avanti felicemente … e questo ci dà quel tono ottimistico che ci occorre per concludere la seconda parte; poi, zap! Nella terza parte, tutto va in mille pezzi. Lui non sa come utilizzare la speranza che la ragazza gli ha dato; è legato emotivamente al passato. È davvero un personaggio tetro, come vedrai, ed è la causa del suo stesso…”
M.W. “Finisce per suicidarsi?”
R.Y. – “No;  ancora peggio, in un certo senso. Distrugge sistematicamente tutto quello che c’è ancora di luminoso e promettente nella sua vita, compreso l’amore della ragazza, e sprofonda in una depressione talmente grave da risultare irrevocabile. Finisce in un manicomio al cui confronto il Bellevue è una bazzecola. E secondo me, quando questa storia sarà sulla carta ci troverai l’inevitabilità che cerchi. I semi dell’autodistruzione sono in quest’uomo fin dall’inizio.”
Plausibile, vero? In realtà questo è un estratto da Disturbo della quiete pubblica (la versione originale è a pagina 229 dell’edizione minimum fax), quindi di chi stiamo parlando? È la vita di John Wilder, impiegato trentaseienne, sposato con Janice, con cui ha un bambino di dieci anni – uno di quegli uomini che hanno un buon lavoro, un appartamento comodo, qualche scappatella occasionale, alcol e sigarette in quantità indulgenti. E la capacità di distruggere tutto questo.
Azioni e reazioni: questa è la parabola discendente di Wilder – un uomo che vuol fare della sua esperienza in manicomio un soggetto per un film e che finisce per vivere anche il catastrofico finale. Disturbo della quiete pubblica è forse non il più bello, quanto il più onesto, duro e buio dei libri di Richard Yates – la velocità della dimissione dall’istituto psichiatrico dove finisce  il protagonista dopo una notte un po’ troppo alcolica non illude neanche per un secondo. Tutto va a meraviglia, si convince, mentre finge di smettere di bere, di frequentare gli AA, di riprendere il controllo della sua vita, mentre si fa una storia con la giovane e affascinante Pamela, che è solo l’ennesimo fallimento: Pammy  gli permette di fingersi al comando della loro storia, ma lo usa per ingelosire il proprio capo, suo ex, o lo lascia per uomini più intelligenti, più passionali di lui – non lo redime certo. “Disturbo della quiete pubblica”  è la descrizione della caduta di un uomo insospettabile – è la possibile descrizione di un futuro Pete Campbell.
Anche lui ha ottenuto il matrimonio perfetto, con la casa perfetta e la figlia desiderata, il lavoro, il rispetto, le commissioni – ha le sue storie, prima con Peggy, poi con la ragazza au-pair, infine con Beth (la riscossa di Rory Gilmore). Eppure niente di questo lo renderà soddsfatto. Peggy è una scelta quasi troppo facile, insicura e fuori posto nel suo primo giorno di lavoro, sul rapporto con la giovane au-pair sono pure fioccate le accuse di stupro (qui e qui) e amerà Beth solo fino a quando lei non potrà essere sua (sulla storia con lei sono meno severa, in realtà). Sa di Trudy che è esattamente quello che serve per completare il quadro, forse tutto quello che si merita – è come Janice Wilder, una donna a cui “piaceva la parola civile, e ragionevole e sistemazione e rapporto”, da cui fuggire per scordarsi di chi si è, “perché tornare a casa significava percorrere chilometri in metropolitana con gli sperduti e gli sconfitti che di notte popolavano la città, senza altro da fare che ricordarsi delle notti di molto tempo prima, quando una ragazza bruttina e simpatica di nome Janice Brady gli diceva che gli piaceva da morire il ponte di Brooklyn e il traghetto di Staten Island”.
Alla fine della quinta serie di Mad Men, Pete commenta il progetto della piscina nella sua nuova e perfetta (e isolata) casa nei sobborghi con un “That’s so permanent” che non lascia presagire niente di buono: un destino nel migliore dei casi di quieta disperazione, trincerata dietro le buone maniere e gli steccati immacolati di famiglie come quella dei suoi omonimi Campbell di Revolutionary Road, terrorizzati e invidiosi della voglia di cambiare dei vicini Wheeler.
Wilder e Campbell fuggono, banalmente, da sé, finendo per diventare ridicoli (ricordate Pete che ci prova con la studentessa alla scuola guida? Ci appare come una di quelle auto dei video istruttivi, pronta per schiantarsi) e infine folli (Wilder finirà completamente pazzo, convinto di aver ucciso prima JFK, poi la sua famiglia: i simboli di due perfezioni che la sua mediocrità vuole distruggere) – uomini che hanno la nostra compassione e solo un po’ di simpatia.
E torniamo quindi alla prima delle partner di Pete: Peggy Olson. La sua è una posizione intermedia: non potrà mai ottenere un ruolo di rilievo – o non riuscirà mai a esserne totalmente soddisfatta – né avrà mai pace per il trattamento che le è riservato, vagamente paternalistico, discriminatorio e sostanzialmente diverso da quello delle altre donne dell’ufficio. Cerca continuamente rassicurazioni sulla sua bravura e intelligenza, ma allo stesso tempo una parte di lei vorrebbe solo essere una ragazza come tante; forse proprio per questo cede a Campbell, perché sembra quello che deve succedere alle altre donne dell’ufficio: le dritte di Joan sembrano dirle questo. Ma lei non è una delle ragazze e anche il rapporto con Pete fugge dalle convenzioni da ufficio: lei non farà pettegolezzi né si metterà tra lui e Trudy, lui resterà sempre legato a lei e al suo essere diversa, la rappresentante della sua parte migliore (come qua: “I don’t like you like this”,  o qua).
Il rapporto di Peggy rispetto alla vita da ufficio è in parte, dunque, da outsider; qualcosa di simile si avverte nel racconto di Yates Un’ultima scappata, per dire da Proprietà privata: si tratta del lungo monologo di una giovane impiegata che torna al lavoro dopo un viaggio in Europa, prima di sposarsi (ecco perché questo titolo), un viaggio preparato mettendo da parte i risparmi anno dopo anno, lasciando a casa il futuro marito. La donna che parla ricorda Peggy – soprattutto quella delle prime stagioni – per alcuni aspetti: indipendenza di pensiero e di giudizio, spirito di avventura, consapevolezza di sé… e una certa dose di ossessione per l’essere più o meno amata. Di tutti i posti dov’è stata, racconta solo gli uomini che ha conosciuto, il fascino delle sue amiche: forse Peggy non ne parlerebbe mai così apertamente, ma credo che non sia molto distante dalla sua psicologia. Peggy resta una ragazza che ancora tiene la coda di cavallo, i vestiti da scolara e troppo poco trucco: è una ragazza che non sa (di) piacere e che deve provare di bastare a se stessa, che va bene così (ma non ne è per niente sicura).  E ancora le assomiglia nell’atteggiamento verso il posto di lavoro e le colleghe: questa ragazza ha cercato in tutti modi di fare questo viaggio, di andare a vedere quello che tutte le sue amiche non avranno mai la forza o la voglia di fare, eppure il suo più grande desiderio sembra quello di appartenere a loro – vorrebbe non averlo neanche desiderato.
Yates sembra saper descrivere bene la parte più fragile di donne che somigliano alla Olson, allo stesso modo in cui sa delineare la fierezza e la forza di altre figure, delle possibili Joan. Donne che nonostante tutto riusciranno a farcela da sole, troppo intelligenti per diventare vagabonde, troppo oneste per continuare a vivere con uomini che non amano più – donne che non chiedono l’approvazione né l’aiuto dei genitori, così come Peggy o Joan (qua e qua )  o anche Megan, e che come loro possono sbagliare, fallire. Vogliono, per citare un racconto in Bugiardi e innamorati,partecipare alla corsa”, ossia scegliere cosa fare della loro vita, chi frequentare, dove andare. L’Elizabeth di Partecipare alla corsa è una giornalista divorziata, madre di una figlia che vorrebbe far sparire all’arrivo del nuovo (ennesimo) fidanzato: è una donna che si illude di trovare l’amore in ogni compagnia – eppure di fronte alla fine della relazione e, legata a questo motivo, fine dell’amicizia con la coinquilina, non si lamenta della crudeltà della vita, non piange, ma esce a testa alta, “ogni tanto ci sono dei momenti nei quali bisogna pagarsi una via d’uscita, che uno se la possa permettere o no” spiega a Nancy, sua figlia, mentre partono in macchina senza avere neanche una destinazione.
Le donne di Yates sono davvero bugiarde e innamorate, non sanno se credere nell’esistenza di un vero amore che non le deluda inevitabilmente. Come Joan o le partner di Don (parliamo delle più significative, tipo Rachel Menken, Bobbie Barrett o Faye Miller) spesso sono colte, intelligenti, non hanno paura di esprimere la loro opinione: sono donne che sanno come cavarsela (Joan, qua e qua).  C’è un altro racconto di Bugiardi e innamorati,  Addio a Sally, che parla di un aspirante scrittore che dopo una matrimonio fallito riesce a trasferirsi a Los Angeles per lavorare come sceneggiatore. Jack Fields non è un Don Draper, ma la donna con cui intreccia una relazione, la Sally del titolo, può essere paragonata ai personaggi femminili di Mad Men. Libera, intelligente e di larghe vedute, Sally lavora come segretaria e vive con Jill, altro personaggio che passa di compagno in compagno, senza trovare pace: “non puoi mica farti sanguinare il cuore per tutti gli sfigati” dicono (tipo: qui) , ma in fondo sperano lo stesso ciecamente in un happy ending . Sally sin dall’inizio sa che questo rapporto non avrà futuro – lo dice lei stessa, “abbiamo sempre saputo che non avevamo molto tempo, perciò è come se la nostra storia abbia girato fin dall’inizio intorno al dirsi addio” – ma decide in qualche misura di illudersi “consapevolmente” che non sarà così, ancora. Di raccontarsi un’altra storia.
Ecco il punto: tutti qui si raccontano che la realtà è diversa, o dovrebbe essere così – si dicono di star bene, che non va così male. “Doveva essere stata una brutta delusione, e probabilmente aveva cercato di compensarla progettando il resoconto trionfante che ne avrebbe fatto a noi una volta tornata a casa” (da Oh Giuseppe sono tanto stanca) racconta il figlio di una scultrice che sogna di raggiungere fama e gloria grazie a una commissione di Roosevelt. Se le cose non vanno come ci si aspettava, basta decidere di non credere alla realtà e che a noi spetta molto, molto di più. Più avanti, “riesco quasi a vedere l’espressione che doveva avere mia madre sul lento, interminabile treno di ritorno da New York quel pomeriggio. Sarà rimasta seduta a fissare dritto davanti a sé oppure fuori dal finestrino sudicio, senza vedere nulla, con gli occhi sbarrati e il viso immobilizzato in un sommesso atteggiamento di offesa. La sua impresa con Franklin D. Roosevelt si era risolta in niente. Non ci sarebbero state fotografie o interviste o articoli sui giornali, nessun momento elettrizzante in un servizio di cinegiornale; gli estranei non avrebbero mai saputo della sua provenienza da una piccola cittadina dell’Ohio, o di come aveva coltivato il suo talento nel cammino coraggioso, difficile e solitario che l’aveva condotta all’attenzione del mondo. Non era giusto.”: ognuno crede di meritarsi di più, che qualcosa gli sia ancora dovuto. È la storia dei fallimenti che ricorre in tutto Yates, delle sue cadute e di quelle dei suoi personaggi – scrittori, sceneggiatori, scultrici e attrici piene di sogni che non si avvereranno mai, per quanto loro non riescano a rassegnarsi. Oh Giuseppe sono tanto stanca è solo uno delle storie di chi non riesce a farcela, di chi non riesce a fare il salto e non può far altro che celebrare ciò che è riuscito a raggiungere, truccare il resoconto delle sue avventure. È la storia dell’ultima serie di Mad Men, della sua puntata finale The Phantom: niente di più esemplare della soddisfazione di Peggy  (quanto durerà? It’s not Paris) per il suo primo viaggio di lavoro, anche se quello che le spetta è solo un motel scadente con vista su dei cani che si accoppiano .
Tutto va bene e tutto va male: “Not every little girl can do whatever she wants. The world could not support so many ballerinas” dice la madre di Megan alla figlia (qui), che ha lasciato il posto alla SCDP per tornare a fare l’attrice, ma senza risultati notevoli (e sui sogni da attrice, torna in mente anche April Wheeler e l’incipit di Revolutionary Road). Continuare su quella strada o no? Megan sembra rassegnarsi a chiedere aiuto a Don. Qualche tempo prima aveva confessato di essere finita alla SCDP solo perché era un lavoro buono per pagarsi l’affitto mentre cercava di sfondare come attrice, di esserci rimasta per caso: è qua il problema, la pubblicità è il mondo di Don, il suo talento, la sua arte; Megan ignora tutto questo, banalizza l’importanza che ricopre per il marito e considera un ripiego recitare negli spot. Don non sa come muoversi: aiutare la moglie, perché la pubblicità non è il diavolo, ma così lasciare che lei inizi ad accontentarsi? Oppure fare un passo indietro e far sì che sia lei a cavarsela? Siamo sicuri che ci sia solo questo dietro? “You’d get money. That’s why they want it. You don’t need that” le dice (qui), ma non suona come una scusa? Quando Don trova Peggy al cinema le diceThat’s what happens when you help someone. They succeed and move on”, a cui la ragazza risponde “Don’t you want them to?”: Don ha bisogno di provvedere agli altri, di essere l’uomo della situazione che tutto risolve – eppure, come è accaduto con Lane, può non sempre far bene. È il conflitto sull’indipendenza di Megan: lasciare che la moglie inizi sul serio a lavorare, non dover più consolarla e rischiare così che lei si allontani (anche se Megan non mi sembra che cerchi protezione da Don, lei non è Trudy, non è Betty, e questo basta)? Può Don farlo? È su questo che si chiude l’ultima puntata: lasciata Megan sul set, va in un bar, “Are you alone?” gli chiede una ragazza – qual è la risposta di Draper? Lo sa?
“You really have no idea when things are good, do you?” gli aveva già chiesto Peggy. No, non lo sa, e le cose non basta che vadano bene, devono sempre andare meglio. È quello che dice alla Dow Chemicals: “What is happiness? It’s a moment before you need more happiness. I won’t settle for 50% of anything, I want a 100%! You’re not happy with anything. You don’t want most of it, you want all of it. And I won’t stop until you get all of it.”(esattamente qua, ma tutto il video merita). Don continua a credere qualcosa che è fondamentale e persistente in tutto Yates: ottenere quello che si vuole è solo questione di volontà, di far sì che accada – “sto parlando […] di un semplicissimo concetto, e cioè che alcune persone  sono dotate della capacità di gestirsi al meglio, e che questa capacità la chiamiamo talento.[…] Le persone che hanno talento fanno in modo che le cose gli succedano” racconta uno dei malati protagonisti di Ladri (in Proprietà Privata). Ma una volta che uno ha imparato a far accadere le cose, cosa si ottiene? È la trappola dell’America degli anni ’60: tutto sta succedendo, tutto sembra a portata di mano e tutti sono infelici.
Un po’ quello che anche Pete riesce a riconoscere nel dialogo/monologo con Beth all’ospedale. Dice di séHe needed to let off some steam, he needed to feel that he knew something, that all this aging was worth something, because he knew things young people didn’t know yet” e si applica perfettamente alla situazione di Draper: sta invecchiando – interessante notare che nell’ultima scena ordina un Old Fashioned- sente che sta iniziando a perdere qualcosa, che sia il suo ruolo di deus ex machina, di leader, di marito è uguale. Sta realizzando che certi fantasmi non riesce a lasciarseli alle spalle (il senso di colpa per il fratello, per dirne una), e forse è vero per lui quel che dice Pete, cioè “his life with his family was some temporary bandage on a permanent wound.”, che forse il 100% non significa nulla lo stesso.

L’acqua si sta alzando e neanche restare composti, ben vestiti aiuterà: nessuna apocalisse, perché così finisce il mondo, non con uno scoppio ma con un lamento.

Some cities make you lose your head
In this suburb stretched out thin and dead
What was that line you said?
Wishing you were anywhere but here
You watched the life you’re living disappear
and now I see, we’re still kids in the buses longing to be free
(Arcade Fire – Wasted Hours)

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