Ridipingere la propria arte. “Mirò! Poesia e luce”. Roma, Chiostro del Bramante, 16 marzo – 23 agosto 2012

di Flaminia Beneventano

Il quadro deve essere fecondo. Deve far nascere un mondo”. Così afferma Joan Mirò (Barcellona 1893 – Palma di Maiorca 1983) nel 1933, nel pieno del suo periodo giovanile, fase dinamica, ricca di spostamenti in Europa, contatti con le correnti artistiche e culturali predominanti di quegli anni, influenze e continue sperimentazioni realiste, post impressioniste, fauve, espressioniste, Dada, surrealiste.
E’ proprio questo mélange di input che darà vita, insieme con uno spirito creativamente polimorfo, allo stile unico e individuale di Mirò; stile che lui stesso ritaglierà prendendo le distanze da qualsiasi altra corrente e delineando la propria arte attraverso un incessante processo di creazione e ri-creazione.
Ma il rinnovamento più importante, nel corso della carriera dell’artista, corrisponde all’epoca del suo traferimento – ormai in età matura – a Maiorca, città alla quale Mirò era legato dalle origini della sua famiglia materna. Questa fase della pittura di Mirò, questo periodo di rinascita e di contestazione, di messa in discussione del proprio passato artistico, prende vita nelle sale del Chiostro del Bramante a Roma. Uno spaccato della ricchissima produzione dell’artista spagnolo viene esposto per comunicare al pubblico l’istanza di rigenerazione che lo pervase a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso. Bisogno di ritornare alle origini, alle proprie origini: è questo che spinse Mirò a trasferirsi e a ‘ricominciare’ la sua arte sotto una nuova luce. Egli stesso si esprimeva paragonando la sua pittura a una pianta, che nella terra natìa della madre trovava le proprie radici.


Il processo di rinnovamento di Mirò culmina nel totale rifiuto della sua pittura giovanile, in particolare del suo periodo realista. L’artista arrivò al punto di ridipingere sul retro di un paesaggio realizzato nel 1908 , coprendone l’originale con dei fogli di giornale per nasconderlo agli occhi del pubblico.
Insieme allo stile, il bisogno di novità e di un respiro più ampio influenzò anche l’ambiente di lavoro dell’artista: Mirò fece progettare il suo nuovo studio a Maiorca dall’architetto Josep Lluìs Sert, intimo amico con cui aveva a lungo collaborato in passato. Il nuovo atelier, su due piani e di forma sinuosa, doveva soddisfare due principali requisiti: incastonarsi in armonia con il paesaggio mediterraneo (motivo per cui furono largamente impiegati nella costruzione pietra e argilla, tipici materiali meditarranei) e essere abbastanza grande da accogliere le numerosissime tele del pittore, perché – egli sosteneva – “più lavoro e più mi viene voglia di lavorare”. Egli stesso si definisce, in un’intervista, un giardiniere che lavora nel giardino della sua opera; la sua produzione è abbondante, debordante, e – proprio come in un giardino – vi si trova di tutto: rose da raccogliere ma anche erbacce da strappare. E questo continuo raccogliere, strappare, rimaneggiare, correggere è l’essenza del processo creativo di Mirò. Creazione, appunto, e ri-creazione: tutto può essere trasformato, sostiene l’artista che è abituato, nella sua opera, a usufruire tanto di pregiata carta giapponese quanto dei fogli unti di grasso trovati per caso nella spesa della moglie.
Mirò è sensibile al fascino del ready-made e dell’objet-trouvé: sono anzi proprio queste le componenti essenziali delle sue sperimentazioni di sculture in bronzo, fuse a partire da assemblaggi di oggetti ordinari, quali zucche, pupazzi, barattoli. Come materiali: giornali, guazzo, inchiostro, corda, legno e filo metallico.
L’importante è che l’impulso iniziale sia istintivo, dichiara l’artista. Anche i colori, poi, vengono da sé: si parte sempre dal nero, sostiene. Poi viene il rosso, per bilanciare il nero, quindi il verde per bilanciare il rosso. Ma la chiave di un’opera risiede sempre, per lui, nella spontaneità inziale, nel primo, istintivo approccio alla tela.
Un’ulteriore caratteristica della produzione matura di Mirò è la tendenza verso una sempre maggiore essenzialità – tanto nel modellato quanto nei colori – che si concretizza soprattutto nei cosiddetti “dipinti monocromi”, realizzati tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta del Novecento. La principale fonte di ispirazione furono probabilmente i due viaggi che Mirò compì in Giappone nel 1966 e 1969, durante i quali l’artista subì la fascinazione dell’arte orientale, come trionfo del nero, dello spazio e dei vuoti. A questa influenza va aggiunto l’interesse che Mirò nutrì sempre per le pitture rupestri e per l’arte murale (in particolare per il sito di Altamira), tanto da affermare che “la pittura è in decadenza dall’arte delle caverne”, e da cercare lui stesso di imitarne le caratteristiche dipingendo con impronte e mani nude sulla tela. Opera emblematica di questo periodo Poema (1966), con una “cascata” di impronte di mani al margine.
Obiettivi di Mirò – come afferma egli stesso – sono la chiarezza, la forza, l’aggressività plastica. E queste stesse sensazioni vengono, attraverso le sue tele, trasmesse allo spettatore. L’esposizione al Chiostro del Bramante è volutamente circoscritta: offre un campione limitato di una produzione ricchissima, con lo scopo di rendere il pubblico partecipe del sentimento e delle istanze che diedero vita all’ultima fase creativa dell’artista. Una mostra che pone in secondo piano la stragrande varietà di stili e sperimentazioni che accompagnarono l’intera carriera di Mirò, mettendo invece in luce la peculiarità della sua pittura matura, le cui parole chiave sono proprio novità e distacco dal proprio passato.

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