Bonsai #21. HBO, Girls

di Lorenzo Mecozzi

È appena terminata (il 17 giugno) la prima stagione di Girls, una delle ultime serie televisive made by HBO.
“Dark comedy” in dieci episodi, la serie, nonostante degli ascolti non stellari (media di 1,1 milioni di spettatori a puntata, che risultano comunque un risultato positivo rispetto alla programmazione passata), grazie all’ottima accoglienza critica, è stata rinnovata e vedrà la produzione di una seconda stagione di altrettanti episodi.
Creatrice e sceneggiatrice, regista e protagonista di Girls è Lena Dunham, ragazza prodigio del cinema indipendente americano, già autrice di vari cortometraggi e del pluripremiato Tiny furniture, film semi-autobiografico in cui compare la stessa regista, insieme alla madre e alla sorella, in una storia che sembra essere un preludio alla serie HBO.
Paragonata sin da subito a Sex and the City, altro pezzo forte tra le serie del network, Girls narra le vicende di quattro ragazze di vent’anni che vivono a New York: Hannah (Lena Dunham), una ragazza in sovrappeso con spiccate aspirazioni letterarie; Marnie (Allison Williams), l’unica ad avere un lavoro stabile, una relazione sentimentale stabile, ambizioni e prospettive stabili; Jessa (Jemina Kirke), femme fatale e giramondo impenitente; Schoshanna (Zosia Mamet), imbranata studentessa universitaria, vero e proprio effetto collaterale di Sex and the City. Le quattro ragazze cercano di barcamenarsi tra la precarietà del lavoro e le conseguenti difficoltà economiche, i desideri e le aspirazioni della vita postuniversitaria, il passaggio dalla spensierata e mantenuta giovinezza ad un’età adulta che richiede responsabilità nuove e mai sperimentate prima: il tutto, cercando di mantenere uno stile di vita e abitudini alla moda in linea con le immagini di sé e della città in cui vivono che hanno ereditato e accolto, con i loro sogni.
La serie inizia con il rifiuto da parte dei genitori di Hannah di continuare a mantenerla dopo gli studi, e la conseguente ricerca da parte della ragazza di un lavoro con cui potersi mantenere autonomamente. La ricerca del lavoro risulta essere però solo una parte della più ampia ricerca di un equilibrio che dovranno affrontare le quattro protagoniste a New York. Ognuna di loro vedrà le proprie certezze e le proprie convinzioni vacillare, e come Hannah dovranno tutte rimettersi in gioco una volta venute meno le fondamenta delle loro esistenze passate.
Nella serie emerge lo ‘stile HBO’, soprattutto nella rappresentazione di eventi e situazioni delle protagoniste attraverso un crudo realismo. Nonostante le critiche di vari blogger che denunciano la rappresentazione parziale che Girls offre di New York (in dieci puntate non appaiono quasi mai, o addirittura mai, afro-,  ispano- o asioamericani), HBO non censura nessuno dei potenziali aspetti scabrosi presenti nella serie: alcol, droga, e soprattutto sesso rappresentano delle tematiche fondamentali affrontate dalla serie. Molti, anzi, hanno evidenziato come proprio la parzialità dello sguardo, con la sua conseguente concentrazione su particolari aspetti di quanto narrato, rappresenti il punto di forza, o quanto meno uno degli intenti fondamentali di Girls. Come dicevamo, il sesso è sicuramente uno dei centri focali della storia, insieme al fisico di Hannah, fisico in sovrappeso e potenzialmente indigesto agli spettatori, come la stessa attrice ammette, confessando pure che si tratta di un intento politico, frutto della volontà di sfidare tabù meno appariscenti ma proprio per questo tendenzialmente più distruttivi.
Non sono, allora, le scene di sesso a dover épater le bourgeois, ma l’attività sessuale di una ragazza che l’immaginario erotico dominante tenderebbe a censurare. E forse questo aspetto della serie ci offre la possibilità di parlare di ciò che non ci ha convinto appieno di Girls: la sua eccessiva concentrazione “tematica”. Come abbiamo già detto, Hannah, che è il vero centro della serie, ha aspirazioni letterarie, desidera diventare una scrittrice. Spesso, nelle varie puntate, si trova a dover specificare l’oggetto del suo lavoro e veniamo così a sapere che intende scrivere saggi narrativi: proprio come i testi di Hannah, Girls è una sorta di serie saggistica, in cui l’attenzione massima è riservata alle tematiche da affrontare più che alle scelte narrative con cui affrontarle. Specialmente nelle prime puntate si percepisce il potenziale delle idee messe in campo, ma si riconosce una certa difficoltà a farne una storia. Ovviamente si tratta, anche, di una scelta voluta, come evidenzia la mise en abîme di Hannah scrittrice, ma è una scelta che rischia di risultare, sul lungo periodo, controproducente. Le prima conseguenza, infatti, è quella di produrre personaggi caricaturali, proprio perché volutamente sovraccaricati del loro ruolo tematico: le quattro ragazze e i loro rispettivi compagni-fidanzati-amanti sono sempre identificabili attraverso ruoli tipici della comedy, mentre alcuni snodi narrativi rischiano di risultare datati, già visti.
Nonostante questo, o forse proprio in virtù della vocazione saggistica della sua autrice, Girls risulta essere una serie di grande interesse per l’intelligenza e la volontà di rottura con le rappresentazioni ovattate del mondo giovanile, spesso relegato nelle teen series che in qualche modo finiscono proprio lì dove la nostra serie inizia: quando nessuno sa dirci cosa dobbiamo fare della nostra vita.

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