di Giacomo Gabbuti

Da qualche settimana, nella mia testa confusa di apprendista-economista ronzano alcune frasi della bella intervista a Michele Dantini: “Dovremmo provare a dissipare l’illusione più perniciosa: che economisti, banchieri, “tecnici” in genere siano in grado di correggere, guidare o spiegare il mondo. L’attitudine che decenni di “pensiero unico” e egemonia culturale neoliberista hanno consolidato è dogmatica: pretendere che le competenze macro siano neutre, trasparenti a se stesse e in grado di scongiurare la rovina.”

E ancora, poco più avanti: “La differenza cade, a mio parere, tra discipline che insegnano a praticare l’emozione dell’avventura e della scoperta e discipline che attribuiscono al mercato o a un modello di mercato, non alla mente, il compito di delimitare il possibile. Questo è intollerabile.”

Un uno-due degno del miglior pugile, che mi ha steso, colpito in pieno stomaco. I lividi svaniranno qualche giorno dopo, lasciando tuttavia un certo senso di nausea, che cresceva ogni volta che il calendario impietoso mi porgeva la solita sbobba da ingurgitare in vista degli esami prossimi venturi. Col tempo, ho provato a farmene una ragione, anche se, nei momenti di solitudine, leggendo in metro o nel bel mezzo di una serata con gli amici, ho ancova nella memovia quel tevvibile incidente. E allora provo a elaborare il trauma, nella speranza che altri come me facciano outing e si possa tirar su un dibattito – o che, quantomeno, un articolo pubblicato su un blog come questo allievi le mie colpe e mondi un po’ il mio curriculum.

Prima di vendere l’anima al capitale e privarmi della capacità di comprendere la realtà ho avuto, confesso, una breve relazione con le humanities: un amore adolescenziale, durato i cinque anni felici del liceo, mi ha lasciato vaghi ricordi della “analisi del testo dal punto di vista del non-detto e del preterintenzionale, del brusio che si raccoglie tra le linee”. E non mi sfugge, dunque, che frasi come questa vadano inserite in un contesto come quello della vita ai tempi del Governo dei Tecnici; l’immagine dell’economista è quella che stampa e oligarchie hanno costruito ad uso e consumo del contingente, quella del “salvatore della patria”, il “tecnico”, messianico rilevatore di verità che tutti sanno ma che nessuno ha avuto il coraggio o la forza politica di imporre; l’uomo forte che veste Prada, che coniuga gli attributi del leader autoritario con l’accento milanese e l’abito adatto a non turbare i mercati.

Eppure, la “scienza” (sic) economica ha un modo ben preciso di descrivere i capi di governi: siano essi economisti o politici, bianchi rossi o a pallini, essi per arrivare al timone e tenerlo ben saldo devono rispondere ai gruppi di pressione da cui dipendono le loro sorti. E questo non lo dice San Carlo Marx, ma tutta la political economics, persino quella che insegnano alla Bocconi. Insomma, per tornare alla prima delle citazioni, in questa vicenda gli economisti avrebbero avuto tutti gli strumenti per spiegare il mondo. Chi non lo ha fatto avrà avuto i suoi buoni motivi: se la teoria economica non giudica questi motivi ed interessi in senso morale, non vuol dire che li ignori – anzi, nessuno dei temibili modelli economici è preso in considerazione se non tiene conto degli interessi privati dei soggetti in gioco. Come commenta Alberto Bagnai, docente di Politica Economica a Pescara e animatore del blog goofynomics, “non si tratta di “buoni e cattivi”. […] Fare i propri interessi, anche contro un supposto “interesse comune”, è perfettamente lecito (se non si va contro la legge). Ma è però stupido (senza maiuscola) da parte di chi osserva la realtà non riconoscere che non ci sono free lunch, cioè che chi tira la coperta dalla sua parte scopre gli altri. Non vogliamo chiamarla “lotta di classe”? Va bene, chiamiamola Ugo. Ma quello è. Non c’è nessun Belzebù imprenditore “cattivo”: ma non c’è nemmeno una classe politica benevolmente interessata al bene comune e indipendente dai condizionamenti e dai finanziamenti del potere economico […]”

Bagnai si riferisce, tra l’altro, al fallimento dell’euro: che le teorie economiche – sì, anche quelle liberiste – rendevano prevedibile con largo anticipo, e che solo gli interessi “superiori” della ragion politica e il lirismo interessato o peggio inconsapevole di qualche giornalista (e i giornalisti chi sono, tecnici? Anche quando hanno una laurea in Storia, o in Filosofia?) hanno pensato bene di mascherarci e dipingerci a posteriori come ineluttabile.

L’economia, tra le scienze sociali, pretende di essere la principale depositaria del rigore analitico. I tanto vituperati modellini con cui ci balocchiamo rispondono all’obiettivo di rendere insieme rigorose ed empiricamente testabili le teorie formulate dagli economisti. Questo comporta notevoli perdite dal punto di vista epistemologico, e ogni economista ne è cosciente (anche se forse non abbastanza). Questo sacrificio gli è richiesto dalla natura del compito che si è proposto e che gli è stato assegnato: quello di Mr. Wolf. L’economia è l’arte della gestione della casa: ai riferimenti ideali deve affiancare – sostituire, se costretta – i principi di pragmatica e del risultato, costi quel che costi. Un modello funziona se descrive la realtà, almeno in una sua parte: ma la realtà che l’economia affronta, ci spiega Dasgupta, non aspetta di essere scoperta, come un fenomeno fisico; è mutevole e presenta caratteri innovativi. Le teorie economiche “classiche” (tra cui si tende ad includere Marx) che spiegavano il mercato del lavoro vengono sconvolte dalla nascita e dalle conquiste del sindacato: ma non vanno in pensione, perché tornano utili quando si approcciano contesti come quelli indiano e cinese in cui questi fenomeni non si sono ancora espressi – e chissà che non rientrino nei programmi di economia dell’Italia post-Marchionne…

Insomma, l’economista più che uno scienziato sembrerebbe un amatore del bricolage, che riempie la sua cassetta di attrezzi sempre nuovi, nella speranza, al prossimo guasto, di non dover chiamare…il tecnico.

Dopo anni di sbornia (condivisa peraltro da quei cultori delle discipline umanistiche che decretavano la fine della Storia..), passati a sbronzarci di modelli matematici e strumenti econometrici, sorge il bisogno di tornare a dare un ruolo alla Storia Economica e del Pensiero economico – si vedano i ricchi assegni di ricerca dell’Init o i contributi di Amartya Sen. Eppure quei modelli hanno funzionato a lungo – così come il PIL, oggi messo giustamente alla berlina e metodologicamente inadatto a costituire un indice di benessere, cattura perfettamente, almeno ad uno stadio di prima approssimazione, cose che ci vanno molto vicino, come quello che si definisce “sviluppo umano” o, per parlare di cose che conosco meglio, il controllo della corruzione.

Nella tradizione umanista italiana un posto di tutto rispetto lo occupa Federico Caffè, recentemente commemorato alla Sapienza da un Draghi sinceramente commosso: maestro di una disciplina, che considera quella del “riformista”, “ben consapevole di essere costantemente deriso da chi prospetta future palingenesi, soprattutto per il fatto che queste sono vaghe, dai contorni indefiniti e si riassumono, generalmente, in una formula che non si sa bene cosa voglia dire, ma che ha il pregio di un magico effetto di richiamo.” L’economista per Caffè deve rifuggire dalla tentazione della profezia, ma ergersi a “fiduciario di una civiltà possibile e se gli interessi costituiti prevalgono sulle idee, tuttavia l’economista deve stare attento alle idee”. E’ dunque un public servant, più di quello che si intende con la sua tradizione in italiano: uno studioso, uno scienziato sociale che dedica il suo lavoro a cercare di alleviare le sofferenze degli ultimi, prima di coccolare i giuochi rivoluzionari dei primi o dei secondi-per-un-pelo. Proprio Caffè, feroce critico della deriva liberista e finanziaria, ricordava su il manifesto agli smemorati come proprio lo sviluppo economico sia stato in grado si sottrarre per la prima volta masse immense alla miseria – e ritornano alla mente le polemiche pasoliniane sulla bonifica di Matera. Carlo Levi, inconsapevolmente, era un economista.

Che poi persino i poeti si sentano scalzati dagli economisti è purtroppo, credo, una conseguenza di un’altra, più grave crisi: quella della politica, della sua capacità di narrare il mondo, individuare prospettive e soprattutto aggregare soggetti sociali mutati. La politica ha appaltato a chi più dava parvenza di rigore e di “scientificità” il compito di dettare la via al posto suo, contenta di buttare il bambino della visione con l’acqua sporca della responsabilità politica: la storia di chi ha raccolto questa sfida è quella che spiegavamo prima, ma anche quella del rapporto con il potere e della hubris; non è certo la storia di una disciplina.

Ma oggi vedere nell’economista – accomunato al banchiere, al tecnico ed allo stupratore – lo spauracchio fa comodo, come ieri faceva comodo lasciargli le chiavi della macchina perché parcheggiasse al posto nostro. “Ci vuole tempo ed esperienza – diceva Marx – prima che gli operai imparino a distinguere fra la macchina e il suo impiego capitalista, e dirigano i loro attacchi, non contro il mezzo materiale di produzione, ma contro il suo modo sociale di sfruttamento.” L’economia non è altro che una delle macchine con cui possiamo narrare e descrivere il mondo: e proprio le fortune di chi ne ha fatto largo uso dovrebbero farcene rendere conto. Bisognerebbe però ricordarsi di ascoltare gli economisti anche – soprattutto – quando ci presentano una realtà scomoda e contraria alle nostre aspettative. Se all’economista bisogna chiedere di decidere dei valori di fondo di una società – che non vanno chiesti del resto al grecista o al filosofo, ma all’insieme della polis – è da lui che bisogna pretendere un’analisi schietta e rigorosa dei costi che le scelte hanno, sapendo che non esiste costo che valga la perdita della dignità, ma che non esistono free lunch, e che facendo finta che basti una previsione di legge a creare diritti e renderli effettivi non si fa un servizio a chi ne sosterrà il peso con il proprio lavoro e la propria fatica.