“Una prosa che si guarda allo specchio”: quattro chiacchiere con Lo Stato Sociale

di Claudia Crocco e Marco Mongelli

foto di Silvia Costantino

Quattrocentoquattro segue da tempo i bolognesi Lo Stato Sociale e ne aveva già parlato qui e qui.
Venerdì scorso, il 29 giugno, siamo stati al Ne pas couvrir!, e li abbiamo intervistati. Enjoy!

1. “Lo stato sociale” e “Welfare pop” (autoproduzione, 2010) richiamano questioni sociali e politiche ben precisa, e “Turisti della democrazia” (Garrincha Dischi, 2012) è una citazione da Berlusconi neanche così famosa. Da dove nascono il nome della band e i nomi dei vostri dischi?

Bebo: Il nome della band nasce abbastanza per caso. Nella prima data che abbiamo fatto in assoluto ci chiamavamo “Thomas Doll”, che era un giocatore della Germania Est, l’unico della Germania Est ad aver poi militato nella nazionale di calcio della Germania unificata. E avevamo una canzone, tra le poche, che ancora non sapevamo suonare, che si chiamava “Giro di vite”. Questa canzone parlava di ammortizzatori sociali, paracaduti sociali, e diceva ad un certo punto “Fidati di noi, stato sociale”. È successo che, al parco se non sbaglio, al bar o al parco, ci siamo detti che forse era più rappresentativo e che ci sentivamo meglio come “Stato sociale”, anche per coprire una cosa che non c’era ancora.

Lodo: Sui titoli dei dischi: noi abbiamo messo su una grande O.P.A. di anticensura estetica, anzi di trasmettere le più grandi cagate che vengono dette, che sono quelle che ci nutrono e ci fanno sentire meglio tutto il giorno. Quindi, se grandi statisti dicono cagate che vengono celebrate poco, noi ci sentiamo in diritto di renderle più famose. “Turisti della democrazia” ci ha divertito tanto quando è arrivato al termine di quel climax che cominciava con “La consiglierei per il ruolo di kapò”, andava avanti con “Qui abbiamo un sacco di bellissimi posti da venire a vedere” e finiva con “Venite in Italia, perché qui siete solo turisti, turisti della democrazia”. E ci piaceva rendere omaggio a una grande cagata, insomma. Noi, scrivendo stronzate, rendiamo omaggio a delle grandi cagate.

Bebo: …un omaggio a una delle cose più poetiche che abbia mai lasciato andare. Turisti della democrazia è un’immagine che a me è sempre piaciuta.

Lodo: Tra l’altro la cosa che mi ricorda subito la frase “Turisti della democrazia” non è quell’uscita di Berlusconi, ma è Rutelli in inglese, che dice “Pliz, come to Italy. We have beautiful landscheipis and sisaid”. E invece “Welfare pop” è una cosa sua degli anni Novanta…

Albi: È una cosa vecchia, che avevo ideato per una band che c’era prima, che in realtà non è mai esistita. Però mi piaceva “welfare pop”, e stavo studiando cose di welfare, e allora mi è venuto in mente “welfare pop”, molto semplicemente…

Lodo: …e in realtà c’era anche l’idea di anticipare la critica inventandosi un genere genere, praticamente.

Albi: Sì, quello è fondamentale. Così quando qualcuno ci chiedeva “Voi che genere fate?”, “Noi facciamo… welfare pop!”

Lodo: ”Ma come, non lo conosci? Allora sei stronzo!”

Albi: “Da adesso in poi, fidati che inizierai a conoscerlo.” Invece “Amore ai tempi dell’Ikea” è venuto a lui per la canzone…

Lodo: No l’ha inventato Bebo.”

Bebo: “Io per caso… Mi stavano facendo ascoltare la bozza nella canzone, ed eravamo nella saletta, che è poi il garage della famiglia di Albi. Ci facciam tutte le cose, praticamente, lì. Stavano facendo sentire questa cosa, di scatole e di amore e mi è venuto in mente “Amore ai tempi dell’Ikea”. Anche perché il soggetto era coinvolto, a quei tempi, nella multinazionale del montaggio e dello smontaggio… e quindi è andata così. Un’uscita geniale, wittgensteiniana.

Lodo: …ed è indicativa di una weltanschauung tutta sua.

2. Sempre in riferimento ai titoli: la vostra musica spesso viene recepita come leggera, malinconica, disimpegnata, o comunque non certo indignata. Però, appunto, attraverso questi testi c’è anche una forma di cortocircuito fra dire “Odio il capitalismo” e chiamarsi “Lo Stato Sociale” e… 

Lodo: …parlare di figa.

…e parlare di figa, sì. E dire “Io non parlo dei massimi sistemi”. Secondo me una frase molto bella che può definire quest’attitudine è “una prosa che si guarda allo specchio”, perché riflette la vostra attitudine allo scrivere. Rispetto a questo è anche molto interessante l’uso che fate del linguaggio, e come riuscite a decostruire tante frasi fatte e luoghi comuni riassemblandoli e facendo venire fuori qualcosa di fuori tempo e fuori posto, qualcosa che è sempre spiazzante.

Lodo: Allora, rispondo io perché forse sono l’unico dei tre ad aver capito qual è la domanda. Intanto, complimenti con te perché sei estremamente preparato. Magari è anche vero, e siamo contenti se è così. Come ‘riusciamo a’? Noi veniamo dalla chiacchiera, da una chiacchiera stretta attorno ad un microfono di una radio, che si chiama Radio città Fujiko di Bologna, e che molto spesso è molto più vicina al bar che al palco. E veniamo dall’autoironia, dal prenderci in giro, dal giocare con noi stessi. Tutto questo, però, riflette anche un mondo: che è il mondo, se vuoi, quello emiliano, della sfera politica che esiste sempre, della sfera sociale che esiste sempre, delle cose che in realtà vanno ad incastrarsi. Per cui la grande triade della bellezza nel mondo e cioè  fica, droga e odio per la polizia – che sono le tre cose belle che finiscono nelle canzoni, e che rendono le canzoni, canzoni, sempre, anche quelle degli altri – è sempre suscettibile a questo mucchio di stronzate che sentiamo sempre attorno e che sono magari l’aspetto paradossale che più ci interessa di quello che succede e che più ci racconta quello che succede. Cioè  – e forse è la prima volta che penso a sta cosa –  la cosa che mi sveglia nel momento in cui vanno a fare un’operazione di grandi interessi economici ammazzando della gente bombardandola dal cielo forse è il fatto che la chiamano ‘giustizia infinita’. Il fatto che esplodano delle scuole e degli ospedali ammazzando bambini, gente, donne, qualsiasi cosa, forse mi arriva così forte perché quelle si chiamano ‘bombe intelligenti’. È l’aspetto della stronzata, della coperta retorica che smaschera il paradosso è quello che ci fa più sensibili, ed è il motivo per cui noi fagocitiamo le stronzate e le rigettiamo nella nostra forma, che è spesso ironica, e che però nasce da uno “scogliono” vero.

3. Volevo fare una domanda su come scrivete i testi insieme. Noi ci siamo occupati anche di scrittura collettiva nella letteratura o nella scrittura giornalistica e volevamo sapere come scrivete i vostri testi musicali, materialmente. Voi che a volte quasi li recitate, più che cantarli.

Tutti: Gmail.

Albi: Ci scriviamo quando ne abbiamo voglia, noi tre (ma ultimamente anche Checco e Carota) e poi inviamo a noi cinque (a volte anche sei o sette, mettendo dentro anche Matteo dell’etichetta) quello che scriviamo. Insomma, alle volte sono già dei testi completi così, altre volte ci si mette un po’ mano; altre volte ci diamo dei temi e scriviamo tutti su questo tema e poi facciamo un po’ di assemblaggio delle parole.

E rispetto alle musiche?

Albi: Le musiche arrivano dopo, arrivano sempre dopo. Il passaggio intermedio lo fa Lodo o con un pianoforte o con una chitarrina; ci mette quattro accordi sotto

Bebo: Poi arriviamo io e Albi, mettiamo basso e batteria, e alla fine mettono Checco e Carota il “pirupiru”.

4. Volevo farvi una domanda sul passaggio da Welfare Pop a Turisti della democrazia, perché io personalmente avverto uno scarto fra i due lavori. Nel primo c’è un’intensità e una spontaneità della musica e dei testi maggiore, secondo me. Quando è uscito Welfare Pop non aveva precedenti né qualcosa che in quel momento gli somigliasse; mentre Turisti della democrazia secondo me si inserisce, sia per intonazione della  voce nei testi, sia per musiche, in un filone italiano contemporaneo preciso. È così secondo voi?

Bebo: Tra Welfare Pop e Turisti della democrazia sono passati due anni. Le canzoni di Welfare sono nate molto prima dell’incisione e l’incisione è durata sei mesi. Inevitabilmente in mezzo le cose sono cambiate perché la band ha cambiato componenti. Abbiamo avuto prima Laura e Leo che suonavano con noi e poi sono usciti dalla band. Poi piano piano sono entrati Checco, Carota e ci siamo formati suonando con loro. Abbiamo finalmente costruito una band solida e duratura e questo ha cambiato inevitabilmente il suono. Welfare Pop è anche stato registrato alla buona. Siamo andati lì con quattro idee che erano quelle che avevamo in sala prove e le abbiamo buttate  dentro. Non c’è stato un grosso lavoro di raffinamento e di messa a punto. Turisti, invece, è stato prodotto insieme a Matteo Romagnoli e Francesco Brini di “Garrincha Dischi”, quindi già con due persone con più esperienza di noi, con un’etichetta, con uno studio professionale. Abbiamo impiegato un po’ meno tempo, due o tre mesi, e siamo arrivati con un percorso: cioè abbiamo deciso che le cose dovevano suonare ancora più personali e dovevano suonare coese. Welfare Pop ha tantissimi difetti: può essere un bel disco, oppure no, però ha quello che dicevi tu, il pregio della spontaneità. Turisti però è un disco che puoi andare in giro a vendere. Ora noi non siamo entrati in studio pensando a voler vendere dei dischi, perché noi cerchiamo di andare a suonare sui palchi, perché è la cosa che ci piace di più ed è la cosa che ti gratifica di più…

Lodo: …però ne abbiam venduti un sacco.

Bebo: …poi è andata a finire che ne abbiam venduti abbastanza, sì. Un paio di ristampe sono già andate via e quindi siam molto contenti. Da questo punto di vista ed è inaspettato. Turisti della democrazia è un disco che cerca di mettere assieme tutte le idee buone scartando le ingenuità. È chiaro che rimane un prodotto un po’ più curato, che magari può peccare di personalità, ma suonare meglio, cioè è una cosa più riproducibile rispetto a quella di prima.

Lodo: La cosa che mi viene da pensare da quello che dici è che magari è vero. Dal mio punto di vista io preferisco Turisti per il fatto che è più vicino alla nostra capacità comunicativa, perché quello che facciamo è un’operazione di comunicazione. È più trasversale e può arrivare a più persone, e questo è un gradino in più verso ciò che siamo dal vivo, che è molto chiaro e che secondo me è unico, nel senso che quella cosa lì siamo noi: e su questa cosa c’è chi impazzisce e a chi gli fa schifo. Però potrebbe anche essere vero quello hanno detto tutta la vita di Lou Reed: che fino a quando non sapeva suonare ha scritto i pezzi migliori e che poi quando ha imparato a suonare ha fatto solo dei dischi di merda. È che io ho proprio l’utopia che non funzioni così. Però nel caso di Lou Reed è vero quindi forse è vero anche nel caso nostro.

5. Avevo in mente una domanda su di voi come musicisti e su come riuscite a fare questo lavoro. Secondo voi c’è stato un cambiamento della scena italiana, soprattutto in come si fa questa musica e sul circuito che c’è intorno? Ci sono tante etichette indipendenti che fanno un lavoro straordinario di scouting, di produzione e di promozione. C’è un cambiamento in quello fate?

Bebo: Innanzittutto non è un lavoro. Nel senso che, malgrado lo sbattimento che ci mettiamo tutti e cinque, così come i ragazzi dell’etichetta, non è una cosa che ti dà da vivere. Ed è abbastanza palese anche al di fuori. Le cifre che ti fanno pagare i mutui e le bollette sono altre, non sono venire a suonare nei festival, per quanto belli, come questo. E dall’altro lato non so se ci sia un cambiamento. Nel senso che non è un cambiamento nella forma o nella produzione quanto è nella fruizione. C’è un passaggio evolutivo nel pubblico e inevitabilmente c’è un passaggio evolutivo anche per chi fa musica, da quando è arrivato internet e la musica è diventata all’improvviso libera. Prima se dovevi ascoltarti un disco dei Metallica, per portarti l’esempio di una band che si è schierata da subito contro il file sharing, dovevi andartelo a comprare oppure farti registrare la cassetta o il cd da un amico: era un passaggio più difficoltoso. Adesso le cose le puoi avere subito gratis, e la roba gira attraverso internet. Quindi chi fa musica si deve relazionare anche al modo in cui la musica viene ascoltata, sia su un cellulare, sia su un impianto figo. Quindi sì, un’evoluzione un cambiamento inevitabilmente c’è stato. C’è stato anche un moltiplicarsi delle produzioni, sono nate moltissime più etichette indipendenti. Se guardi il numero di etichette che producevano in Italia tra gli ’80 e i ’90, magari sono 15-20 di cui si ha nota: se vai a vedere adesso sono… tutti. Cioè io posso fare una mia etichetta e decidere di uscire come Bebo e quello è il mio disco. Quindi non esiste più questa differenziazione, non esiste più il mondo con i gradini di produzione, ascolto e i concerti. Esiste un mondo molto più semplificato, molto più lineare. Cioè io faccio le mie cose e la gente le ascolta il giorno dopo. Ed è molto più semplice e allo stesso tempo molto più difficile. Quindi, se è cambiato qualcosa, è cambiato  per questi motivi qua, non perché sono cambiate la realtà fattuale e le circostanze culturali

Lodo: Io penso che la cosa più importante, quando si parla di queste etichette, sia non perdere la dimensione del reale, che è la cosa che ti ammazza. Possono succedere tante cose, però fondamentalmente stiamo parlando di persone che magari fanno delle cose molto più fiche di quelle che girano nei circuiti grossi, ma che nel 90 percento dei casi sono persone che hanno una loro vita, i loro mutui, i loro lavori, che ogni tanto hanno qualche concertino e spostano dei numeri che magari non sono neanche grandissimi, e che però fanno delle cose che chi è attento dice “Caspita, che figata”. Nel 95 percento dei casi hanno delle stagioni, come può essere quella che sta capitando a noi. Adesso non è il nostro lavoro, non è il lavoro di nessuno, anche perché con i cachet che abbiamo potrebbe esserlo solo fino alla fine di questo tour. Poi, metti anche che non succeda la cosa fisiologica che succede alla maggior parte delle persone, e cioè che dopo un po’ l’interesse scema e i numeri che si fanno non sono gli stessi,  quando si ferma il tour noi siamo senza lavoro e senza soldi ma con le bollette di prima. Nel 95 percento dei casi, quindi, c’è un’epoca e poi un epoca che finisce e nel 5 percento dei casi questa cosa magari cresce e diventa un lavoro. Però è il mondo del lavoro alternativo, del lavoro della musica, che entra dentro di te a gambe tese e ti cambia questo paradigma d’esistenza, perché l’ambito indipendente è un ambito hobbystico da molti punti di vista,  che è il suo bello per tante cose, proprio perché ha a che fare, in mezzo a quello che fa, con le esigenze, i figli, i mutui. È una retorica totalmente diversa. Quando togli dall’indipendente questa roba qua, la inquadri e la ammazzi, perchè fare la mitologia di un sacco di persone che poi in realtà hanno 45 anni, hanno fatto un disco magari fighissimo ma sono a casa coi loro cazzi, è non parlare con loro e questo secondo me è il rischio di ora.

5. Ultima cosa: come avete risolto il problema degli strumenti rubati?

Albi: Come abbiamo risolto? Ce li siam fatti prestare… Per adesso ho comprato un basso nuovo ma il resto è tutto prestato. Inauguriamo oggi la drum machine nuova, ma prima in queste tre settimane eravamo in giro con strumenti a prestito e in parte lo siamo tuttora. Poi piano piano un po’ di cose alla volta le ricompriamo anche perché a ricomprare tutto insieme non sapevamo dove prendere i soldi…

Bebo: …poi c’è anche il lato egotico del musicista che deve trovare lo strumento che gli piace…

Albi: …quindi ci vuole un po’ di tempo. Nonostante non siam di quei musicisti seri, però…

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