Giù le mani dalla 194

di Silvia Costantino

La legge 194 del 22 maggio 1978 non è il meglio che si può desiderare in materia di regolamentazione delle interruzioni volontarie di gravidanza: è nata in seguito a un compromesso, contiene numerosi punti deboli. È una legge vetusta, troppo intrisa di morale cattolica; una legge da migliorare e modificare, sin troppo paternalista.

Ma è l’unica che abbiamo.

In questo momento la 194 è (nuovamente) da difendere: da difendere dalle strumentalizzazioni che la vogliono una legge omicida; da difendere perché, e non è retorica, altrimenti si torna a morire di ferri da calza e intossicazioni da prezzemolo; da difendere perché mette al primo posto la salute, l’integrità fisica e quella psichica della donna; e soprattutto, cosa a quanto pare non più scontata, riconosce l’autodeterminazione della donna e la considera in quanto essere umano, e non solo come contenitore di feti. Il problema della 194 è che ormai è diventata “la legge sull’aborto”: conviene, per sfatare questa falsissima diceria, dare un’occhiata leggermente più approfondita al testo.

Articolo 1: «Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite

Articoli 2 3 e 5, sui consultori: «Il consultorio e la struttura socio-sanitaria, oltre a dover garantire i necessari accertamenti medici, hanno il compito in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall’incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante, di esaminare con la donna e con il padre del concepito, ove la donna lo consenta, nel rispetto della dignità e della riservatezza della donna e della persona indicata come padre del concepito, le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza, di metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto»

Articoli 7, 8, 14, sulla sicurezza e la tutela della donna: «L’interruzione della gravidanza è praticata da un medico del servizio ostetrico-ginecologico presso un ospedale generale tra quelli indicati nell’articolo 20 della legge 12 febbraio 1968, numero 132, il quale verifica anche l’inesistenza di controindicazioni sanitarie.»; «Il medico che esegue l’interruzione della gravidanza è tenuto a fornire alla donna le informazioni e le indicazioni sulla regolazione delle nascite, nonché a renderla partecipe dei procedimenti abortivi, che devono comunque essere attuati in modo da rispettare la dignità personale della donna

Articolo 9, sull’obiezione di coscienza: «L’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento. » «Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare lo espletamento delle procedure previste dall’articolo 7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8. La regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale

Articoli 12, 13, 18 e 19 sull’autodeterminazione e la tutela della donna: «La richiesta di interruzione della gravidanza secondo le procedure della presente legge è fatta personalmente dalla donna.» «Se la donna è di età inferiore ai diciotto anni, per l’interruzione della gravidanza è richiesto lo assenso di chi esercita sulla donna stessa la potestà o la tutela. Tuttavia, nei primi novanta giorni, quando vi siano seri motivi che impediscano o sconsiglino la consultazione delle persone esercenti la potestà o la tutela, oppure queste, interpellate, rifiutino il loro assenso o esprimano pareri tra loro difformi, il consultorio o la struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, espleta i compiti e le procedure di cui all’articolo 5 e rimette entro sette giorni dalla richiesta una relazione, corredata del proprio parere, al giudice tutelare del luogo in cui esso opera. Il giudice tutelare, entro cinque giorni, sentita la donna e tenuto conto della sua volontà, delle ragioni che adduce e della relazione trasmessagli, può autorizzare la donna, con atto non soggetto a reclamo, a decidere la interruzione della gravidanza.» «Chiunque cagiona l’interruzione della gravidanza senza il consenso della donna è punito con la reclusione da quattro a otto anni. Si considera come non prestato il consenso estorto con violenza o minaccia ovvero carpito con l’inganno. La stessa pena si applica a chiunque provochi l’interruzione della gravidanza con azioni dirette a provocare lesioni alla donna.» «Chiunque cagiona l’interruzione volontaria della gravidanza senza l’osservanza delle modalità indicate negli articoli 5 o 8, è punito con la reclusione sino a tre anni.»

Articolo 15, ricerca e aggiornamento: «Le regioni, d’intesa con le università e con gli enti ospedalieri, promuovono l’aggiornamento del personale sanitario ed esercente le arti ausiliarie sui problemi della procreazione cosciente e responsabile, sui metodi anticoncezionali, sul decorso della gravidanza, sul parto e sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza

Questo è, in poche righe – e la legge non ne conta molte di più – il contenuto essenziale della legge. Una legge che è scritta e pensata, prima di tutto, per la tutela della donna, della sua salute, della sua sicurezza e integrità fisica, e della sua capacità decisionale.
Fino a qualche giorno fa, il controllo e la difesa della 194 erano sotto la soglia minima di attenzione. Quindi, anche se ogni tanto si sentivano o si leggevano cose inquietanti – ospedali che smettono di praticare IVG  (cosa che, peraltro, come è scritto sopra, è completamente illegale), farmacie che si rifiutano di vendere il preservativo (!) –, il dibattito non si accendeva, e l’indignazione rimaneva circoscritta a quegli (un)happy few che, ancora, pensano che una comunità civile si ottenga favorendo l’accesso ai servizi e non continuando a ostacolarlo e negarlo sempre di più.
Si potrebbe evidenziare quanto la 194 sia da aggiornare(una diciassettenne oggi sarà anche minorenne, ma di sicuro – e, certamente, con il giusto e dovuto sostegno – è in grado di decidere per la sua vita, per la sua vita sessuale e per la sua gravidanza. Il resto è moralismo); se ne potrebbero mettere in risalto molte criticità, prima su tutte la questione dell’obiezione di coscienza; si potrebbe anche parlare della difficoltà ad affermarsi che hanno i nuovi metodi abortivi: all’avvento delle «tecniche più moderne etc.», vedi alla voce RU-486, si è letteralmente scatenato il finimondo (inconcepibile, ed è davvero la parola giusta, l’idea di una pillola che faciliti l’espulsione del feto, con solo un po’ di mal di pancia. La donna, oltre a partorire, deve – se proprio deve – abortire con dolore, sennò non sconta abbastanza il peccato originale?).
L’argomento che più di tutti è a sostegno della 194, però, è contenuto nel testo stesso della legge. È quello composto dagli articoli 2, 3 e 5; è il più ripreso e il più ricorrente in tutto il documento. Si riassume in una sola parola: consultori. Il consultorio è un organismo fondamentale per la tutela della donna (della giovane donna in primis, per non parlare, adesso, della donna migrante), è l’asse portante di tutta la 194. E non lo è perché attraverso il consultorio si può ottenere l’autorizzazione alla IVG, ma perché in queste strutture si fa, o si dovrebbe fare, una campagna preventiva e informativa che cerchi prima di tutto di evitare che si verifichino le condizioni di una gravidanza indesiderata. Il consultorio sarebbe anche l’organismo preposto a cercare soluzioni alternative all’aborto, quando possibile, a sostenere la donna nelle sue scelte e ad accompagnarla lungo un percorso che in nessun caso può essere considerato facile e indolore. Purtroppo ad oggi questo è un concetto praticamente inesistente: non vengono rispettate quasi mai le normative che ne regolamentano la presenza sul territorio (stando a quanto si legge in giro, il rapporto tra consultori e abitanti deve essere di uno ogni 20000); né il ruolo del consultorio è pubblicizzato abbastanza. A peggiorare la situazione, i consultori – prima conquista dei movimenti femministi; teoricamente baluardo di una tutela laica della salute della donna – ultimamente sono diventati presidio dei pro-lifers. E poi ci sono i problemi legati alla scarsità di servizi erogati: non so se qualcuno di voi sia mai stato in un consultorio. Io sì, se non altro perché il servizio è completamente gratuito, ed è più veloce ottenere una visita o una prescrizione lì che non in ospedale. Bene: la ginecologa non c’è sempre, così come sempre non c’è la psicologa; per farsi visitare bisogna insistere molto – altrimenti si spiega cosa si ha, ti fanno una prescrizione, ti danno il depliant sull’anello contraccettivo e via –. Tutto, ovviamente, per questioni di tempo e sovraffollamento: un solo consultorio (o due ma aperti a mezzo servizio come nel caso senese) non può gestire un’intera popolazione di giovani donne. È un problema serio, che lascia capire quanto poco di questa legge sia rimasto realmente importante, e in quale maniera la 194 sia stata travisata.
È per questo che, ad oggi, è così facile attaccarla, accusandola di essere una legge pro-aborto, addirittura di andare contro le direttive europee sulla salvaguardia della vita umana. La questione che si dibatte oggi alla Corte Costituzionale nasce dalla denuncia di un giudice di Spoleto in seguito alla “scandalosa” notizia della diciassettenne che, con serie e ponderate motivazioni, ha chiesto di abortire senza che se ne richiedesse il parere ai genitori. Il problema sono le tesi a sostegno della denuncia, che, evidentemente, non hanno niente a che vedere con la patria potestà e la condizione di minorenne della ragazzina. Il giudice che doveva decidere per il caso della (povera) ragazzina di Spoleto afferma infatti che l’articolo in questione della legge andrebbe contro le direttive europee sulla tutela della vita umana: «la facoltà prevista dall’articolo 4 della legge 194 di procedere volontariamente all’interruzione della gravidanza entro i primi 90 giorni dal concepimento comporta “l’inevitabile risultato della distruzione di quell’embrione umano che è stato riconosciuto quale soggetto da tutelarsi in modo assoluto”» (a questo proposito vorrei anche far notare che nella legge è detto esplicitamente che, quando ci siano le possibilità di sopravvivenza del feto il medico deve fare di tutto perché questo avvenga). Mi stupisce, sinceramente, come nessuno dei giornali che ha riportato la notizia abbia notato una lieve contraddizione. I testi degli articoli parlano della questione di Spoleto – che coinvolgerebbe soprattutto l’articolo 12, sull’interruzione di gravidanza senza tutela genitoriale in caso di minore età – e poi riportano candidamente che ad essere in discussione è l’articolo 4 sulla legittimità dell’IVG entro 90 giorni dal concepimento nel caso siano valide le circostanze che attestano un serio pericolo per la salute fisica o psichica della donna in caso di prosecuzione della gravidanza. Che poi significa di fatto che è in discussione l’IVG, visto che dopo i tre mesi l’aborto è illegale a meno che non si verifichino gravi complicazioni: cioè, è in discussione l’intera legge 194 del 22 maggio 1978.
Sull’equivalenza tra essere umano e feto, e sulla concezione (colpevolizzante e oggettuale) che i prolifers hanno della donna e del parto stesso, sono stati scritti tanti articoli. Molti di questi adesso si trovano facendo una ricerca su twitter, con l’hashtag #save194, che è importante oggi e sarà importante domani. Si spera che oggi la Corte costituzionale si faccia una grassa risata sui moralismi bigotti mascherati da europeismo del giudice di Spoleto: se così non avverrà le conseguenze saranno inimmaginabili? No, si immaginano facilmente, basta pensare a com’era la situazione trentacinque anni fa. Nel 1977.

#save194, ora e sempre.

1 Ma tanto da aggiornare che l’ammontare delle multe, nel testo, è ancora espresso in lire. Al tasso del 1978 («La donna è punita con la multa fino a lire centomila.»).

11 commenti

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11 risposte a “Giù le mani dalla 194

  1. Grazie per questo splendido articolo. Chiaro in ogni suo punto, per spingere le persone a leggerla per intero, questa “legge pro-aborto”. E sono del tutto d’accordo sul ruolo dei consultori: nella mia città l’unico che c’è è disposto a visitarti solo se hai problemi connessi con la pillola, o se hai già intenzione di fare una IVG, perchè le operatrici che ci lavorano galoppano senza sosta tra esso e l’ospedale, e devono gestire un bacino di utenza molto ampio. Se si ricominciasse da lì sarebbe già un enorme passo in avanti verso una prevenzione efficace delle pratiche abortive…il punto è che servono fondi, molti fondi, e per molti dei fondi destinati a strutture che ti consentano, eventualmente, di fare una IVG, non sono fondi giustificati.

  2. Ottimo contributo, articolo davvero esaustivo.
    Vorrei condividere con voi questo mio pezzo, scritto cercando di analizzare quello che succede online, in particolare sui social network.
    Grazie per l’attenzione :)

    http://luisaferrara.blogspot.it/2012/06/salviamo-la-194.html

  3. Gilberto Grasso

    In Italia il dibattito pubblico sui temi etici è purtroppo dominato dalla stessa visione ideologica che da sempre divide le due parti dell’opinione pubblica italiana: quella cattolica e quella laico-radicale, la prima a tacciare la seconda di abortismo e la seconda a tacciare la prima di moralismo bigotto e di mancata attenzione alle donne. I giudizi che continuamente vengono dati (e che anche questo articolo dispensa in abbondanza ai bigotti moralisti cattolici….) sono carichi di pregiudizi che non si sforzano di comprendere il punto di vista dell’altro, ma soltanto di affermare il proprio, ridicolizzando chi la pensa in maniera diversa.
    Questo dibattito carico di pregiudizio ideologico ha avuto come effetto logico e perverso quello di contrapporre continuamente i diritti della donna a quelli del feto senza cercare una soluzione che sia in grado di tutelare entrambi. Se la mamma è persona al 100%, mettiamo che il feto lo sia soltanto al 20% o al 30%: possiamo per questo non considerarlo? Oppure il feto non lo è affatto? Non porsi il problema del feto penso sia da irresponsabili e da superficiali: infatti si può pensare quello che si vuole sul feto, che sia una persona o che non lo sia, ma se non ci si pone nemmeno il problema, se non si prova nemmeno un minimo dubbio, se non si avverte nemmeno un brivido al pensiero che quell’essere sia soppresso, allora si è superficiali o irresponsabili. E lo stesso giudizio darei a chi afferma il diritto assoluto del feto, senza preoccuparsi minimamente della donna.
    Ma perché non proteggerli entrambi, se è possibile? Proteggere non solo una vita realizzata, quella della donna salvaguardando anche il suo diritto di scegliere di essere o non essere mamma, ma anche una vita potenziale, una vita possibile, una quasi vita, una “ho-un-dubbio-che-sia-una-vita” come quella del feto? Io penso che esista un modo per conciliare il diritto di una donna che partorisce a decidere di non essere mamma e quello del feto non ancora persona a diventare persona. Una donna che partorisce e rifiuta il bambino, potrebbe sempre pentirsi e cambiare idea: se questo accadesse perché non darle la possibilità di cercare e incontrare il bambino che ha messo al mondo? Perché non darle la possibilità di saperlo vivo?

  4. Cosa significa “io penso che esista un modo per conciliare il diritto di una donna che partorisce a decidere di non essere mamma e quello del feto non ancora persona a diventare persona”? Se si salvaguarda il diritto del feto, prima di tutto si sta costringendo una donna a partorire, a divenire madre. Questa è la costrizione che cerchiamo di combattere. Il tuo intervento non considera minimamente cosa significhi per una donna portare avanti la gravidanza e partorire, ma il punto è proprio quello: il punto è la differenza tra una concezione della donna come individuo (anche durante la gravidanza) e una concezione oggettuale della donna che la vuole solo strumento di gestazione, vera e propria incubatrice del forse nascituro. La legge sull’aborto difende il diritto della donna di scegliere se portare avanti una gravidanza e mettere al mondo un bambino o se abortire un feto. E questa è la conquista che cerchiamo di difendere.

    Lorenzo.

  5. Gentile sig. Grassi,
    lei chiede: “Ma perché non proteggerli entrambi, se è possibile? Proteggere non solo una vita realizzata, quella della donna salvaguardando anche il suo diritto di scegliere di essere o non essere mamma, ma anche una vita potenziale, una vita possibile, una quasi vita, una “ho-un-dubbio-che-sia-una-vita” come quella del feto?”

    La legge 194 risponde: “Il consultorio e la struttura socio-sanitaria, oltre a dover garantire i necessari accertamenti medici, hanno il compito in ogni caso […] di esaminare con la donna e con il padre del concepito, ove la donna lo consenta, nel rispetto della dignità e della riservatezza della donna e della persona indicata come padre del concepito, le possibili soluzioni dei problemi proposti , di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza, ”
    Inoltre.
    Purtroppo, per questioni di economia e di sintesi, non ho potuto riportare tutto il testo, agevolmente consultabile su wikipedia (http://it.wikisource.org/wiki/L._22_maggio_1978,_n.194_-_Norme_per_la_tutela_sociale_della_maternit%C3%A0_e_sull%27interruzione_volontaria_della_gravidanza), ma:

    art. 7:
    “Quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto, l’interruzione della gravidanza può essere praticata solo nel caso di cui alla lettera a) dell’articolo 6 e il medico che esegue l’intervento deve adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto.”

    Come vede, chi ha steso la legge si è posto il problema.

    Detto questo, ci sono molte possibilità per “salvare il feto”, tra le quali la rinuncia alla maternità dopo il parto, in totale anonimato e totale sicurezza per madre e figlio – tanto per citare la stessa che ha nominato lei con l’orribile dicitura “una donna che RIFIUTA IL BAMBINO” (eh già, le parole sono davvero importanti): ma sono scelte. Peraltro dolorose tanto quanto l’aborto: visto che si parla di dolore e di questioni morali, le chiedo: come si sentirà una donna che partorisce sapendo di non vedere mai più il proprio figlio? Ho l’impressione che raramente si torni indietro da tali scelte. Cosa avverrebbe? Crede davvero che una donna possa sempre ” pentirsi e cambiare idea: se questo accadesse perché non darle la possibilità di cercare e incontrare il bambino che ha messo al mondo?”? Crede davvero che sia semplice, legittimo, onesto irrompere nella vita di una persona cresciuta con altre persone per dire “hey, sono tua madre, non mi hai mai visto prima ma, sai, siccome ti ho partorito mi andava di rivederti e magari riprenderti con me, facendoti cambiare totalmente vita e probabilmente traumatizzandoti per il resto della tua esistenza”? Lo ritiene umanamente corretto perché “una vita è stata messa al mondo”? La rinuncia alla maternità è una scelta rispettabile, e coraggiosa, e dolorosa: esattamente come l’interruzione di gravidanza; esattamente come la decisione di partorire un bambino sapendolo a rischio di morte o portatore di handicap. Non credo nella storia fatta con i se e con i ma, sia che influenzi una vita sia che ne influenzi molte. Ogni scelta taglia fuori altre possibilità, ma è una scelta. Consapevole. E tale deve rimanere: l’aborto è regolato dalla legge e dalla scienza, e la teoria del “si pensa solo alla donna e non al potenziale bambino” mi sembra, scusi la franchezza, solo una delicata parafrasi per affermare che un potenziale bambino è più importante della salute, psichica e fisica, di una donna attuale. Continuo a non comprendere il passaggio, Continuo a non vederci niente di male. Continuo a pensare che, ora più che mai, sia necessario #apply194, e diffondere il contenuto della legge: giusto per evitare scomodi fraintendimenti.

    Silvia Costantino

    • Gilberto Grasso

      Gentile Signora Costantino, anzitutto la ringrazio per la cortese risposta. Sono perfettamente d’accordo sul fatto che la legge si sia posta il problema di proteggere entrambi, sia la donna che il feto, ma, come lei stessa scrive nel suo articolo, la legge è da difendere “perché mette al primo posto la salute, l’integrità fisica e quella psichica della donna”; quindi, anche lei pone la questione nei termini di una contrapposizione in cui c’è qualcuno da mettere al “primo posto” e qualcun altro al secondo. Quello che io contesto è proprio questa visione, in base alla quale debba esserci un “primo posto” e un “secondo posto”, con taluni a dire che al primo posto ci deve essere la donna e per altri il feto. E così rispondo anche al signor Lorenzo: nella sua risposta avverto tante sicurezze, tante certezze, in una materia dove secondo me (è questo il punto), chiunque dovrebbe porsi dei dubbi in un atteggiamento costruttivo di ricerca della verità, più che ostentare delle certezze in un atteggiamento di contrapposizione con chi la pensa diversamente. Dopotutto essere laici, nel significato originario del termine, più che essere anticlericali, dovrebbe significare proprio questo: non avere certezze e quindi porsi di fronte alle questioni in un atteggiamento di ricerca, in una visione socratica dove la vera saggezza consiste nel non avere certezze piuttosto che nel partire da assiomi dati per scontati: chi parte dagli assiomi ha una visione ideologica e integralista: in questo senso non esiste solo l’integralismo cattolico, ma anche l’integralismo del laicismo, che infatti ha poco a che fare con la laicità, secondo la mia modesta opinione inutile e infruttuoso al progresso dell’uomo tanto quanto il primo. Se mi pongo di fronte alla questione con l’atteggiamento del dubbioso che ricerca la verità, allora mi dico: chi può dire la verità su cosa sia il feto? Chi può dire realmente che il feto è già una persona a tutti gli effetti oppure non lo è affatto? Ci sono argomentazioni medico scientifiche che a seconda del principio utilizzato per definire la persona, potrebbero dimostrare tanto l’una quanto l’altra delle due tesi.
      Io ho dei dubbi, non saprei rispondere in maniera sicura e incontrovertibile; sarebbe facile per me rispondere da cattolico, perché ho delle certezze, ma penso sia giusto che io, che sono cattolico, mi ponga di fronte alla questione da laico, in quanto la questione riguarda la società civile italiane, fatta di tante persone che la pensano diversamente da me; però da laico (non da laicista) mi dico: chi sono io per dire cos’è il feto? Nel dubbio, perché non proteggere entrambe le vite? Quella del feto e quella della donna?
      Mi si dice che se si costringe la donna a partorire, la si costringe alla sofferenza; ma io rispondo: anche molte donne che hanno abortito, hanno sofferto dopo perché si sono pentite della scelta fatta in un momento particolarmente drammatico della propria vita; questa argomentazione del pentimento, gentile signora Costantino, non la tiro fuori per affermare in maniera arrogante che “tutte le donne si pentiranno dopo aver abortito”, neanche io credo alla storia fatta coi i sé e con i ma, ma credo che non esista UNA SOLA STORIA, MA TANTE SOTRIE DIVERSE, ognuna per ogni donna, e che la legge, che necessariamente deve essere UNA, deve comunque analizzare, prima di essere scritta, tutti i casi possibili.
      Quindi torno a ripetere: perché non proteggere entrambi, la donna e il feto? Se esiste la possibilità della rinuncia alla maternità dopo il parto (per usare la sua espressione, senz’altro più elegante della mia) e questa scelta mi sembra che oggettivamente salvaguardi tanto la vita del feto che potrà nascere, quanto la volontà della donna di non diventare mamma, perché non perseguire questa strada? In assoluto mi sembra quella in grado di tutelare maggiormente la donna e il feto.
      Vi prego, non sentitevi offesi per questa mia nota, voglio solo porre domande e non affermare posizioni.

  6. Caro Gilberto,
    la legge 194 – come l’articolo mette perfettamente in luce – è un tentativo imperfetto, ma il migliore che abbiamo, di normativizzare la complessa vicenda delle interruzioni di gravidanza. Capirai, da questo minimo rilievo, che l’opposizione non è tra rumorosi fan della vita e ipotetici sostenitori dell’aborto. Dico “ipotetici”, perché non è chiaro esattamente chi siano questi sostenitori. Conosci francamente qualche tifoso dell’aborto? Qualcuno che, alla fine di ogni anno, attenda con ansia la statistica degli aborti e poi si lamenti del numero in costante calo? Un movimento pro-aborto, per definizione, incentiverebbe gli aborti, perfino li vorrebbe obbligatori; una donna pro-aborto cercherebbe di rimanere più volte incinta per poter poi, ogni volta, abortire.
    Torniamo con i piedi nella realtà: non esistono sostenitori dell’aborto (e, complementarmente, l’intero ventaglio semantico di movimenti “per la vita”, che abitano la discussione sul tema, è semplicemente privo di senso). Il confronto – quello vero – è tra chi intende trattare la questione, inserendola nel recinto del discorso giuridico, e chi invece preferisce una sostanziale assenza di regole che, non agendo, de facto rinuncia al problema. Il tuo ossessivo ribadire che vuoi tutelare “sia la donna sia il feto” non ha portato con sé una sola proposta di come porre in atto questa duplice tutela e si è ripiegato infine su di uno sterile rifiuto della 194.
    Per chi ha cuore la sorte dei feti, e mi pare sia il tuo caso, la scelta in questo contesto appare quasi ovvia: favorire l’educazione sessuale nelle scuole; aumentare la diffusione dei contraccettivi (perdonami il riflesso automatico: immagino che, coerentemente con la tua difesa dei feti, sarai un fiero sostenitore di ogni pratica anticoncezionale, o invece no?); rendere umana la durissima esperienza dell’aborto, spiegare la legge 194, in pratica applicarla, perché, da quando è entrata in vigore, il numero di aborti in Italia è quasi dimezzato: in effetti ha salvato molti più feti la legge 194 di qualsiasi astratta difesa di principio (ti consiglio, se non hai avuto l’occasione, di vedere “4 mesi, 3 settimane, 2 giorni” per vedere come fosse puro, giusto e auspicabile un mondo privo di leggi sull’aborto).

    Segue – in appendice, se vuoi – un breve esercizio di pulizia linguistica. Chi si pone di fronte alle questioni senza certezze, e con soli dubbi, non è un laico, è un cretino. La laicità è una cosa seria: non rinuncia all’idea di certezza ma piuttosto stabilisce i criteri di revisione delle certezze stesse. Lorenzo, laicamente, ha esibito convinzioni e certezze, concedendosi di sostituirli in favore di eventuali migliori argomentazioni (non sono giunte). La tua proposta di una tensione solo interrogativa, viceversa, nasconde – e devo dire piuttosto malamente – un interesse a non agire.
    “Nel dubbio, non far nulla”, ecco, negli ultimi quattro secoli laicità ha significato, in primo luogo, opporsi a questa massima.

    Levacci

    • Gilberto Grasso

      Caro Levacci, sai cosa ti dico? Che è perfettamente inutile continuare provare a dialogare con voi, vi scagliate contro chi prova ad inserire nel discorso un punto di vista diverso, bisogna per forza pensarla come voi; dammi pure del cretino, ma io le mie certezze le ho, però su certi temi penso sia giusto provare a comprendere il punto di vista degli altri, per questo mi pongo (almeno ci provo) di fronte al tema come uno che non ha certezze, diversamente da te. Poiché sono alla ricerca di spazi di confronto e questo blog evidentemente non lo è, infatti mi sembra ci sia un clima che non è aperto a opinioni diverse, ti saluto e ti chiedo scusa se ti ho rubato del tempo, tra poco cancellerò questo indirizzo dalla cronologia per evitare il rischio di capitarvi di nuovo. Bravi, avete ragione, continuate così, è questo che vi piace sentirvi dire, complimenti vivissimi per l’artcolo, davvero ben fatto. Distinti saluti, arrivederci e grazie!

  7. Marco Berardi

    La Consulta in linea di massima dovrebbe ritenere inammissibile la questione e neanche entrare nel merito, per mancanza del requisito della rilevanza, abbastanza rigido a dire il vero (è un requisito formale, non è una rilevanza “qualitativa” della questione). Il giudice di Spoleto non può chiedere di dichiarare incostituzionale una norma che esula dal caso concreto (e qui si parla semplicemente del consenso del genitore, non della salvaguardia dei diritti del feto). Se poi per assurdo accogliessero la questione e andassero nel merito, dovrebbero operare un bilanciamento tra il diritto alla vita del nascituro (che non è assoluto, se lede il contenuto minimo di un altro diritto fondamentale) con quello alla salute della madre, più rilevante del primo perchè attuale, e non solo potenziale. Ecco che questa “attualità” del diritto profila un “primo posto” e un “secondo posto”. E questo criterio è abbastanza consolidato, credo, nella giurisprudenza costituzionale. Quindi Silvia spero che tu abbia ragione e che finisca tutto in una grassa risata. Bell’articolo!

  8. Marco Berardi

    Ovviamente, non ricordando la vicenda, ho commentato con un anno di ritardo pensando fosse un articolo nuovo. Ma almeno è andata effettivamente così! :)

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