“Dare una forma al nulla”: recensione a “La mia lotta” (1) di Karl Ove Knausgård

di Raffaello Rossi

Si potrebbe guardare a opere come Le confessioni di Agostino d’Ippona, gli Essais di Michel de Montaigne e À la recherche du temps perdu, quali esemplari di una tradizione letteraria, contraddistinta innanzitutto dalla peculiare funzione del titolo. L’indicazione fornita sul testo non è di tipo né tematico, né rematico: a essere designato non è il contenuto o il genere, quanto un impiego attivo della scrittura da parte del soggetto. In altri termini Agostino intrattiene un dialogo con Dio, Montaigne saggia le proprie voci interiori, così come il narratore proustiano ritrova effettivamente il tempo perduto: tali esperienze non vengono solo riportate mediante il contenuto biografico, ma si svolgono nel qui e ora, identificandovisi, dell’atto di realizzare l’opera. A questo presupposto formale, sulla superficie del testo è sempre riscontrabile l’allusione, nella specificità della prassi di auto-commento che accomuna simili testi, attingendo agli strumenti storicamente resi disponibili dalla specifica tradizione di discorso analitico ed ermeneutico.
A questa specie di tradizione appartiene anche La mia lotta (Min Kamp) di Karl Ove Knausgård, già autore di Ute av Verden (Fuori dal mondo) e En tid for alt (Un tempo per tutto), non ancora pubblicati in Italia.  Il romanzo è uscito in Norvegia in sei volumi tra il 2008 e il 2011, di cui i primi due ora disponibili anche da noi per Ponte alle grazie, nella traduzione di Lisa Raspanti.
Il caso della Recherche, al quale il libro di Knausgård è stato più volte paragonato, ci insegna che solo leggendo l’opera dall’inizio alla fine è possibile averne la giusta comprensione. Perché allora parlarne sulla base di una traduzione ancora incompleta? Pur nella sua parzialità il testo a disposizione di coloro che non sanno il norvegese offre la possibilità di alcuni spunti critici.
La stessa frase apre e chiude rispettivamente il primo e il secondo volume, segnando due punti paralleli tra cui l’auto-narrazione del protagonista, che porta lo stesso nome dell’autore, s’inarca e si tende:

«Sulla finestra di fronte a me vedo il vago riflesso del mio viso. A parte l’occhio, che brilla, e la parte immediatamente sottostante, che riflette debolmente un po’ di luce, tutto il lato sinistro rimane nell’ombra. Due rughe profonde solcano la fronte, altre due scendono sulle guance, come piene di oscurità, e quando gli occhi sono immobili e seri e gli angoli della bocca si piegano all’ingiù, è impossibile non pensare che sia un volto triste.
Cos’è che l’ha segnato?»

La mia lotta può intendersi come il tentativo dell’autore di dare risposta a questa domanda, trasformandosi nel narratore e nell’interprete della propria vita e di quella delle persone e degli eventi che vi  hanno lasciato un segno.
Il suo modo d’intendere la scrittura è stato paragonato da alcuni recensori all’esercizio spirituale. Questa lettura, così come quella che ha inteso il romanzo come una serie di episodi tra loro irrelati, se non scorrette sono, a mio avviso, fuorvianti. La mia lotta rivela infatti la scaturigine spontanea del flusso verbale, non priva però di una costruzione e di una organicità nelle sue parti, che cooperano alla messa a punto di un disegno piuttosto definito. Per quel che riguarda la definizione di “esercizio spirituale”, essa è doppiamente contraddetta dalla finitudine dell’opera e dal peculiare materialismo presente tanto nel linguaggio quanto nella relazione soggetto-mondo, nella filosofia che il romanzo esprime.

Il brano succitato viene dislocato in posizioni e con significati speculari e opposti: la prima volta compare preceduto da un breve racconto sulle umiliazioni e angosce che Karl Ove ha provato da piccolo a causa della figura paterna, fredda, severa e onnipotente. L’impressione che abbiamo è quindi che, ironicamente, la risposta preceda la domanda su cosa ha reso triste quel volto, alla quale segue un breve scorcio su ciò che circonda il tempo presente della scrittura, con le difficoltà, banali ma serie, proprie di un’odierna famiglia nord-europea. Successivamente la narrazione riprende il motivo principale del problematico rapporto col padre, il quale viene sviluppato ora intrecciandovisi ora parallelamente mediante digressioni, ad alcuni eventi biografici del personaggio chiamato Karl Ove, secondo un intreccio non lineare che pone, significativamente, la notizia della morte del padre esattamente a metà del libro, quando Karl Ove ha pressappoco trent’anni e sta lavorando al manoscritto del suo primo romanzo. Da questo momento in poi, tempo storico del romanzo è occupato dai preparativi dei funerali, con la conclusione dei quali termina il primo libro.

Alla fine del secondo volume ritroviamo la frase, identica, ma scritta in corsivo. Si tratta infatti di una citazione: dopo aver ripreso il racconto autobiografico pressappoco dove si era interrotto nel primo volume, a partire cioè dall’anno successivo alla morte del padre, Knausgård descrive la vicenda della separazione dalla prima moglie, dell’incontro con Linda e della nascita della prima figlia, fino al presente della scrittura, ovvero al momento in cui la frase contenente la domanda «Cos’è che lo ha segnato?» viene scritta per la prima volta, innescando così un dispositivo in grado di “funzionare”, di produrre cioè altro testo e andare avanti nella scrittura. Alla fine del secondo volume si chiude quindi una prima fase dell’opera, riportandoci al punto di partenza non solo della storia del personaggio fittizio, ma del libro che stiamo leggendo.

Il testo può essere analizzato attraverso vari livelli. Uno dei principali è costituito dai motivi, o temi, che sono sostanzialmente due: l’inquietante figura del padre, che getta la sua ombra su tutta la prima e seconda parte di La mia lotta (1) e la vicenda familiare, a cui è dedicata la terza parte del romanzo, che occupa il secondo volume nella sua interezza. I due motivi costituiscono, nel livello tematico, un’antitesi netta e profonda. Il tema del padre ha con quello della morte un collegamento stretto secondo una chiave duplice, psicologica ed esperienziale: è ciò che impedisce al protagonista di vivere serenamente la propria vita da individuo, come vediamo nella prima parte; nella seconda, che prende le mosse dalla notizia del decesso del padre, avvenuto nella casa della nonna di Karl Ove, la morte e l’incontro col padre si spogliano dei connotati spiritali e concettuali per farsi racconto nel regno della pura materia, del totalmente estraneo.
Questo racconto è all’origine dell’opera e della sua ragione formale:

«Per anni avevo tentato di scrivere di mio padre, ma senza riuscirvi, sicuramente perché era troppo vicino alla mia vita privata e quindi non si lasciava rinchiudere tanto facilmente in un’altra forma, che è il presupposto della letteratura. [...] Bisogna rompere la forza della tematica o dello stile, affinché possa nascere la letteratura. Questa rottura si chiama “scrivere”. Scrivere è più distruggere che creare» (p.220)

Dare una forma significa creare quel distacco necessario rispetto agli automatismi che caratterizzano la percezione abituale, ordinaria, e quindi oppressiva delle cose o dei fantasmi con cui condividiamo l’appartamento dell’io. In tal modo l’arte guadagna punti sulla vita, secondo una concezione che ci riporta, come un’eco lontana, a quella espressa in un passo di All’ombra delle fanciulle in fiore, in cui Marcel scopre, visitando l’atelier del pittore Elstir, l’azione distruttiva che l’arte esercita sulla visione delle cose che abitualmente identifichiamo, intendendo queste parole nel loro senso più banale, con la “vita” e il “mondo”. Il fallimento dell’arte si manifesta innanzitutto nell’insuccesso di Karl Ove come scrittore («scrivendo volevo aprire il mondo, per me stesso, ma era proprio questo che faceva sì che non ci riuscissi» p.247) e, nel suo gusto passatista che lo induce a ricercare il piacere dell’arte nei quadri dei pittori che non hanno conosciuto i modernismi d’inizio Novecento, coi quali il soggetto (a partire da Munch) avrebbe occupato per intero il campo visivo, annullando la distanza che lo separa dalle cose.
Knausgård recupera qui un’importante categoria benjaminiana, quella di «inespresso»  (Ausdrucklos),il punto di arresto dell’arte rispetto alla realtà della vita, punto che non solo l’arte, consapevolmente, ma anche la nostra attuale «visione ingenua del mondo» ha oltrepassato senza rendersene conto, confondendo l’autentico con l’inautentico, la realtà con la finzione. A tale stato di cose non ci si oppone se non a partire da una posizione «essenzialista, cioè anacronistica e persino romantica», ossia attribuendo allo scrittore un compito, in cui la moderna opposizione tra razionale ed estetico sembra risolversi in un intento paradossale: «Quello che cercavo di fare, e che forse cercano di fare tutti gli scrittori, era di combattere la finzione con la finzione» (p.247).
Il problema che pone l’umanizzazione totalizzante del reale non è, in ultima analisi, solo di ordine estetico o gnoseologico: questi sono stadi di una crisi esistenziale che investe gli statuti fondamentali dell’individuo. Su questa crisi la modernità ha fondato la problematicità dei suoi discorsi, con una radicalizzazione crescente nel corso del Novecento, che ha riproposto costantemente il tema del divorzio tra io e mondo. L’essenzialismo di Knausgård si propone come assunzione radicale del punto di vista della morte, interpretando la separazione tra io e mondo in chiave anti-moderna, secondo l’antica visione che non concepiva tale scissione al di fuori del passaggio dalla vita alla morte.

La seconda parte del romanzo è interamente occupata dal soggiorno di Karl Ove e del fratello Yngve nella casa dei nonni, dove il padre è deceduto. Le descrizioni dello sfacelo, della sporcizia, sono la rappresentazione iper-materialistica di quello che riassumeremmo nell’espressione “aria di morte”. L’incontro con la morte rende ogni tentativo di nominarla dolcemente eufemistico: in esso le cose si fanno oppressive e forti della loro estraneità, della nostra impossibilità di riportarle a un significato:

«Quello che vedevo, quello da cui eravamo circondati, per me non era più chiaro, era come se fosse stato spinto in secondo piano, come se intorno a me fosse sorta una zona ormai priva di qualsiasi senso. Il mondo era affondato, questa era la sensazione che avevo, ma non me ne importava, perché papà era morto.» (p.315)

Nel raccontare la sua vita, Knausgård ne prende le distanze. Anche se il protagonista, come viene detto più volte nel libro, ama la solitudine e soltanto in tale condizione riesce a scrivere, quantitativamente sono relativamente pochi i momenti in cui egli non si trovi in presenza degli altri. Le persone, ovvero i corpi vivi, respiranti e pensanti, con la loro semplice, passiva presenza, sono per il nostro sguardo la cosa più importante, dei catalizzatori di senso capaci di imprimere sulle cose una diversa  coloritura e curvatura. Gli altri hanno su di noi l’effetto di dilatare o restringere il mondo:

«La grondaia, l’acqua che da lì continuava a cadere sull’erba. Che lui [il padre] non avrebbe più potuto vedere niente di tutto questo era una cosa che non riuscivo a capire, per quanto mi sforzassi. Che non avrebbe potuto vedere me e Yngve, questo lo capivo, aveva a che fare con la vita affettiva, a cui la morte era intrecciata in modo del tutto diverso che alla realtà oggettiva, concreta, che avevo intorno.» (pp. 423-424)

Essere realisti, raccontare il mondo com’è, seriamente, significa tenere presente la menzogna che cela ogni pretesa di neutralità degli esseri. Allo stesso tempo però gli esseri tradiscono, man mano che vengono meno, la neutralità che di fatto vige tra gli strati materiali dei corpi e delle cose. Ogni pretesa da parte del senso, del significato, di spostare sullo sfondo quella realtà materiale che per noi è poco interessante, che non ci riguarda, è pertanto vana: e proprio perciò, finché non facciamo l’incontro con la morte, non conosciamo.
Durante una pausa nel lavoro di pulizia, Karl Ove impila distrattamente delle bottiglie vuote, e poi dice al fratello di aver così realizzato un’opera d’arte: «cos’è un contenitore che non contiene nulla? Non è niente. Ma niente ha una forma, capisci? Questa forma è quello che qui ho cercato di mostrare.» (p.384) L’arte è questo dare una forma al nulla, e un’arte realista cerca queste forme del nulla nelle zone problematiche del “fare esperienza”.

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