Storify e Walter Benjamin

Valerio Adami

Iniziamo oggi un ciclo di articoli e riflessioni intorno ai temi dei nostri due incontri di mercoledì e giovedì prossimo in collaborazione con Lavoro Culturale. Proponiamo dunque una riflessione di jumpinshark, nostro ospite il 17, sullo storify e Walter Benjamin, già apparsa sul suo blog.

Le regole valgono sempre, e le si ripete volentieri ancora una volta: 1) ogni post/articolo che contenga nel titolo “Walter Benjamin” ha altissime possibilità di essere pretenziosa pappetta; 2) ogni post/articolo che contenga nel titolo “Walter Benjamin” e il nome di un’innovazione tecnologica non ancora disponibile al tempo di Benjamin è quasi certamente lezioso compitino sociologico di chi vuole ma non può. E non sto affatto preparando il terreno per mostrare come questo mio pezzo si elevi sopra la volgare schiera; ne dichiaro anzi onestamente i pesanti limiti, nell’autodenigrante apertura, e lo scrivo comunque, per la semplice ragione che, seppur male argomentate, desidero condividere alcune idee, nella speranza che menti migliori vi si impegnino.

La tesi è questa: se oggi Walter Benjamin dovesse scrivere Parigi capitale del XIX secolo (cito il titolo in italiano per omaggio alla magistrale edizione Einaudi curata da Giorgio Agamben) lo farebbe con Storify.com. Il “libro fatto di sole citazioni” (pure “multimediali”) lo si va insomma a creare con questa applicazione web di curation.
Curation è termine oggi sempre più inflazionato e tirato da tutte le parti, dal social media marketing al “giornalismo 2.0″ sino appunto alla teoria critica. Storify occupa nel campo una posizione prominente e precisa: è strumento per creare “una storia continuata”, per rendere conto di un singolo, pur ampio, avvenimento o nucleo di avvenimenti. Resta quindi molto distante dalle numerose applicazioni impegnate nell’impaginare, in graziose forme, i link condivisi sui social. Questo tipo di software, che persegue il sogno del “giornale personalizzato”, è fondamentalmente legato all’automazione: vi sono flussi di informazioni in entrata, una serie di algoritmi specifici per il trattamento, e un flusso in uscita, con l’informazione “aggregata”.
Storify è altra cosa. Vi è un curatore manuale (in realtà sono possibili anche forme di collaborazione) che sceglie un “argomento”, cerca e vaglia i materiali, quindi li compone in una storia (almeno provvisoriamente) chiusa. I “frammenti” in entrata possono essere testo audio foto video mappe ecc.; e l’applicazione offre un’ampiezza e una facilità di “embedding” [inclusione nella storia] molto superiore a tutti i concorrenti (a cominciare dal chiaro clone Storyful). Una storia creata con storify può quindi assumere la forma, molto tradizionale, di un blog post con citazioni (questo è, per inciso, l’uso principale che l’account ufficiale storify fa della propria piattaforma, presentando per lo più dei tutorial sulle nuove funzioni continuamente implementate) o un racconto per citazioni, spesso come relazione di “discussioni” sui social media.
Con Storify puoi quindi rendere conto della lite tra la twitstar A e twistar B, con tweet anche dei normo-utenti C1,…..,Cn a contorno, o puoi riportare i commenti su Facebook sull’ultima esternazione di Vasco Rossi (o calibri minori come Iachetti e via degradando). Questo uso, quando è inertemente cronachistico, mi pare solo contribuire al “rumore” sopra i social.
Storify può essere usato anche per rendere conto di importanti fenomeni che si sviluppano nella “vita reale” e quindi oggi anche sui social media, a cominciare dal caso notissimo delle lotte per la libertà nei paesi arabi, molto ben seguito da curatori come Andy Carvin. Qui l’esigenza è quella di “consolidare” una quantità di informazioni molto grande in una forma facilmente consultabile, e ovviamente si aspira anche a riorganizzare criticamente il flusso, appunto enorme, di materiali seguiti “in tempo reale” sul web.
Questi usi rappresentano adattamenti di forme giornalistiche tradizionali dentro uno strumento fortemente innovativo, sia per pura tecnica sia, e soprattutto, per l’allargamento di prospettiva che gli avanzamenti tecnici offrono al “giornalista curatore”. La prima tipologia è riconducibile all’articolessa sulla colonna di destra di Repubblica (che appunto sempre di più, con tenera goffaggine, si dà al saccheggio dei social media, giacché, come è ben noto ai lettori di quel quotidiano, ormai tutto “impazza sul web”), il secondo al reportage del New York Times o del Guardian (quest’ultimo attentissimo al rapporto dialettico tra nuove tecnologie e mestiere giornalistico, soprattutto sul fronte dell’open data).
Storify è inoltre utilizzabile anche in modi più “sperimentali” e meno tradizionalmente giornalistici (dove l’avverbio si riferisce al costante processo di riadattamento e reinvenzione della tradizione). A me è capitato di fare storie su hashtag di Twitter e altri “fenomeni del web”, nelle quali ho cercato però di straniare i materiali, attraverso un lavoro di non ingenua citazione e non servizievole montaggio, e con un parco commento esplicito. Ritengo infatti che oltre l’inerte ripetizione dei contenuti vi sia spazio per un’attività interpretativa, che non pretende di intervenire in metacommento padreternalista sui “fenomeni del web”, ma opera attraverso lo straniamento critico di materiali scelti e citati (quindi “virgolettati”) e disposti in nuovi “agganciamenti”. Si tenta quindi di  mettere in scena, dall’interno, una quieta e determinata rivolta contro la “banalizzazione della comunicazione”, passando anche per il kitsch e il culto del “meme”.
Per quanto riguarda invece i “reportage” Storify consente di far parlare i testi (nell’accezione più ampia del termine) con una forza inedita, e consente anche la finzione di un discorso naturalmente composto da questi testi, quando invece vi è dietro un’operazione molto poco spontanea di selezione e montaggio.
La selezione stabilisce, con un irriducibile gesto d’arbitrio, gli elementi minimi della storia, mentre il montaggio (e qui riconosciamo la lunga fedeltà eisensteiniana) “produce” il senso e la compiutezza del racconto, trasvalutando i singoli minimi elementi nel sistema. I singoli pezzi non testimoniano quindi di una fascinazione del frammento e del non-finito, ma si compongono, in un ordine storicamente definito, come racconto.
E il curatore è quindi il narratore, della molteplicità del reale e della finzione operativa di una chiusura di esso, ovvero dell’apertura sopra uno o più sensi oltre la confusione e il rumore (giudicate voi se questa sia figura benjaminiana; meno altamente ritengo che storify sia “racconto” e non “romanzo”). In un’informale conversazione privata (social-traduco: in chat su FB) un amico rispondeva a queste mie confuse idee citando il motto di X-Files: “la verità è là fuori”. Che io recito e ricito volentieri, a patto di comprendere che quella verità là fuori, per citazione e montaggio e straniamento, è anche la verità della menzogna.

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