Identità e comunità: su un doppio riflesso in Treme

In occasione dell’incontro del 3 maggio Nuovi linguaggi #1: le serie televisive, primo del ciclo Costruire storie: nuovi linguaggi e nuove pratiche di narrazione, pubblichiamo alcune delle riflessioni più interessanti sul tema, apparse in rete su blog e riviste. La grande attenzione che alcuni tra scrittori, blogger e studiosi stanno dimostrando verso l’evoluzione della serialità televisiva in questi ultimi anni dimostra quanto lo scenario televisivo e  i nuovi modi della serialità abbiano prodotto testi notevolissimi per impatto e profondità, da studiare e discutere mostrandone affinità e divergenze con la pratica, solo apparentemente lontana, del romanzo. Questo è l’ultimo articolo – precedentemente pubblicato su La rotta per Itaca –  del focus sulle serie televisive che abbiamo voluto proporvi. Flavio Pintarelli, che sarà nostro ospite il 17 maggio in occasione del terzo incontro del ciclo, analizza un unico fotogramma tratto dalla serie Treme,  cercando di descrivere come gli autori della serie portino avanti una riflessione sul senso di identità in una comunità attraversata da un trauma come è stato l’uragano Katrina per la città di New Orleans. 

La serialità tele-visiva contemporanea si è affermata come una delle forme di narrazione più interessanti degli ultimi anni. Può suonare strano a chi, abituato alla pochezza del duopolio televisivo italiano, ha imparato a concepire la fiction televisiva “a puntate” come semplice specchio deformante di una realtà che si vorrebbe liscia, anestetizzata e consolatoria.
Tuttavia, osservando il mediascape con curiosità intellettuale e senza pregiudizi teorici, ci si accorgerà che, sia in Italia sia all’estero, la serialità tele-visiva ha saputo produrre opere capaci di innovare il linguaggio e di incontrare la realtà, quella ruvida, agitata e complessa.
Treme, la serie di cui si parla in questo post, è proprio una di queste opere. Scritta da Eric Overmayer e da quel David Simon, che in coppia con Ed Burns ha firmato capolavori come The Wire e Generation Kill, la serie racconta le vicende di alcuni abitanti di New Orleans sopravvissuti alla furia devastatrice dell’uragano Katrina. Attraverso una narrazione frammentata e corale, gli autori ci raccontano il percorso di una comunità attraverso il trauma e la sua rielaborazione. È il grande tema che attraversa tutta la società americana degli anni zero.

L’immagine che accompagna questo scritto è tratta dal primo episodio della seconda stagione di Treme (S02E01 Accentuate the positive), serie televisiva scritta da David Simon e Eric Overmayer. La serie, ambientata nella New Orleans del dopo Katrina, racconta attraverso le vite dei suoi personaggi il lento processo di riappropriazione della città da parte della comunità dei suoi cittadini. Oltre che essere uno straordinario esempio di televisione civile, Treme è un’intensa e profonda riflessione sul valore e l’importanza della ritualità nella vita delle comunità, in particolare di quelle comunità colpite da traumi di ampia portata storica.
L’immagine che verrà analizzata consentirà di far emergere alcuni degli elementi su cui l’opera di Simon e Overmayer costruisce la propria riflessione.
Nell’immagine è ritratta Sofia (India Ennega), la figlia adolescente di Toni (Melissa Leo) e Creighton (John Goodman). Quest’ultimo si è suicidato nella prima serie, lasciando la moglie e la figlia senza alcuna apparente spiegazione del suo ultimo, estremo gesto. La scena dai cui è tratto questo fermo immagine è la prima della seconda serie in cui appare il personaggio di Sofia, ed è interessante osservare il modo in cui quest’ultima viene mostrata. L’immagine appare infatti fratturata: nella parte destra dell’inquadratura si scorgono i capelli della ragazza, al centro campeggia il monitor del portatile con cui Sofia sta registrando un video e che ci rimanda il suo volto ripreso frontalmente, sulla sinistra Sofia appare riflessa dallo specchio.
Ci si trova qui di fronte a quella che Gilles Deleuze definisce un’immagine-cristallo, cioè un’immagine in cui il reale ed il virtuale sono coalescenti, entro la quale si compie “l’operazione fondamentale del tempo: dato che il passato non si forma dopo il presente che esso è stato, ma contemporaneamente, il tempo deve in ogni istante sdoppiarsi in presente e passato, differenti per natura uno dall’altro o, ed è lo stesso, deve sdoppiare il presente in due direzioni eterogenee, di cui una si slancia verso l’avvenire e l’altra ricade nel passato”[1].
Il presente di Sofia si trova dunque all’incrocio tra il suo passato ed il suo futuro: dove il primo è rappresentato dallo schermo del portatile che rimanda il video che la ragazza sta registrando. Nella prima stagione, infatti, il padre di Sofia usava You Tube per diffondere dei video in cui denunciava lo stato di abbandono in cui versava la città. Anche la figlia, nella seconda stagione, userà lo stesso sistema, per dare sfogo alla sua rabbia. Il futuro è invece rappresentato dallo specchio che riflette l’immagine della ragazza e sembra guardarla negli occhi, laddove, invece, l’immagine sullo schermo pare rivolgersi direttamente allo spettatore con una sorta di sguardo in macchina.
Tanto lo specchio che il computer sono dispositivi attraverso cui si negozia la propria identità sulla base di un atto di riconoscimento. Sofia si trova dunque nella situazione di dover negoziare la sua identità nel momento del passaggio dall’adolescenza all’età adulta, presa tra il retaggio del padre ed un futuro incerto tutto da costruire.
Allargando lo sguardo ci si rende conto che nella vicenda di Sofia si riverbera l’intera vicenda della città. Anch’essa sospesa in un presente d’emergenza che si affaccia sul retaggio culturale di un passato glorioso e sulle incognite di un futuro di cui ancora non si intravedono i tratti.
È su questo sfondo che va collocata l’attenzione che gli autori riservano alla ritualità della comunità ed ai suoi riti di passaggio, in quanto questi contribuiscono a restituire al tempo quella direzionalità che l’emergenza aveva radicalmente sconvolto ed allo stesso tempo impediscono al passato di scivolare nell’oblio, trasportandolo nel futuro che si sta costruendo.

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