“There’s a corner everywhere”

di Marco Mongelli

The Corner è una miniserie HBO andata in onda nel 2000, nella preistoria delle serie tv. Il “corner” in questione è l’incrocio delle strade Monroe e Fayette a West Baltimore. Il termine “corner” nello slang urbano vuol dire “marciapiede”, “strada”, ed indica il luogo dove si svolge la vita dei bassifondi, (contrapposta al “downtown” borghese, luogo del potere) tra povertà, spaccio e consumo di droga e, ovviamente, violenza.
Dopo Homicide: Life on the Street, andato in onda nei sette anni precedenti e ambientato anch’esso nella capitale del Maryland, The Corner rappresenta il secondo episodio di una sorta di trilogia sulla città di Baltimora compiuta della coppia David Simon-David Mills.
La miniserie, infatti, può anche essere considerata una specie di spin-off al contrario, ante-factum, di The Wire. A differenza della successiva fortunatissima serie, The Corner mette in scena la città di Baltimora solo in un ambiente, quello della strada, lasciando ai margini del racconto la criminalità organizzata, la polizia, la politica. Al centro ci sono esclusivamente le vite personali e quotidiane di una serie di personaggi ispirati a persone vere, che saranno a loro volta modelli per molti memorabili caratteri di The Wire.
Ambientata alla fine degli anni ’80, la miniserie si basa, infatti, sul libro di inchiesta The Corner: A Year in the Life of an Inner-City Neighborhood, scritto dallo stesso Simon con l’ex detective della omicidi Ed Burns,e racconta le storie di alcune persone che vivevano intorno a quel “corner”.
Queste storie sono interpretate da attori ma la dialettica realtà-finzione è tutt’altro che lineare. A un prologo “in presa diretta”, dove l’intervistatore si rivolge al personaggio come se fosse reale, segue una narrazione canonicamente finzionale. È la telecamera a dare inizio al racconto seguendo il personaggio che si allontana dopo l’intervista e assumendo con disinvoltura tutte le prospettive di un racconto di genere. Il passaggio dalla mimesi documentaristica a quella finzionale è dunque artificiosamente naturale proprio perché spiazza senza che ci si renda conto del perché. Alla fine di ogni puntata la telecamera torna a riprendere un altro personaggio che, intervistato dallo stesso narratore-autore del prologo, esplicita alcune vicende del racconto riprendendo la dinamica del reportage. La mancata soluzione della continuità fra le varie parti costringe lo spettatore a progressivi sbalzi di aspettative, mostrando quanto insensata sia la tanto sbandierata dicotomia realtà-finzione quando si parla di libri, film, opere d’arte.
Divisa in sei parti, la miniserie ruota attorno alla famiglia McCoullogh: Gary, padre un tempo ricco e di successo e ritrovatosi da un giorno all’altro in una gravissima tossicodipendenza; Fran, madre che vive con i fratelli e i due figli e che prova un percorso di disintossicazione; DeAndre, il figlio maggiore che cerca di sopravvivere ai cocci della sua famiglia gestendo un “corner” e vivendo la classica dinamica scuola/lavoro (molto vicino, e non solo per somiglianza fisica, al Namond di The Wire). Intorno a loro la comunità dei tossici adulti, i ragazzi della crew di DeAndre, il centro di recupero, e, soprattuto, il centro ricreativo per bambini e ragazzi messo su da una donna che ha perso una figlia a causa della violenza di quel “corner”. Proprio quest’ultimo aspetto, che non ha paralleli nella serie maggiore di Simon, rappresenta la vera peculiarità di questo gioiello dimenticato dell’underground seriale americano. The Corner è infatti, nel senso più pieno e letterale, un tentativo di narrazione sociale e civile, realistica in modo vivido ma non compiaciuto e appassionata senza retorica. Le singole storie di questa gente, i loro drammi, le loro convinzioni fortissime, le (dis)illusioni e le speranze, sono dette con empatia ma anche con lucidità: non sono oggetti di analisi scientifica né di pietismo becero, ma solo di racconto. Le dinamiche relazionali e comunitarie del “corner” determinano i meccanismi di riscatto e ricaduta, le invidie di chi non ce la fa verso chi si disintossica, la totale solitudine e l’assolutezza dei gesti del bucarsi, dello sniffare, del fumare. Il “corner” è un mostro che inghiotte le vite delle persone, l’incubo perpetuo di una condanna senza fine, eppure è anche l’unica cosa fissa e certa di una vita così al limite e sempre soggetta a inciampi istantanei e rovinosi. Che cosa c’è di più “reale” e allo stesso tempo di più “finzionale”?
Varrebbe la pena recuperare questa serie non solo per capire quanta strada ha fatto il genere serie-tv, ma anche per rendersi conto di come l’ansia documentaristica, la pretesa di oggettività, la fame di realtà di molta critica e poetica di oggi sia un abbaglio e un’illusione. Solo la rielaborazione finzionale, l’invenzione e la manipolazione danno ragione e senso a quella cosa che chiamiamo reale.

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