Per un nuovo welfare della conoscenza digitale

di Claudia Crocco

1. La conoscenza come bene comune. Dalla teoria alla pratica (Understanding Knowledge As a Commons, The MIT Press, 2007) è una raccolta di saggi a cura di Charlotte Hess (direttrice della “Digital Library of the Commons) e Elinor Ostrom (docente di scienze politiche alla University of Indiana, insignita del Premio Nobel per l’Economia nel 2009), al cui interno si trovano contributi di vari studiosi americani (David Bollier, James Boyle, James C. Cox, Shubha Ghosh, Charlotte Hess, Nancy Kranich, Peter Levine, Wendy Pradt Lougee, Elinor Ostrom, Charles M. Schweik, Peter Suber, J. Todd Swarthout, Donald J. Waters). L’edizione italiana è stata curata da Paolo Ferri (professore associato di Tecnologia e Tecniche dei Nuovi Media all’Università di Milano Bicocca); comprende anche una Premessa di Fiorello Cortiana e un’ Introduzione scritta dallo stesso Ferri, intitolata La conoscenza come bene comune nell’epoca della rivoluzione digitale, che può essere considerata anche un saggio a sé.

Il libro si compone di tre parti: “Studiare i beni comuni della conoscenza”; “Proteggere i beni comuni della conoscenza”; “Costruire nuovi beni comuni della conoscenza”.
Le prime due sezioni comprendono tre saggi ciascuna e sono di tipo più espositivo: innanzitutto sono spiegati i concetti chiave per seguire il dibattito intorno alla conoscenza come bene comune; quindi sono raccolti alcuni contributi che ne analizzano possibili strategie di ‘salvaguardia’.

Si parte dalla definizione di commons, che coincide (quasi completamente) con quella italiana di “bene comune”. Citando dall’Introduzione di Ferri:

Nella tradizione giuridica anglosassone […] sono definiti commons – beni comuni – quei beni che sono proprietà di una comunità e dei quali la comunità può disporre liberamente […]. La nozione di “beni comuni” identifica, perciò, tutti quei beni materiali e immateriali […] che costituiscono un patrimonio collettivo di una comunità e il cui sfruttamento deve essere regolato, per impedire che queste risorse comuni, a causa del depauperamento indiscriminato a opera di questo o di quel soggetto, si esauriscano. (p. XXIII)

 Per conoscenza, invece, “si intendono in questo libro tutte le idee, le informazioni e i dati comprensibili, in qualsiasi forma essi vengano espressi o ottenuti […] Il concetto include anche le opere creative come per esempio la musica, le arti visive e il teatro”. Si tratta di una forma di bene comune piuttosto particolare. Ad esempio, è scarsamente ‘sottraibile’[1], dal momento che il suo uso da parte di un soggetto non lo rende meno disponibile ad altri. Al contrario, la scoperta e l’utilizzo del lavoro cognitivo di una persona spesso crea le basi per lo sviluppo della conoscenza o del lavoro di un’altra, come accade quasi sempre nel settore della ricerca scientifica. Inoltre la conoscenza è indenne da quella che viene definita the tragedy of the commons, (teorizzata per la prima volta da Hardin nel 1968). La “tragedia dei beni comuni” è l’ipotesi per cui, essendo le risorse limitate, se un numero illimitato di persone vi ha accesso liberamente, queste sono destinate ad esaurirsi molto rapidamente. Alla presunta ineluttabilità di questo fenomeno contribuirebbe il  free riding[2], “grazie a cui una persona trae beneficio dai beni comuni senza contribuire al loro mantenimento” (13).

2. A differenza di altri beni[3], però, la conoscenza non è una risorsa esauribile; e il suo uso da parte di un individuo non ne ostacola l’accesso ad altri. Al contrario, attualmente uno dei problemi più gravi ed urgenti per studiosi e ricercatori è quello di combattere le più recenti ‘enclosures[4]: leggi sulla proprietà intellettuale e sul copyright sempre più severe, iperbrevettazione, vincoli di licenza, costi elevati delle riviste scientifiche etc.. sono una delle conseguenze – certamente, come questo libro evidenzia, la più pericolosa- del passaggio da una cultura di tipo gutemberghiano ad una digitale. Questi ‘strumenti di difesa’ ostacolano sia la condivisione di contenuti a livello ampio sia quella all’interno del settore artistico, in quello accademico e della ricerca. Il problema, insomma, riguarda tutti. Nella seconda parte di La conoscenza come bene comune sono messe a fuoco le strategie elaborate per la tutela delle forme di lavoro intellettuale dalle nuove ‘recinzioni’ contemporanee, mettendone in luce le peculiarità e le diversità rispetto al passato.

La frizione fra carattere pubblico della conoscenza e possibilità di sfruttare economicamente un prodotto intellettuale da parte del suo ideatore, infatti, è sorta insieme all’introduzione della stampa, e ha accompagnato e contraddistinto tutta l’età moderna. Ma il diritto d’autore non è un concetto fisso, statico; ha rappresentato il centro di svariate riflessioni e speculazioni giuridiche, filosofiche, economiche nel corso degli ultimi secoli. All’interno di questi saggi si può rintracciare un’interessante ricostruzione storica dei principali provvedimenti che, dalla Licensing Act in poi, hanno tentato di ‘recintare’ la conoscenza, in nome della tutela del diritto allo sfruttamento economico e all’esclusivizzazione dei prodotti intellettuali. I capitoli dimostrano come la costruzione della conoscenza, a tutti i livelli, oggi proceda sempre più attraverso un modello “a spirale”, dunque integrando i propri risultati con quelli altrui, continuamente. Ciò rende indispensabile elaborare un modello di diffusione delle informazioni quanto più ampia possibile: e la direzione tracciata da questo libro (per quanto riguarda il settore della ricerca) è quella della letteratura royalty free e degli articoli basati su una certificazione per peer review. La proprietà intellettuale va riconosciuta soltanto come mezzo (e non come fine), potenziale strumento per la creazione dei beni comuni dell’informazione.

3. La terza parte del libro, infine, è la più ampia: sei saggi contenenti contributi recenti, tutti provenienti da università e centri di ricerca statunitensi, nei quali sono illustrati i vantaggi derivanti dal libero scambio di idee e dallo sfruttamento di internet e di altri media per diffondere e valorizzare i saperi, intesi come bene comune.

“Siamo in una fase di migrazione da una cultura ‘gutenberghiana’ o della stampa, con scorte limitate di opere “fissate”, canoniche, a una cultura digitale in cui le opere sono in continua evoluzione e possono essere riprodotte o distribuite facilmente e in una maniera praticamente gratuita. Il nostro sistema dei mass media, basato su produzione centralizzata e distribuzione uno-a-molti, sarà presto eclissato da una rete multimediale di produzione decentralizzata e distribuzione molti-a-molti.”

Questo cambiamento sta comportando effetti rivoluzionari per le strutture economiche e sociali del lavoro cognitivo, che “mettono in questione alcuni assunti fondamentali della teoria del libero mercato, almeno per quanto riguarda l’ambiente digitale in rete”.  Per questo motivo la rilevanza del paradigma dei beni comuni è destinata ad aumentare, e c’è bisogno della creazione di nuove regole per il suo funzionamento. In questo libro hanno uno spazio considerevole i contributi e le riflessioni sul nuovo ruolo delle biblioteche, catalizzatrici e potenziali enti di controllo dei nuovi sistemi e archivi di informazioni, oltre che centri delle nuove comunità che si formeranno (cap. 11); sulle trasformazioni all’interno della ricerca scientifica ed universitaria, dove sono mostrati i problemi e, soprattutto, i miglioramenti derivanti dalla diffusioni di progetti FOSS e di licenze Creative Commons (cap 10); sulla necessità di rivedere i diritti della proprietà intellettuale e di procedere verso un sistema di conoscenze ad accesso libero (cap. 8 e cap.10).

 Le posizioni espresse negli ultimi capitoli sono comunque abbastanza sfaccettate: alcune sembrano proporre una tutela parziale del copyright, e dunque una regolamentazione della conoscenza intesa come bene comune all’interno del mercato (ad esempio Ghosh, nel capitolo 8). Altre, invece, insistono sulla necessità di rendere il sapere un patrimonio il più possibile pubblico e disponibile, puntando sulla diversità e sull’alterità del linguaggio dei beni comuni. In quest’ultimo caso, si può dire che la differenza diventa di tipo etico: “il linguaggio del mercato e della proprietà privata tende a ragionare in termini di valore di scambio e di prezzo, non della ‘cosa in sé’”. La nuova riflessione sui beni comuni, invece, da un lato risponde a nuove esigenze di adattamento molto concrete; dall’altro traghetta un nuovo sistema di valori, e rappresenta una “riscoperta delle basi sociali su cui hanno sempre poggiato la scienza, la ricerca accademica e la creatività. […] Difendere i beni comuni significa riconoscere che le società umane hanno esigenze collettive e identità cui il mercato non può rispondere da solo” (41).

4. Uno degli aspetti più interessanti del libro, per i lettori italiani, è senz’altro l’integrazione fra prospettiva accademica e movimenti a favore dei commons. Nel nostro Paese si tende ancora a considerare questi ultimi una sottocultura, e la riflessione che portano avanti non è considerata rilevante per la cultura prodotta concretamente nelle nostre università. All’interno di questi saggi, invece, i movimenti a favore di un sistema libero e comune di saperi sono considerati “la punta avanzata dell’opposizione democratica alla politica delle recinzioni”. Gli studi sulla conoscenza intesa come bene comune sono recentemente entrati anche all’interno del dibattito universitario italiano (grazie alle iniziative di Paolo Ferri, Ugo Mattei, etc..), ma con molto ritardo e non poche difficoltà. È per questo motivo che un libro come La conoscenza come bene comune andrebbe letto e diffuso: per affiancare quello che esperienze concrete degli ultimi anni (l’occupazione del Teatro Valle e le modalità di autogestione dei suoi artisti ed occupanti) stanno contribuendo a smuovere e a modificare.

Le caratteristiche degli esempi italiani hanno bisogno di essere approfondite da studi mirati. Gli esempi analizzati all’interno di La conoscenza come bene comune sono tutti propri di un contesto tipicamente americano; nel nostro Paese le condizioni in cui si trovano biblioteche ed università, la reperibilità e l’uso fatto delle riviste scientifiche etc.., sono del tutto diversi, e sarebbe stupido non tenerne conto.  Tuttavia è importante notare la base teorica comune che rende i ricercatori del Maryland o dell’Università dell’Indiana in qualche modo apparentati con i nuovi precari della conoscenza e della cultura italiana. Gli studiosi che si impegnano a creare nuove biblioteche ed archivi digitali ad accesso libero, gli artisti del Valle, i docenti americani che hanno rifiutato di pubblicare articoli su riviste con altissimi costi di abbonamento in favore di quelle con Open Access, tutti gli utenti ed i fruitori quotidiani di contenuti culturali online si sono opposti ad un’idea di sapere che hanno riconosciuto sia obsoleta e ormai inadeguata, sia intrinsecamente sbagliata: e cioè quella della conoscenza come merce di scambio. Un sistema socio-economico che riconosca il carattere comune dei prodotti della conoscenza è preferibile perché, innanzitutto, “funziona meglio”: alla base di queste richieste c’è dunque un’esigenza pratica; ma c’è anche una scelta morale.
Da questi nuovi bisogni sono nate nuove domande e nuovi problemi, riconosciuti e delineati sia nei primi capitoli del libro che in quelli finali. Conoscerli è indispensabile per risolverli; e risolverli è il primo passo per – nelle parole di Ferri – “ipotizzare un nuovo welfare della conoscenza digitale, che da un lato riconosca e garantisca la pubblicità e la gratuità digitale dei giacimenti informativi, dall’altro permetta un sistema di remunerazione del lavoro di creazione, produzione e diffusione della conoscenza digitale”.


[1] Cfr. l’uso dei concetti di sottraibilità e rivalità secondo Ostrom e Ostrom 1977, cit. in La conoscenza come bene comune. Dalla teoria alla pratica, Milano, 2009, p. 11
[2] “Accade quando una persona persegue il proprio interesse a danno di altri, evitando di fornire il proprio contributo a un’iniziativa comune nella quale trae beneficio dai contributi altrui”, cfr. Glossario, in Ivi, p.371
[3] per i quali comunque sono state elaborate diverse ipotesi per sfuggire a questo meccanismo: cfr. Ivi, pp. 17-29
[4] “Termine proveniente dal movimento europeo delle enclosures, in forza del quale venivano privatizzati  terreni a coltura e pascoli comuni utilizzati da contardini, spesso affidandoli in proprietà alle élite.”cfr. Glossario, in Ivi, p.372

1 commento

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Una risposta a “Per un nuovo welfare della conoscenza digitale

  1. loltreuomo

    Reblogged this on delloltreuomo.

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