Bonsai #18. Giardini di Mirò – Good Luck (Santeria | Audioglobe, 2012)

di Sara Marzullo

Sulla mia terra semplicemente ciò che sono mi aiuterà a vivere.
(Pier Vittorio Tondelli)

È Marzo e in cima a tutte le classifiche dei ritorni attesi, dei dischi che si fanno attendere per anni, di tutti i concerti che vorresti vedere, ma sono sempre lontani, ecco là, ci stanno i Giardini di Mirò.
È il 22 Marzo e oggi, finalmente, inizia il tour di Good Luck con la data zero di Ferrara, a tre anni di distanza da Il fuoco – la sonorizzazione del film di Giovanni Pastrone.
Good Luck contiene tutto il meglio che i Giardini possano produrre ora, Good Luck è, per loro stessa confessione, quanto di più autentico potesse essere scritto, suonato, dalla band emiliana, senza altre influenze che la loro stessa musica: otto tracce, che da Memories a Flat Heart Society fanno dell’essenzialità, del niente in più, il loro punto di forza. Come se non si potesse far altro che ascoltarlo in queste giornate primaverili, come se dicesse questo siamo, oggi. Good Luck è un augurio e un saluto di bentornati, è un regalo per chi li ha sempre seguiti, e per loro stessi.

Tra Reggio e Bologna, c’è un film che sta facendo parlare di sé, I giorni della vendemmia di Marco Righi, e qualche giorno sono andata a vederlo – volevo capire i motivi del successo, almeno emiliano, di questa pellicola indipendente. Si apre con un’epigrafe tratta da Viaggio, forse il più bello tra i racconti di Altri libertini, e l’impressione che si ha è che Tondelli sia l’autore a cui la gioventù emiliana, o almeno una certa gioventù, non riesce a non far riferimento, da Le Luci della Centrale Elettrica a Righi alle biopic, tutte con la stessa nostalgia, con la compassione tipica di quando si ricordano i miti dell’adolescenza.
È come se esistesse una linea comune, una emilianitudine lungo la Via Emilia, come se di Tondelli si prendesse l’on-the-road, la fuga su quelle strade piane, dritte, infinite che invitano ad andarsene via. E poi a tornare, come in Viaggio, a tracciare una nuova geografia carica di nuovo senso.
È un ritorno sulla stessa Via Emilia quello che sembrano percorrere i Giardini di Mirò nel loro ultimo Good Luck, è il loro ritorno alla scrittura, dopo l’esperimento – riuscitissimo – de Il fuoco: un ritorno all’idea di canzone, a casa tra il sapore di questa terra, delle sue collocazioni, degli spazi vuoti, delle linee rette, dei parallelismi voluti e involontari, tra un casolare, una latteria, una porcilaia», citandoli direttamente.
Cosa si vede dai finestrini, quando, con i piedi e con la mente, si è stati per lungo tempo lontani?«distese azzurre di cielo volarono rasoterra allo spavento – con inverni in ogni angolo – mentre qualcuno tratteneva nel pugno il vento e isole d’immaginazione e freddo […]da tutte le radio la stessa canzone, […]il sole riparato e la luce lavata dell’aria./nel pomeriggio vento modulato. su letti l’amore,/più tardi campane e il crepuscolo preceduto da uccelli nel piano segreto di qualche pensiero». Sono parole di Gilberto Centi, sono le parole che potrebbero accompagnare Good Luck o la conclusione I giorni della vendemmia, prima che i titoli di coda ti svelino i nomi di Jukka Reverberi e di Corrado Nuccini tra i ringraziamenti.
Otto canzoni come otto fotografie, registrate tra i tour europei e gli altri progetti dei Giardini di Mirò, che cambiano anche parte della formazione (Francesco Donadello, in partenza per Berlino, nel disco è sostituito in parte da Andrea Mancin): attese, prove rare, tempi lunghi – eppure Good Luck è descritto dalla stessa mano, raccoglie storie diverse e simili, di personaggi che abbiamo imparato a riconoscere e guest star, amici venuti a trovare la band. Ecco, è la familiarità uno dei tratti di Good Luck, quasi fosse «fatto in casa, tra di noi, nei posti famigliari, tra la gente che più ci piace» – così troviamo Sara Lov nella splendida There is a place, Stefano Pilia alla chitarra in Spurious Love accompagnato dalla voce di Angela Baraldi, presente anche in Rome.

«There is a place for us to discover a new way for dancing in the mud»: (ri)trovare luoghi e soluzioni, to find a way to shine on that cross on a hill of wasted love, per estrarre l’essenziale, far sì che la propria musica assomigli quanto più possibile alla campagna emiliana, alla sua «spiritualità laica fatta di minimalismi, di geometrie e di linee che guidano gli occhi» - questo è il compito di Good Luck, di raccontarci che tutto quello che si è cercato era vicino, ma che solo con la distanza lo si poteva capire, con il tempo – e che solo il movimento permette di tracciare il profilo delle proprie terre, ma che poi queste terre vanno ritrovate, che forse non c’è niente di glorioso e forse cadremo ancora, ma sapremo chi siamo: questo ci basterà per vivere anche nell’incertezza, even if future is coming slowly as thin transparent easy snow.
Qui si può ascoltare lo streaming del disco, e qui c’è il teaser.

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