Le avanguardie del Dopoguerra: l’arte e il progresso, tra fascinazione e rifiuto.

di Flaminia Beneventano

Il Guggenheim. L’avanguardia americana 1945-1980
Roma, Palazzo delle esposizioni 7 febbraio – 6 maggio 2012

Si trasferisce da New York a Roma – per alcuni mesi – la raccolta più emblematica delle avanguardie americane, testimone di modelli di vita, passioni, turbamenti e categorie culturali che permeano l’Occidente del secondo Dopoguerra. Proprio come lo stesso fervore artistico, che in quegli anni trovava il suo epicentro negli Stati Uniti, per poi debordare in Europa in un turbine di innovazione, irrequietezza e insofferenza polemica. Si tratta della collezione del Solomon R. Guggenheim Museum di New York, insieme ad alcuni capolavori della Peggy Guggenheim Collection. Entrambe le raccolte hanno rivestito un ruolo preponderante nell’istituzionalizzazione dei movimenti avanguardisti: i singoli collezionisti, studiosi e curatori (a partire dallo stesso Guggenheim) si proposero sempre come sostenitori degli artisti emergenti e dell’arte contemporanea della loro epoca, contribuendo a promuovere la loro attività. Lo stesso Guggenheim museum, da semplice punto di riferimento per l’arte americana, diventò presto un centro gravitazionale per l’arte moderna e contemporanea su scala internazionale.
Le opere in mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma costituiscono una vivida testimonianza del cambiamento culturale che investì gli Stati Uniti a partire dagli anni Cinquanta: una cultura dove la parola chiave era progresso, venato tuttavia da una latente diffidenza e sfiducia; una cultura sempre più materiale, dove i nuovi idoli erano il danaro, i beni di consumo e gli accessori quotidiani; una cultura costellata di automobili, banconote, gomme da masticare, lecca-lecca, birre, Coca-Cola, corpi nudi e disinibiti, zuppe in scatola, colori. Il tripudio del materiale, il regno della spersonalizzazione, la logica della serie. Per chi – oltre alla fascinazione – nutriva sospetto e rifiuto nei confronti di questo universo fantasmagorico, le arti figurative e plastiche divennero il medium privilegiato per manifestare, da un alto, il trionfo della spontaneità come reazione allo stereotipo (sarà questo il caso degli artisti della New York School e dell’Hard Edge); dall’altro la polemica e il dissenso tramite l’apoteosi della materialità nell’opera d’arte e l’oggettivazione estrema (Pop Art e – in seguito – Minimalismo). Le sale dell’esposizione consentono di ripercorrere l’evoluzione di questo grande movimento di reazione, in tutte le sue sfaccettature e tendenze, tramite paralleli e confronti.

L’esposizione comincia con le opere degli artisti della New York School, in un certo senso pionieri dell’Avanguardia. La loro arte – frutto dell’incontro e del dialogo tra astrattisti americani ed europei emigrati negli Stati Uniti – nasce negli anni Quaranta, in seguito alla fondazione, da parte di Peggy Guggenheim, della galleria museo Art Of This Century. In seguito, prenderà forma una vera e propria scuola che, basandosi sulle precedenti esperienze del cubismo ma soprattutto del surrealismo, esalterà la spontaneità dell’artista e dell’opera, l’immediatezza. Nascono così i rapidi dripping di Pollock e i vasti campi di colore di Rothko, artisti alle cui opere è dedicata un’ampia sezione delle prime sale.
Dalla New York school prende le mosse un altro movimento, l’ Hard Edge, a sua volta focalizzato sulla necessità di spontaneità e chiarezza. Vengono così esaltati i fondamentali componenti della pittura: linee, superfici e colori, strutturati all’insegna della compostezza geometrica e della nettezza di piani e colori. Siamo ormai negli anni Sessanta, e lentamente inizia ad affiorare, nell’artista, la volontà di oggettivazione dell’opera. Gradulamente si abbandona la finalità estetica che ancora permeava le opere degli artisti della New York School, in favore di un’attenzione rivolta al rapporto tra creazione e spazio. Il focus si sposta, gradualmente, dall’opera al fruitore. E’ nel movimento noto come Systemic Painting che, quasi in un contesto architettonico, si va affievolendo il confine tra la bidimensionalità e le tre dimensioni. Nell’opera di Ellsworth Kelly Orange Red Relief (1959), due pannelli giustapposti, caratterizzati da un lieve scarto cromatico, grazie alla disposizione e alla pienezza dei colori suggeriscono un’idea di profondità, così come gli accostamenti di colori fluorescenti nell’ Harran II di Frank Stella. Le parti della tela vengono composte come fossero porzioni di un’opera plastica, per portare l’esperienza dello spettatore al di là dell’osservazione di un quadro.
E’ sempre nei Sixties che raggiunge il suo apice un’altra corrente artistica, probabilmente la più nota tra le avanguardie del XX secolo. E’ la Pop Art, che fa del consumismo e della  commercializzazione i propri punti di forza. Artisti come Andy Warhol e Roy Lichtenstein esprimono il loro dissenso nei confronti della cultura della ricchezza e dello spreco abbracciando pienamente la logica impersonale della produzione in serie e trasformandola nella propria arte. La finalità estetica delle prime avanguardie e la spontaneità hanno lasciato il posto ad un’eloquente rappresentazione materiale della società contemporanea. Il quotidiano e il mondo elevato dell’arte si avvicinano, la cultura di massa prende il posto dell’astrattismo élitario degli anni Quaranta e Cinquanta. Lo stesso Lichtenstein, come testimoniato dalle opere esposte, dipingeva nello stile degli strips, le strisce di fumetti tipiche di quegli anni. Parallelamente alla Pop Art, prendeva le distanze dall’estetica astratta della New York School anche il Minimalismo, frutto dello stesso background culturale, sebbene animato da esigenze diverse da quelle degli artisti Pop. Il Minimalismo (destinato a sfociare nel Postminimalismo e nell’arte concettuale), sia in campo figurativo che plastico, torna a focalizzarsi – come già gli artisti del Systemic Painting – sulla ricezione dell’opera. Questo obiettivo è condotto al limite estremo, riducendo quasi a zero l’intervento dell’artista sull’opera, e concentrandosi invece sui materiali impiegati e sul processo di lavorazione. Questa sezione della mostra è particolarmente interessante perché, oltre a presentare il lato meno accattivante e popolare dell’arte contemporanea, l’esposizione di quelli che sembrano semplici tubi a neon, lastre di metallo, brandelli di gomma, consente in reatà di cogliere il vero dilemma dell’artista degli anni Settanta. Spinto a ridurre al minimo la sua presenza nell’opera, a scomparire davanti ai materiali, si interroga sul senso dell’ arte. L’arte si può manifestare, creare, o è solo un concetto immateriale destinato a rimanere un’idea? L’arte concettuale, spesso bollata come incomprensibile o comunque dotata di scarso appeal estetico, è frequentemente lasciata i margini anche dagli amanti dell’arte contemporanea. L’arte concettuale è un paradosso, che attraverso la critica al sistema e all’istituzione dell’arte finisce per mettere in dubbio l’esprimibilità dell’arte stessa; e la posizione di queste opere nelle ultime sale dell’esposizione permette di coglierne pienamente lo spirito in rapporto al contesto temporale in cui la corrente si inserisce. L’arte concettuale è il coronamento di un percorso che è durato decenni, che – iniziando a mettere in discussione il sistema e la società tramite l’arte – finisce per mettere in discussione il sistema dell’arte stessa.
Oltre all’eccellente organizzazione delle sale dell’esposizione, e alla ricchezza della collezione proposta, sono da segnalare alcuni incontri (Incontri Americani) che la Galleria propone nei mesi di febbraio e di marzo, come approfondimento sui temi dell’esposizione. Gli appuntamenti previsti – tutti per le 18.30 – sono: 16 febbraio, Achille Bonito Oliva: Europa America le avanguardie diverse; 23 febbraio, Claudio Zambianchi: L’espressionismo astratto e il senso dell’origine; 1 marzo, Philip Rylands: Peggy Guggenheim e l’arte americana d’avanguardia; 8 marzo, Gillo Dorfles: La New York degli anni cinquanta e sessanta; 15 marzo, Daniela Lancioni: L’america vista dall’Italia e il principio dell’immanenza; 22 marzo, Alberto Boatto: New York 1964: New Dada e Pop Art; 29 marzo, Lara Conte: Anti-Illusion: percorsi attraverso la scultura postminimalista.

Lascia un commento

Archiviato in Arte

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...