11 settembre

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La vista da casa Thompson

David Foster Wallace, 2001, traduzione di Martina Testa.


Sineddoche

Da buoni nativi del Midwest, gli abitanti di Bloomington non sono scostanti ma tendono a essere tipi riservati. Gli estranei vi sorridono cordialmente, ma di regola non ci si scambia quelle quattro chiacchiere fra sconosciuti nelle sale d’attesa o nelle file alla cassa. Ma ora c’è un argomento di conversazione che scavalca ogni riserbo, come se per qualche motivo fossimo stati tutti proprio lì davanti e avessimo assistito allo stesso incidente stradale. Ad esempio, lo scambio che mi è capitato di sentire nella fila alla cassa di Burwell’s (che sta alle tipiche stazioni-di-servizio-con-supermarket come un negozio di lingerie sta a una merceria: situato in posizione centrale fra le due vie principali entrambe a senso unico, e con le sigarette al miglior prezzo di tutta Bloomington, è praticamente un fiore all’occhiello della città) fra una signora con un grembiule di cassiera degli alimentari Osco e un uomo che indossava un giacchetto jeans con le maniche tagliate per ridurlo a una sorta di gilet fai-da-te: “I miei ragazzi hanno pensato che era tutto un film alla Independence Day finché dopo un po’ si sono cominciati a rendere conto che c’era lo stesso film su tutti quanti i canali”. (La signora non ha detto quanti anni avessero i suoi ragazzi).


Mercoledì

Tutti hanno esposto la bandiera. Case, negozi. È strano: non si vede mai nessuno che tira fuori la bandiera, ma mercoledì mattina eccole tutte lì. Bandierone, bandierine, bandiere delle normali dimensioni di una bandiera. Un sacco di case da queste parti hanno quelle speciali aste inclinate accanto alla porta d’ingresso, di quelle che per fissare il supporto servono quattro viti belle grosse. E migliaia di quelle bandierine-su-bastoncini che si vedono in mano alla gente durante le parate: in certi giardini se ne contano a decine, dappertutto, come se fossero spuntate in qualche modo durante la notte. Quelli che vivono sulle strade di campagna attaccano le bandiere alle cassette della posta sul bordo della carreggiata. Certe macchine le portano infilate nella griglia del radiatore o attaccate all’antenna con lo scotch. Certi raffinati hanno veri e propri pali per l’alzabandiera; le loro bandiere pendono a mezz’asta. Parecchie ville intorno a Franklin Park o alla periferia est hanno enormi bandiere multipiano che scendono a mo’ di gonfalone per tutta la facciata. Dove la gente si sia procurata delle bandiere così grosse o come abbiano fatto a montarle lassù è un mistero assoluto.
Il mio vicino di casa, ragioniere in pensione e veterano di guerra che cura la propria abitazione e il giardino con una scrupolosità a dir poco fenomenale, ha un’asta di dimensioni regolamentari in metallo anodizzato fissata su cinquanta centimetri di cemento rinforzato, che nessuno degli altri vicini vede di buon occhio perché pensano che attiri i fulmini. Il signore dice che c’è un galateo tutto speciale per ammainare la bandiera a mezz’asta: bisogna prima tirarla su fino in cima e poi farla scendere fino a metà strada. Altrimenti è un insulto, o qualcosa del genere. La sua bandiera è perfettamente spiegata e garrisce con eleganza nel vento. È di gran lunga la bandiera più grossa della nostra strada. Si sente anche il rumore del vento nei campi di granturco subito a sud; è lo stesso rumore che fa la risacca leggera sul bagnasciuga se la ascoltate a due dune di distanza. La sagola della bandiera del signor N. ha degli elementi di metallo che sbatacchiano rumorosamente contro l’asta quando c’è vento, un’altra cosa che non va tanto a genio agli altri vicini. Il vialetto di casa sua e quello di casa mia camminano quasi fianco a fianco, e lui è qua fuori su una scala che lucida l’asta con qualche tipo di unguento e una pelle di daino – non vi prendo per il culo – e in tutta onestà è vero che l’asta della sua bandiera risplende come l’ira di Dio.
”Veramente una gran bella bandiera e una gran bella attrezzatura, signor N.”.
”Ci può scommettere. Con quello che mi è costata”. 
”Ha visto tutte le altre bandiere in giro, stamattina?”
A sentire questo abbassa gli occhi e sorride, anche se un po’ mestamente. “È uno spettacolo, eh?” Il signor N. non è quello che uno chiamerebbe il vicino più cordiale del mondo. In realtà lo conosco soltanto perché la sua parrocchia e la mia sono nello stesso campionato di softball, nel quale lui presta servizio, con immensa precisione, come addetto alle statistiche della sua squadra. Non siamo molto in confidenza. Nonostante questo, è il primo a cui rivolgo la domanda:
”Senta, signor N., metta che viene da lei uno sconosciuto o un giornalista della tv e le chiede qual è esattamente lo scopo di tutte queste bandiere esposte ovunque dopo l’Orrore e tutto quello che è stato ieri, lei cosa pensa che risponderebbe?”
”Be'” (dopo una breve pausa in cui mi guarda con l’espressione con la quale in genere guarda il mio giardino) “per dimostrare il nostro sostegno e la nostra solidarietà rispetto a quello che sta succedendo, in quanto americani”[1]. Il punto è che mercoledì [12 settembre] da queste parti c’è una strana crescente pressione a esporre la bandiera. Se lo scopo della bandiera è dichiarare una presa di posizione, sembra che arrivati a una certa densità di bandiere rappresenti più una presa di posizione il fatto di non esporne una. Non è del tutto chiaro quale sarebbe questa presa di posizione. E se uno semplicemente la bandiera non ce l’ha? Dove se le sono procurate, tutti quanti, queste bandiere, specie quelle piccoline da attaccare alla cassetta delle lettere? Sono tutte avanzate dal 4 luglio e la gente se le conserva come le decorazioni natalizie? Come mai sono in grado di fare questa cosa? Anche una specie di casa mezza diroccata in fondo alla strada che tutti credevano disabitata ha una bandiera piantata in terra vicino al vialetto d’ingresso. 
Nelle Pagine Gialle non c’è niente alla voce bandiere. Nasce una vera e propria tensione interiore: nessuno ti passa davanti casa o ci si ferma di fronte con la macchina dicendo: “Ehi, a casa tua non c’è la bandiera”, ma diventa sempre più facile immaginare che sia questo che pensino. Scopro che nessun supermercato in città ha bandiere in vendita. Il negozio di chincaglierie in centro ha soltanto roba di Halloween. Solo pochi negozi sono aperti, ma anche quelli chiusi espongono una qualche sorta di bandiera. È quasi surreale. La sede dell’Associazione Veterani potrebbe essere una buona idea, ma non può aprire fino a mezzogiorno, se pure aprirà (ha un bar). La signora di Burwell’s nomina un certo orrendo minimarket un po’ fuori città, verso la Statale 74, dove le pareva di ricordare di aver visto qualche bandierina di plastica su uno scaffale in mezzo alle bandane e ai berrettini del campionato di stock car, ma quando arrivo sul posto le bandierine sono scomparse, portate via da mani ignote. La realtà è che non c’è modo di procurarsi una bandiera in questa città. Rubarne una da un giardino è ovviamente fuori discussione. Sono fermo in mezzo a un minimarket, spaventato all’idea di tornare a casa. Tutti quei morti, e io che perdo la testa per una bandierina di plastica. Ma il peggio viene solo quando la gente comincia a chiedermi se mi sento bene e devo stendermi e dire che è una reazione all’antistaminico (il che in effetti ogni tanto capita)… Finché, in uno dei tanti assurdi scherzi del destino e delle circostanze durante l’Orrore, è il proprietario del minimarket in persona (un pachistano, fra parentesi) che mi offre un po’ di conforto e una spalla e una strana sorta di comprensione silenziosa, e mi fa passare sul retro e mettere a sedere nel magazzino in mezzo a ogni concepibile stupido vizio e sfizio che l’America ha da offrire, perché mi riprenda, e che solo poco più tardi, mentre beviamo da bicchieroni di polistirolo una strana qualità di tè con tanto latte dentro, mi suggerisce, con delicatezza, cartoncino bristol e “penarelli”, il che spiega la mia attuale adorata bandiera fatta in casa.


Vista dall’alto e al livello del suolo

Bloomington è una città di 65.000 abitanti nella parte centrale di uno stato estremamente pianeggiante, perciò i punti salienti della città sono visibili da molto lontano. Qui convergono tre grandi strade statali e parecchie linee ferroviarie. La città è quasi esattamente a metà strada fra Chicago e St. Louis, e le sue origini la vedono fra l’altro destinata a grosso deposito ferroviario. Ha una città gemella, più piccola: Normal, che è costruita intorno a un’università e ha una storia leggermente diversa. Le due città messe insieme fanno qualcosa come 110.000 abitanti.
 Come accade di regola per le città del Midwest, l’unica caratteristica notevole di Bloomington è la sua prosperità. È a prova di recessione. In parte ciò è dovuto alla qualità dei terreni della contea, che sono fra i più fertili al mondo e talmente costosi che non si riesce neanche a capire bene quanto costano. Ma Bloomington è anche sede del quartier generale nazionale della State Farm, che è la grande divinità oscura del mondo delle assicurazioni e in pratica si può dire possieda l’intera cittadina, e per questo motivo la zona orientale di Bloomington è fatta tutta di palazzine in vetro fumé, complessi residenziali build-to-suit e una tangenziale a sei corsie fiancheggiata da centri commerciali ed esercizi in franchising che sta uccidendo la vecchia downtown, nonché creando un’ampia e sempre più grossa spaccatura fra le due classi sociali e culturali di cui in sostanza si compone la città, simboleggiate con tanta efficacia e verità rispettivamente dalle 4×4 di lusso e dai pick-up[2]. Da queste parti l’inverno è uno strazio senza fine, ma nei mesi caldi Bloomington assomiglia un po’ a una località balneare: solo che qui il mare è il granturco, che cresce steroidicamente e si estende fino alla curva dell’orizzonte in tutte le direzioni. La cittadina stessa durante l’estate si colora di un verde intenso: strade bagnate dall’ombra degli alberi, esplosioni di giardini intorno alle case, parchi che da soli potrebbero coprire l’area di un C.A.P., campi da golf che quasi non riesci a guardare a occhio nudo, e file su file di larghi praticelli fertilizzati e senza erbacce tagliati perfettamente a filo con il marciapiede usando speciali attrezzi da giardinaggio. (La gente di qui ha una vera passione per la cura del proprio prato; i miei vicini tendono a falciare l’erba con la stessa frequenza con cui si radono la faccia.) A dirla tutta, può diventare un po’ inquietante, specie nel pieno dell’estate quando non c’è nessuno in giro e tutto quel verde sta semplicemente disteso sotto il sole a fermentare. 
Come molte cittadine del Midwest, B-N è piena zeppa di chiese: quattro pagine intere sull’elenco del telefono. Ci sono tutti, dagli Unitari ai Pentecostali con gli occhi di fuori. C’è addirittura una chiesa per gli agnostici. Fatta eccezione per la chiesa – nonché, immagino, le normali parate e fuochi d’artificio, più un paio di sagre del granturco – non c’è molta vita comunitaria. Fondamentalmente, tutti hanno la loro famiglia, i loro vicini e la loro piccola cerchia di amici stretti. Rispetto agli standard newyorkesi, la gente sta abbastanza sulle sue[3]. Gioca a golf, fa grigliate in giardino e va al cinema a vedere i film di successo…
…E guarda la tv in dosi massicce, impressionanti. Non parlo solo dei ragazzini. Una cosa ovvia ma comunque fondamentale da tenere in considerazione, rispetto a Bloomington e all’Orrore, è che la realtà – ogni effettiva percezione di un mondo più ampio – è televisiva. Lo skyline di New York, ad esempio, qui è riconoscibile come in qualunque altro posto, ma è riconoscibile grazie alla tv. Qui la tv ha anche un ruolo sociale più forte che sulla East Coast, dove, nella mia esperienza, la gente quasi costantemente esce di casa per andare a incontrare altra gente faccia a faccia in locali pubblici. Da queste parti, invece, tendenzialmente non si fanno feste o cene in quanto tali; quello che si fa a Bloomington è radunarsi tutti insieme a casa di qualcuno per guardare qualche cosa.
 Qui, dunque, possedere una casa senza tv significa diventare una sorta di presenza costante e krameresca in casa altrui, un ospite perpetuo di gente che non capisce perché mai abbiate scelto di non avere la tv ma che rispetta nella maniera più assoluta la vostra esigenza di guardare la tv e vi offre accesso alla propria tv nella stessa maniera istintiva con cui si chinerebbe a darvi una mano se inciampaste per strada. Questo vale specialmente per certe situazioni di imperdibilità, di emergenza, come il pastrocchio delle elezioni del 2000 o l’Orrore di questa settimana. Dovete soltanto chiamare uno dei vostri conoscenti e dire che non avete la tv. “Be’, cribbio, ragazzo mio, vieni subito qui da noi”.


Martedì
Ci sono forse dieci giorni l’anno in cui qui il tempo è splendido, e oggi è uno di quelli. È limpido, la temperatura è giusta, l’aria è meravigliosamente asciutta dopo parecchie settimane di fila in cui sembrava di vivere sotto l’ascella di qualcuno. Manca pochissimo al vero e proprio inizio del raccolto, e il polline è al suo massimo splendore; una buona percentuale della città è strafatta di Benadryl, un medicinale che come probabilmente sapete tende a dare alle prime ore del mattino un che di trasognato e subacqueo. Quanto all’orologio, siamo un’ora indietro rispetto alla East Coast. Alle 8, chiunque abbia un lavoro è già al lavoro, e più o meno tutti gli altri sono a casa che bevono il caffè o si soffiano il naso o guardano “Today” o uno degli altri programmi del mattino che vanno in onda (manco a dirlo) da New York. Personalmente, io alle 8 ero sotto la doccia che cercavo di ascoltare un’autopsia dei Bears sulla WSCR, una radio sportiva di Chicago. 
La mia parrocchia si trova nella parte meridionale di Bloomington, vicino a dove abito. La maggior parte delle persone che conosco abbastanza bene da chiedergli se posso andare da loro a guardare la tv sono membri della mia parrocchia. Non è una di quelle parrocchie protestanti in cui la gente non fa che sproloquiare su Gesù o parlare della Fine dei Tempi, voglio dire che non è una comunità di fanatici o di sempliciotti, ma è abbastanza seria, e i membri della comunità finiscono per conoscersi bene e stringere salde amicizie. Per la maggior parte sono colletti blu o pensionati; c’è anche chi ha un piccolo negozio. Parecchi sono veterani o hanno figli arruolati nell’esercito o – specialmente – che fanno i riservisti da qualche parte, dato che per molte di queste famiglie quello è l’unico modo per pagare il college.
 La casa in cui finisco per mettermi a sedere con scaglie di shampoo secco nei capelli a guardare buona parte del vero e proprio Orrore nel suo svolgersi appartiene alla signora Thompson[4], che è una delle settantaquattrenni più in gamba del mondo ed è esattamente il tipo di persona che in caso di emergenza anche se trovi il telefono occupato sai che puoi semplicemente andare lì da lei. La sua casa è a un paio di chilometri di distanza, di fronte a un parco per case mobili. Le strade non sono affollate ma neanche deserte come diventeranno più tardi. Quella della signora Thompson è una casetta immacolata a un solo piano che sulla West Coast chiamerebbero bungalow ma che nella parte meridionale di Bloomington chiamano semplicemente casa. La signora Thompson è un membro di lunga data della parrocchia e una delle figure di spicco della comunità, e il suo soggiorno tende a essere una sorta di punto di raccolta. È anche la mamma di uno dei miei migliori amici di Bloomington, F., che ha combattuto nelle truppe d’assalto in Vietnam, è stato ferito al ginocchio e adesso lavora un po’ infelicemente per una ditta di edilizia che installa negozi in franchising della Victoria’s Secret nei centri commerciali. È nel bel mezzo di un divorzio (è una lunga storia) e vive con la signora T. mentre il tribunale decide a chi assegnare la sua casa. F. è uno di quei veri veterani del fronte che non parla della guerra e non fa nemmeno parte dell’Associazione Veterani, ma che a volte si incupisce in maniera molto profonda e il weekend del Giorno dei Caduti va sempre a campeggiare per conto suo senza dire niente a nessuno, e si capisce che si porta dentro la testa roba bella pesante. Come quasi tutti gli operai edili deve arrivare sul posto di lavoro molto presto, ed era già uscito da un pezzo quando sono arrivato a casa di sua mamma, cioè subito dopo che il secondo aereo ha colpito la Torre Sud, quindi probabilmente alle 8.10 o giù di lì. A ripensarci, il primo segno di shock è stato il fatto che non ho suonato il campanello ma sono entrato direttamente, cosa che normalmente uno non farebbe mai. Grazie a certe conoscenze di suo figlio nell’ambiente, la signora T. ha un televisore Philips da 42 pollici a schermo piatto, su cui appare per un secondo Dan Rather in maniche di camicia con i capelli leggermente arruffati. (Sembra che la stragrande maggioranza degli abitanti di Bloomington preferisca i telegiornali della CBS; il perché non mi è chiaro.) Un buon numero di altre signore della parrocchia sono già qui, ma non so se ho salutato qualcuno perché mi ricordo che quando sono entrato tutti stavano fissando, paralizzati dall’orrore, uno dei pochi spezzoni di filmato che poi la CBS non ha più ritrasmesso, cioè una ripresa da lontano, in grandangolo, della Torre Nord e della griglia d’acciaio sventrata dei suoi piani più alti in fiamme, e di certi puntini che si staccavano dal palazzo e scendevano lungo lo schermo in mezzo al fumo, che poi quella tipica zoomata a scatti rivelava essere uomini e donne veri, con indosso cappotti e cravatte e gonne, e scarpe che gli cadevano dai piedi mentre loro cadevano, alcuni che si aggrappavano da cornicioni o travi e poi si lasciavano andare, ribaltandosi o contorcendosi mentre cadevano, e una coppia che sembrava quasi (impossibile da verificare) abbracciarsi mentre veniva giù per tutti quei piani e si riduceva di nuovo a un paio di puntini quando la telecamera all’improvviso tornava al campo lungo – non ho idea di quanto durasse il filmato – dopodiché mi è sembrato che la bocca di Rather si muovesse per un attimo prima che ne uscisse un qualche suono, e tutte le persone nella stanza hanno appoggiato la schiena allo schienale delle poltrone e si sono guardate con espressioni che sembravano al tempo stesso infantili e orribilmente vecchie. Mi pare che una o due persone abbiano emesso qualche suono. Non è chiaro cos’altro c’è da dire. Sembra grottesco raccontare di essere rimasti traumatizzati da un filmato quando le persone dentro il filmato stavano morendo. C’era qualcosa, in quelle scarpe che cadevano giù pure loro, che rendeva il tutto anche peggiore. Penso che le signore più anziane l’abbiano presa meglio di me. Poi la tremenda bellezza del replay del filmato del secondo aereo che colpisce la torre, con il blu, l’argento, il nero e quello spettacolare arancione, mentre altri puntini mobili cadevano giù. La signora Thompson era sulla sua sedia, una sedia a dondolo con i cuscini a fiori. Nel soggiorno ci sono altre due sedie e un enorme divano di velluto che io e F. abbiamo dovuto staccare la porta dai cardini per far entrare in casa. Tutti i posti a sedere erano occupati, il che significa che c’erano altre cinque o sei persone, per lo più donne, tutte oltre i cinquanta, e poi altre voci in cucina, una delle quali era molto sconvolta e apparteneva alla signora R., psicologicamente delicata, che io non conosco molto bene ma si dice sia stata un tempo una bellezza di grande fama locale. Molte di queste persone sono vicine di casa della signora T., alcune ancora in vestaglia, e in diversi momenti qualcuno esce per tornare a casa e fare una telefonata e poi torna, o se ne va e basta (una signora più giovane è andata a portare via i bambini da scuola), altri arrivano. A un certo punto, più o meno mentre la Torre Sud stava crollando all’apparenza così perfettamente su se stessa – mi ricordo di aver pensato che stava cadendo un po’ con il movimento di una signora elegante che sviene, ma è stato Duane, il figlio della signora Bracero, un tipo di norma fondamentalmente inutile e fastidioso, a notare che quello a cui assomigliava davvero era se uno prendeva la ripresa di un decollo della NASA e la faceva scorrere all’indietro, che adesso dopo aver rivisto la scena molte volte sembra effettivamente un paragone perfetto – c’erano almeno dieci persone in casa. In soggiorno non c’era molta luce perché d’estate tutti tengono le tende tirate[5]. È normale non ricordarsi molto bene le cose, o comunque l’ordine delle cose, dopo soltanto un paio di giorni? So che a un certo punto per un po’ si è sentito il rumore di qualcuno che falciava il prato, cosa che sembrava completamente assurda, ma non mi ricordo se qualcuno ha detto qualcosa. A tratti sembra che nessuno parli e a tratti sembra che tutti parlino insieme. C’è anche un sacco di attività telefonica. Nessuna di queste signore ha un cellulare (Duane ha un cercapersone, a che gli serva non è ben chiaro), quindi c’è solo il vecchio apparecchio della signora T. montato sulla parete della cucina. Non tutte le telefonate hanno un senso razionale. Sembra che un effetto collaterale dell’Orrore sia un irresistibile desiderio di chiamare tutte le persone a cui si vuole bene. Fin dal primo momento è stato appurato che era impossibile prendere la linea con New York; il prefisso 212 produce solo un bizzarro suono stridulo. La gente continua a chiedere il permesso alla signora T. finché lei non gli dice di piantarla e per amor del cielo usare il telefono punto e basta. Alcune signore contattano i mariti, che a quanto pare sono tutti radunati intorno a una tv o a una radio sui loro posti di lavoro; per un po’ i capi sono troppo sconvolti per pensare a mandare la gente a casa. La signora T. ha messo a fare il caffè, ma un altro indice di Crisi è che se uno ne vuole deve andarselo a prendere – in genere invece il caffè praticamente appare dal nulla. Dalla porta della cucina mi ricordo di aver visto cadere la seconda torre e di non aver capito bene se era un replay del crollo della prima. Un’altra conseguenza della febbre da fieno è che non si può mai essere totalmente sicuri se una persona sta piangendo o meno, ma durante le due ore di Orrore in diretta, con servizi extra sull’aereo caduto in Pennsylvania e su Bush scortato in fretta e furia in un bunker segreto dell’Aeronautica e un’autobomba esplosa a Chicago (quest’ultima notizia poi smentita), praticamente tutti piangiamo o non piangiamo a seconda delle nostre capacità in tal senso. La signora Thompson parla meno di quasi tutti. Non mi pare che pianga, ma non si dondola sulla sedia come suo solito. La morte del primo marito è stata improvvisa e orribile, e so che a volte durante la guerra F. era sul campo e lei non ne aveva notizie per settimane di fila e non aveva neppure idea se fosse vivo o morto. Il principale contributo di Duane Bracero è di continuare a ripetere quanto sembra un film. Duane, che ha almeno venticinque anni ma vive ancora coi suoi mentre a quanto dice studia per diventare saldatore, è uno di quelli che portano sempre magliette mimetiche e anfibi da paracadutista ma che non si sognerebbero neanche lontanamente di arruolarsi per davvero (come, per essere onesti, non me lo sognerei mai io). E non si è nemmeno tolto il berretto entrando in casa della signora Thompson. Sembra sempre importante avere almeno una persona da odiare.
 Si scopre che il motivo del tracollo emotivo della povera vecchia signora R. tutta tendini, in cucina, è che ha una nipote o qualcuno di simile che sta facendo una qualche specie di stage al Time-Life Building, o come cavolo si chiama, del quale la signora R. e chiunque sia riuscita a chiamare finora sanno solo che è un grattacielo di altezza vertiginosa da qualche parte di New York, ed è fuori di sé dall’angoscia, e altre due signore sono state lì con lei tutto il tempo tenendole entrambe le mani e cercando di decidere se era il caso o meno di chiamare il dottore (la signora R. ha certi precedenti), e così finisco per fare l’unica cosa utile in tutta la giornata: spiegare alla signora R. dove sta midtown. A questo punto emerge che nessuna delle persone con cui sto guardando l’Orrore – neppure quelle poche che sono andate a vedere Cats durante una qualche sorta di viaggio di gruppo con la parrocchia nel 1991 – hanno anche solo la più pallida idea della topografia di Manhattan e non sanno, per esempio, quanto sono a sud il Financial District e la Statua della Libertà; bisogna mostrarglielo facendo segno col dito oltre l’acqua di fronte allo skyline che tutte (grazie alla tv) conoscono tanto bene. 
Questo è l’inizio del vago ma progressivo senso di alienazione da queste brave persone che mi va crescendo dentro durante la parte dell’Orrore in cui la gente scappa dalle macerie e dal polverone. Queste signore non sono stupide né ignoranti. La signora Thompson sa leggere sia il latino che lo spagnolo, e la signora Voigtlander è una specialista in disturbi del linguaggio con tanto di diploma, che una volta mi ha spiegato che lo strano rumore di deglutizione che rende tanto difficile ascoltare attentamente Tom Brokaw di NBC News è un vero e proprio difetto di pronuncia chiamato “l glottale”. Era stata una delle signore che facevano compagnia alla signora R. in cucina a notare che quella settimana cadeva l’anniversario degli accordi di Camp David, fatto di cui ero completamente all’oscuro. Ma il fatto è che le signore di Bloomington sono, o cominciano a sembrare: innocenti. Nella stanza c’è quella che colpirebbe molti americani come una inconsueta assenza di cinismo. A nessuna delle presenti viene in mente neppure una volta di commentare che forse è un po’ bizzarro che i presentatori di tutti e tre i telegiornali siano in maniche di camicia, o di considerare possibile che il fatto che i capelli di Rather fossero arruffati non sia al 100% casuale, o che certe sequenze spettacolari magari vengano ritrasmesse ininterrottamente nell’eventualità che alcuni telespettatori si siano appena sintonizzati e non le abbiano ancora viste. Nessun’altra sembra notare che gli strani occhietti spenti di Bush sembrano avvicinarsi costantemente l’uno all’altro durante tutto il discorso registrato, né che alcune delle sue frasi suonano identiche quasi al limite del plagio a quelle pronunciate un paio di anni addietro da Bruce Willis (nella parte di uno svitato estremista di destra, notate bene) in Attacco al potere. Né che almeno in parte lo shock delle ultime due ore deriva dalla precisione con cui varie inquadrature e scene hanno rispecchiato le trame di qualunque cosa dai tre episodi di Die Hard a Air Force One a Debito d’onore di Tom Clancy. Nessuna è abbastanza sarcastica e sofisticata da presentare l’ovvio, perverso reclamo postmoderno: Tutto Questo L’Abbiamo Già Visto. Al contrario, l’unica cosa che fanno è stare lì sedute tutte insieme e sentirsi malissimo, e pregare. Nessuna fa nulla di nauseante tipo cercare di farci pregare tutti insieme o pregare a voce alta o cose simili, ma cosa stanno facendo si capisce comunque. Non fraintendetemi: questo è fondamentalmente un bene. Vi fa pensare e fare cose che probabilmente non fareste se steste guardando la tv da soli, come per dirne una mettervi a pregare, in silenzio, con fervore, che su Bush vi siate sbagliati, che abbiate un giudizio distorto su di lui e che in realtà sia una persona molto più intelligente e consistente di quello che credete, non solo uno strano golem senz’anima, un intreccio di interessi vestito in giacca e cravatta, ma uno statista coraggioso e onesto e… ed è bene, è una cosa buona pregare in questo modo. È soltanto che ci si sente un po’ soli a doverlo fare. Può essere difficile stare in mezzo agli innocenti. Non sto assolutamente sostenendo che tutti gli abitanti di Bloomington siano così (F., il figlio della signora T., non lo è, sebbene sia una persona straordinaria). Sto cercando di spiegare che parte dell’orrore dell’Orrore era sapere che qualunque fosse l’America che gli uomini su quegli aerei odiavano tanto, era molto più la mia – e quella di F., e del povero vecchio odiosissimo Duane – che quella di queste signore.


 1. Segue una selezione di ulteriori risposte ottenute in diversi momenti di quella giornata durante la caccia alla bandiera e ai pennarelli, quando le circostanze permettevano di rivolgere la domanda senza sembrare saccenti o folli.
 “Per far vedere che siamo americani e non chineremo la testa di fronte a nessuno”. 
”La bandiera è uno pseudo-archetipo, un semeion riflessivo creato allo scopo di prevenire e negare la funzione critica”. (studente di dottorato)
 “Per orgoglio”.
 “In pratica simboleggiano l’unità e il fatto che siamo tutti uniti in difesa delle vittime di questa guerra. Che stavolta sono venuti a rompere i coglioni alla gente sbagliata”.

2. Contrariamente all’impressione di alcuni, l’accento dei nativi non è meridionale ma semplicemente rurale, laddove i trapiantati dell’industria dei servizi non possiedono alcun accento (per dirla con la signora Bracero, gli impiegati della State Farm “a sentirli parlare sembrano quelli di New York”).

3. L’espressione locale per “chiacchierare ” è andare a trovare.

4. Alcuni nomi sono stati cambiati e alcuni dettagli sono stati modificati. [n.d.r.]

5. Detto per inciso: quello della signora T. è anche un perfetto prototipo di soggiorno proletario di Bloomington: finestre coi doppi vetri, tende con le mantovane comprate per corrispondenza, orologio con sfondo di anatre selvatiche proveniente dallo stesso catalogo, portariviste con «Christian Science Monitor» e il «Reader’s Digest», scaffali alle pareti usati per statuine da collezione e foto incorniciate di parenti con le famiglie, due piccoli ricami a uncinetto, di buon gusto, con i “Desiderata” e la Preghiera di San Francesco, coprischienali su ogni sedia e moquette di un colore neutro così folta che non vi vedete i piedi (gli ospiti si tolgono le scarpe sulla porta: è il minimo della cortesia)..


(tutte le foto, tranne quelle dei “falling men”, sono di Camilla Panichi)

1 commento

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Una risposta a “11 settembre

  1. “Come artista, le sfumature sono il tuo dovere. Il tuo dovere è non semplificare. Anche se tu dovessi scegliere di scrivere nel modo più semplice, alla Hemingway, resta il dovere di dare la sfumatura, spiegare la complicazione, suggerire la contraddizione. Non cancellare la contraddizione, non negare la contraddizione, ma vedere dove, all’interno della contraddizione, si colloca lo straziato essere umano. Tener conto del caos, farlo entrare. Devi farlo entrare.” P. Roth, Ho sposato un comunista

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