Verso una globalizzazione poetica

di Olga Campofreda

Difficile immaginare  che la poesia possa ancora aspirare a presentarsi quale strumento di azione. Difficile credere a quel verso di Lawrence Ferlinghetti quando della poesia parla, ancora oggi, come “arte che insorge”. Si tratta – tuttavia – di un attrito scettico che alberga per lo più nell’immaginario di chi la poesia non la vive, o l’ha vissuta solamente sui banchi di scuola, percependone più la polvere che il ritmo. Nel frattempo è successo che i poeti sono entrati nel web. Hanno imparato ad usare le email ed i social network. Si sono cercati, osservati, riconosciuti. Hanno costituito una rete solida fatta di sguardi sul mondo, una confraternita dello sguardo uguale, che ha giurato a se stesso di non essere mai più contemplativo.
La poesia – quella dei nuovi poeti – si grida tra i rumori invadenti dei clacson delle città.
Un giorno di non troppo tempo fa, ho deciso di essere grande abbastanza per incontrare la poesia. E’ un confine molto sottile, questa categoria del “grande abbastanza”, da non confondere con quella di “abbastanza grande”, perché allora sei spacciato e finisce che la poesia non la incontri più. Alla musa spaventano le facce dei grandi. La poesia è una musa bambina. Sono partita per San Francisco perché questa città è l’ultimo baluardo del mondo, il confine, e allora – ho pensato – prima o poi quello che cercavo sarebbe passato di lì.
Quando ci raccontano la poesia a scuola per la prima volta i nomi sono così altisonanti e le parole stampate così desuete, oscure, che nel nostro immaginario il Poeta diventa una specie di sciamano, con quei suoi versi che sono formule inaccessibili e sacre: ne puoi percepire il ritmo, il suono, poche immagini opache. I poeti che ci hanno insegnato a scuola, come ce li hanno insegnati, sono artefici di bellezza pura. E allora non capisci a cosa servano realmente. Una Venere di Milo senza braccia, volta solo alla contemplazione e all’essere contemplata. Assuefatte tutte le avanguardie, a cosa ha portato l’apoteosi dello stile?
Poi ho conosciuto Jack Hirschman e la Revolutionary Poets Brigade ed è stato lo squarcio nel cielo di carta. Quello che è succede oggi a San Francisco è che la poesia, ai confini del mondo, celebra la bellezza nelle parole e la mette in pratica nell’atto. Il Manifesto di questa nuova avanguardia non ha nulla di stilistico, ma rappresenta l’atto fondativo di una corporazione che usa la poesia come strumento di lotta a favore dei diritti dell’uomo, della bellezza, dell’arte. “In quanto artisti” – recita il Manifesto della RPB – “abbiamo la capacità di ispirare, trasformare, liberare […]. In quanto gruppo (network) possiamo sostenere la resistenza popolare (a favore dei diritti dell’uomo, l’uguaglianza,la libertà… ndA) tenendo eventi poetici, leggendo e intervenendo in dimostrazioni pubbliche, pubblicando in pamphlet di immediata diffusione.”

Alla fine di agosto Hirschman ha lanciato un appello, una chiamata alle armi poetiche esteso a tutto il mondo, in nome del World Poetry Movement (WPM), un organismo internazionale fortemente voluto dai rappresentanti di trentasette festival di poesia diffusi in tutto il mondo. Fondato ufficialmente l’otto giugno 2011, si propone di operare attivamente sulla connessione tra poesia e pace, la ricostruzione dello spirito dell’uomo e la sua riconciliazione con l’ambiente naturale, la tutela delle diversità culturali e la globalizzazione della poesia, la prima azione poetica di massa contro la cultura di massa.
Solo un mese dopo la sua nascita, il WPM ha raggiunto l’adesione da parte di 81 festival internazionali di poesia, 414 poeti da 89 Paesi di tutti i continenti. Nella lunga lista compaiono, tra gli altri, i nomi di Lawrence Ferlinghetti, Amiri Baraka e La Casa della Poesia (Baronissi-Salerno) diretta da Sergio Iagulli, un’istituzione che da anni rappresenta un ponte solido e tenace tra la poesia mondiale e l’Italia.
In questi giorni si sta completando il passo successivo all’atto di fondazione e diffusione del progetto. Si tratta del “100,000 poets for change”, la prima manifestazione indetta dal WPM, che chiama ai versi tutti i poeti del mondo per un’azione comune, simultanea e globale prevista per il giorno 24 settembre. Tutti hanno la possibilità di aderire, fornendo semplicemente il proprio nome e le coordinate del reading organizzato per l’occasione; il sito internet del World Poetry Movement costituirà il punto di riferimento principale per chiunque voglia scoprire l’evento poetico più vicino al proprio angolo di mondo.
Sotto il patrocinio del poeta americano Jack Hirschman, che del movimento è uno dei coordinatori, anche la nostra capitale aderisce con un evento organizzato dalla Revolutionary Poets Brigade - sezione di Roma (giovane gruppo di poeti gemellati con la nuova avanguardia di San Francisco) e aperto a chiunque desideri supportare la causa. L’appuntamento romano è il 24 settembre alle 19,30 a Le Mura, via di Porta Labicana, San Lorenzo.
Poetry is knowledge, reflection and enlightenment, liberation, contemplation and action, lightning, creative imagination and brotherhood, spiritual unity of individuals and peoples, past, present and future of humanity – WPM.
E’ il momento di servirci della poesia e fare in modo che la poesia si serva delle nostre voci per spiegare a chi ancora non lo sa, che il verso non è nato per restare incatenato alla pagina effimera, e consumarsi nel tempo.

WORLD POETRY MOVEMENT COORDINATING COMMITTEE:
Peter Rorvik (South Africa), Bas Kwakman (Netherlands), Jack Hirschman (United States of America), Rati Saxena (India),Alex Pausides (Cuba),
Amir Or (Israel), Iryna Vikyrchak (Ukraine), Fernando Rendón (Colombia).

2 commenti

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2 risposte a “Verso una globalizzazione poetica

  1. è bello sentirsi “grandi abbastanza”, mantenere l’umiltà, mantenere quello sguardo curioso e pronto ad assorbire tutto quello che potrebbe venire, e a immaginare perdendoci nel vuoto, quello che sarebbe bello che accadesse.
    E poi è bello pensare di mettere insieme i pezzi e fare di questi sogni un’arma, dolce e pensativa.
    In bocca al lupo!

  2. Eventi così aperti mi riempiono la testa di dubbi. Il rischio è che tanti poeti della domenica aderiscano cercando in questo modo di legittimare il loro risibile percorso artistico. Nella poesia, come nella pittura, non c’è niente di democratico – non si diventa poeti compilando un form. Parlare di democrazia invece è tutta un’altra storia, è qualcosa di doveroso, come del resto parlare alle persone con i propri versi.

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