Generazione TQ: autocoscienza e sguardo sul futuro

di Marco Mongelli

Quest‘articolo è precedentemente apparso su LinkRedulo.

Il 29 aprile scorso, a Roma, nella sede della casa editrice Laterza si è tenuto un seminario a cui hanno partecipato circa un centinaio tra scrittori, critici ed editori trenta-quarantenni, che lavorano in Italia.

Per lanciare l’evento Alessandro Grazioli (1977, ufficio stampa Minimun Fax), Nicola Lagioia (1973, scrittore e editor) e Giorgio Vasta (1970, scrittore e editor) avevano firmato un appello dal titolo Andare oltre la linea d’ombraLa riflessione verteva sulla generazione TQ (Trenta-Quaranta) e sulla necessità che essa si prendesse finalmente le sue responsabilità e partendo da nuove idee costruisse nuove pratiche di azione intellettuale. La proposta era dunque discutere insieme “alla ricerca di qualche proposta – non snobistica, non autoreferenziale, non elitaria o velleitaria – da lanciare nello spazio sfinito del nostro dibattito culturale. Per provare a fare qualche passo avanti e a proiettarci finalmente oltre la linea d’ombra”. Chiusa emblematica, se pensiamo che tutto l’orizzonte culturale italiano si caratterizza da decenni proprio come autoreferenziale ed elitario, pauroso e incapace di andare oltre il territorio dei privilegi acquisiti e di tornare a incidere sul reale.

Come immaginabile, il dibattito è subito divampato in rete: in molti hanno preso la parola, per contribuire alla riflessione o per stigmatizzare il tentativo, giudicato insignificante da alcuni e pretestuoso da altri.

L’appello parte però da una constatazione ormai condivisa e condivisibile: l’Italia non è un paese per giovani. I migliori talenti di un’intera generazione sono soffocati da logiche poco virtuose e da un radicale impoverimento degli immaginari dominanti. La presa di coscienza, finalmente lucida, è che non si può più stare a guardare lamentandosi: non è più tempo di ritrosie snob né di patetiche nostalgie di tempi mai vissute. Agli anatemi lanciati contro il mercato e la povertà letteraria di quello che si pubblica, va sostituito un atteggiamento di nuovo propositivo e soprattutto consapevole. Bisogna liberarsi dei cattivi maestri, affrancarsi da padri buonisticamente solerti e prendersi la scena. Diventare attori protagonisti di tutti i processi culturali e letterari, ritrovare le linee identitarie che permettono di riconoscersi vicendevolmente e di instaurare comunitariamente una proposta culturale che sia davvero all’altezza dei nostri tempi e dei suoi ultimi terremoti. Noi dobbiamo essere i genitori,  aveva detto Wu Ming 1 qualche anno fa, nel silenzio generale.

Tutto questo si lega strettamente alla contingente situazione materiale di tutto il comparto culturale italiano. Ai tagli scientifici e alla precarizzazione di un’intera classe di laureati si accompagna la difficoltà di essa a riconoscersci come soggettività protagonista. Il discorso di Alfredo Ferrara sull’autocoscienza precaria si può restringere benissimo al campo strettamente letterario. Provare a discutere le poetiche non a partire da singoli percorsi artistici, ma dall’unitarietà dei riferimenti visivi, letterari e musicali che hanno definito una generazione e l’hanno rappresentata. Cominciare a  narrarsi, autorappresentarsi, costruire un immaginario comune: e da esso agire politicamente sul reale per cambiarlo. Non è un caso che Il Giornale, nella persona di Massimiliano Parente, si sia scagliato violentemente contro questa iniziativa, definendola uguale alle altre. Se le critiche al reale si accompagnano a un’alternativa concreta e positiva, si può sperare di cambiare le cose. Altrimenti, è la solita gara a chi è più furbo, smaliziato e radical-chic. Ci auguriamo e speriamo che non sia il caso dei TQ.
Corollario a beneficio degli interessati: riflessioni di Giulio Mozzi, Alessandro Leogrande, Federisca Sgaggio, Francesco Forlani, Demetrio Paolin, Simone Barillari

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