Troppo umano

di Camilla Panichi

Il 25 gennaio scorso, sul blog di Piergiorgio Odifreddi è apparso l’articolo Umanesimo in via d’estinzione?.
Il titolo vuole essere evidentemente provocatorio, infatti ha scatenato da subito un acceso dibattito tra i lettori (indignati i più, sorpresi i meno) per i termini duri ma anche confusi con i quali è stata condotta la polemica. Partendo da alcune considerazioni sull’ANVUR, Odifreddi passa ad attaccare l’Umanesimo e gli umanisti definendo il primo una lobby e accusando i secondi di corporativismo, per poi concludere sulla necessità di eliminare l’insegnamento del latino per lasciare maggiore spazio alle discipline scientifiche.

Ora, se il centro della riflessione fosse stato la riforma scolastica e una più attenta ridistribuzione delle materie scientifiche nelle scuole medie superiori, Odifreddi avrebbe dovuto quanto meno avanzare delle proposte pedagogiche e didattiche, anziché trincerarsi dietro il grande male storico dell’egemonia umanistica, che per secoli avrebbe esercitato il controllo sull’istruzione confinando nel ghetto le discipline scientifiche. La riforma della scuola media superiore è un problema reale e meriterebbe di essere discusso con serietà, ma non è quello che gli interessa. La critica mossa al dispotismo dell’umanesimo è il vero centro del suo articolo, ma le argomentazioni non chiariscono e non rispondono alla domanda posta dal titolo. La debolezza di questa riflessione sta – come ci ricorda l’insopportabile e ormai inutile Manzoni – nell’accusare l’untore al posto della peste. Questa attitudine è alquanto sospetta, se non pericolosa, perché porta in sé i germi di un pensiero che si è diffuso negli anni e che oggi è stato totalmente assimilato dall’opinione comune; un pensiero basato sulla logica dell’utile, un pensiero esclusivo, selettivo, che elimina tutto ciò che non è utile – cioè produttivo. Inoltre il paragone istituito da Odifreddi tra l’Umanesimo e la lobby è fuorviante per due ragioni: la prima è che egli accosta questi due termini senza spiegarne il motivo, liberandosi della responsabilità di risalire alle radici del problema; la seconda è che la lobby non implica una visione del mondo, come invece presupporrebbe l’Umanesimo, ma si concretizza in rapporto a specifiche negoziazioni con le istituzioni o con enti privati. In questi termini, i soggetti della lobby, cioè gli umanisti, dovrebbero condurre una trattativa con le istituzioni che permetta a entrambi di conseguire i reciproci obiettivi.

In Italia queste strutture sono totalmente assenti. I sistemi e i rapporti di forza sono mutati profondamente, neanche l’Università – quella pubblica, si intende – può più vantare un potere di scambio forte; è invece un ingombro a certe manovre economiche e politiche, perciò viene distrutta senza negoziazioni, si salva solo ciò che ha una parvenza di utilità. In questo panorama non solo i prodotti dell’umanesimo hanno perduto lo status di beni, ma l’Umanesimo stesso (nella sua accezione più ampia, di movimento che mette al centro la dignità e il valore dell’uomo in quanto essere umano) diventa una merce. Il tessuto sociale è profondamente e intimamente lacerato, non esistono più valori condivisi, ma solo meccanismi di scambio; l’uomo stesso, in quanto centro dell’indagine umanistica, subisce un processo di reificazione. Che noia quel Marx!

Eppure in un momento critico e difficile come quello che sta attraversando l’Italia, e noi tutti, un momento in cui la barbarie e l’impoverimento del pensiero bussano affamate alle nostre porte, sarebbe importante concentrare le forze e difendere il sapere in quanto tale, e non puntare il dito contro quella parte degli studi che ci aiuta a capire chi siamo e da dove veniamo. Ma questo continuo interrogarsi sulle ragioni del nostro essere qui e ora fa paura per il solo fatto di porre la domanda.  Il meccanismo politico, economico e culturale in atto dal 1994, volto allo sviluppo della produzione e all’aumento delle ricchezze degli happy few, è ricorso più volte alla tecnica dello spostamento del baricentro dell’attenzione per garantirsi un maggiore controllo sugli individui.

Il caso che qui ci interessa riguarda principalmente lo spostamento delle colpe dal «centro» – poniamo lo Stato, inteso come ordinamento giuridico e politico che a fini generali esercita il potere su un territorio e sui soggetti a esso appartenenti –, alle «periferie» – poniamo gli umanisti. Questa operazione consente al «centro» di creare un nemico «comune» attraverso un processo di riconoscimento e identificazione che dall’astratto (la politica) muove verso il concreto (il corpo docente, per esempio). Il passaggio è tutto giocato sulla rappresentazione della colpa; l’umanista è colpevole di ozio, punibile di una superba primerìa intellettuale: troppo umano. Questo atteggiamento colpevolizzante non è lontano dalla posizione di Odifreddi espressa tra le righe, ma dove conduce?  Uno Stato che non valorizza il sapere è destinato al collasso. Preferire la cecità alla conoscenza, l’obbedienza alla consapevolezza è il primo passo verso una irreversibile chiusura alla vita. Ogni disciplina, scientifica o umanistica ha diritto di essere studiata e quindi, inutile negarlo, finanziata. Non sono questi i tempi per creare inutili separatismi, a meno che non ci si auguri di scansare il “cestino dei rifiuti della storia” rinunciando a un rapporto dialettico con la realtà. In questo caso, preferisco i rifiuti all’assoggettamento del pensiero, preferisco l’Uomo alla schiera di funzionari burocrati addestrati solo a eseguire ordini.

9 commenti

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9 risposte a “Troppo umano

  1. Simone

    Osservazioni degne di nota, in effetti il separativismo è avvertito oggi più che mai e la “società degli individui” imperversa sotto molti punti di vista.
    Probabilmente il “troppo umano” a cui ti riferisci lo si può accostare alla reale ed effettiva capcità di organizzare e ottimizzare la riuscita di eventi culturali e di sfruttare l’interdisciplinarità, cosa che a Siena mi sembra non manchi per niente. Per gli altri problemi, c’è da dire che effettivamente la qualifica di dottore in Italia non è vista per come dovrebbe, il nostro compito in tutto questo è si quello di disciplinarci progressiavamente alla burocrazia e allo stesso tempo continuare rapporti creativi collettivi, che stratificano i piani della comunicazione e ci rendono via via emancipati in mezzo alle accuse che hai messo in luce.

  2. Francesca

    Iniziamo dalla fine.
    Anche io come te , cara Camilla, preferisco essere un rifiuto nel cestino della storia che il grigio burocrate che a mala pena vede al di là dei suoi occhialetti.

    Rispondo in primo luogo al commento soprastante perché, a mio avviso, ci sono quanto meno delle puntualizzazioni in proposito da fare.
    Il guaio semmai è che il pezzettino di carta con su scritto dottore ha oramai un valore relativo.
    Ha valore relativo per il progressivo abbassamento del livello didattico di molte università, dovuto in primo luogo ai tagli e alle mancanze di finanziamenti.
    Ha un valore relativo perché oramai il bagaglio di conoscenze acquisite da uno studente medio alla fine della sua carriera universitaria, spesso e volentieri, risulta sfiorare il ridicolo e questo è dovuto in buona misura alla continua settorializzazione delle discipline a cui è stato sottoposto il nostro sistema universitario, settorializzazione che a ben guardare si vuole estendere al nostro sistema di pensiero.
    Il nostro compito non è affatto assoggettarci alla burocrazia (che poi,di quale burocrazia si sta parlando?) o peggio passare il tempo tra di noi a tesser tele di Penelope in circoli pseudo creativo-collettivo-intellutualoidi, poiché proprio questo significherebbe essere una sottospecie di lobby, così come Odifreddi e chi per lui ci vede e ci vuole. Mi sembra che qui sia stato completamente travisato il senso stesso della risposta di Camilla ad Odifreddi, almeno secondo la mia personalissima lettura del commento e del tuo testo Camilla.
    Il nostro compito è quello che ben mette in luce Camilla alla fine del suo articolo: essere fuori dai sistemi di assoggettamento del pensiero, acquisire, mantenere, diffondere uno spirito critico sulla realtà; in altre parole è non essere come la lobby che dal 1994 ci vuole più sciocchi e incapaci di dire di no, un gregge di pecore la cui opinione è facilmente manipolabile e indirizzabile all’occorrenza. Uno sguardo critico non è desiderato e desiderabile ai piani alti di un sistema che ha come interesse unico la propria persistenza.

    Ancora, a riguardo del titolo. Non credo si stia qui discutendo di presunte capacità organizzative, qui non stiamo osservando un cambiamento di forma ma di sostanza! Troppo umani siamo noi ( e soprattutto voi di 404!) per un presente che rifiuta l’umanesimo come chiave critica di lettura di una società che sta affondando nel mare magnum della mediocrità. L’emancipazione di cui si parla sopra, non è, e non può essere, né un concetto meramente formale (uno status quo di intellettuali o letterati o umanisti, che dir si voglia) che lascia il tempo che trova, né tanto meno può essere una questione personale. Se stiamo a guardarci l’ombelico tronfi della nostra “emancipazione creativa” (e poi, in termini pratici mi si deve spiegare in cosa consiste o consisterebbe) diventiamo ciò che Odifreddi ha descritto.
    Troppo umane sono le persone che collaborano a questa piazza virtuale, in cui si offre uno spazio di discussione e riflessione, uno scambio di punti di vista, son queste persone che (fortunati noi che vi possiamo leggere) ci offrono la possibilità di non essere parte del gregge nel momento stesso in cui, offrendoci spunti di riflessione, ci propongono un esercizio oramai poco di moda: soffermarsi a pensare invece di correre insieme alla massa, senza sapere verso cosa e perché.

    Per quanto poi riguarda il problema della distribuzione delle materie nelle scuole superiori, che ciò vada rivisto è un dato di fatto. Ma strumentalizzare, come fa Odifreddi, la scarsa popolarità dello studio del latino per puntare il dito contro le presunte orde di crudeli e polverosi umanisti mi sembra assolutamente fuori luogo. Dire che la difesa dell’insegnamento del latino è finalizzata al mantenimento dello status quo di questa pseudo cricca di Umanisti, mi sembra, una tesi quanto meno traballante. Su che basi la difesa del latino sarebbe la difesa di uno status quo? E soprattutto quale sarebbe questo millantato status quo? Quello dei rettori e presidi di facoltà che, seguendo la logica di Odifreddi, farebbero meglio a chiudere? E ancora, insegnanti, precari, studenti che se ne farebbero di tutto ciò? E perché questa lobby esisterebbe solo nel settore umanistico e non in altri?
    Mi sembra che manchino dei basilari raccordi logici tra le argomentazioni proposte da Odifreddi.

  3. Simo

    Intanto complimenti a Camilla, mi è piaciuto molto l’articolo e ne condivido molti aspetti (anche se provengo da un ambito scientifico). L’articolo di Odifreddi, come è già stato sottolineato, è sicuramente provocatorio e propone una serie di argomenti portando solo accuse e non proponendo reali soluzioni. Innanzitutto, secondo me, non ha senso dire che si devono applicare alle facoltà umanistiche gli stessi criteri di “produzione” applicati alle facoltà scientifiche, non è possibile misurare le “produzioni” umanistiche con lo stesso criterio di quelle scientifiche, sarebbe come chiedere di misurare il peso con gli stessi criteri di misura della lunghezza e forse, più in generale, da profano potrei dire che è anche difficile, se non impossibile, trovare un unità di misura per la produzione umanistica. Tutte le materie, sia scientifiche che umanistiche, sono degne di essere studiate e finanziate, questo però, ci tengo a sottolinearlo, non toglie che ci debbono essere dei criterio di assegnamento dei pochi fondi disponibili, soprattutto visto il periodo che stiamo vivendo in cui i finanziamenti per la ricerca sono ridotti al lumicino. In questo quindi sono d’accordo con Camilla nel dire che è insensato, da parte di Odifreddi, scagliare la colpa sugli umanisti, in quanto sarebbe molto più utile rendersi conto che le responsabilità sono da individuare altrove e che, alla fine ragionando con un po’ di cervello, umanisti e non, in questo caso dovrebbero stare dalla stessa parte, che è la parte di chi difende la cultura contro chi fa il possibile (e anche l’impossibile) per distruggerla.

    Un’altra parte dell’articolo su cui vorrei soffermarmi è quella delle scuole medie superiori, che in Italia, come molte altre cose sicuramente non funzionano come dovrebbero e che avrebbero bisogno indubbiamente di una riforma. Sia nel commento di Camilla che nel commento precedente al mio di Francesca si parla di eliminazione del latino come un eliminazione generale, e di come Odifreddi strumentalizzi l’insegnamento di questa materia per attaccare quella che lui definisce “lobby” di umanisti.
    Se parliamo però dell’eliminazione del latino dai licei scientifici, personalmente non credo che sia un idea da considerare in modo così negativo, in quanto ritengo che lo scientifico attualmente sia strutturato male (per non dire malissimo). A differenza di Odifreddi però non credo che la permanenza del latino sia da attribuire agli umanisti che difendono lo status quo, non vedo quale potrebbe essere il vantaggio di quest’ultimi, ciò che vedo io sono solamente delle scuole superiori con programmi di studio vecchi e inadatti a fornire una giusta preparazione al mondo del lavoro e/o a studi universitari. Dico questo alla luce di quella che è stata la mia formazione personale, avendo infatti frequentato il liceo scientifico devo dire che è inadatto a dare una preparazione buona per affrontare successivamente delle facoltà scientifiche. Sinceramente trovo anche difficile definire scientifico un liceo dove più del 50% delle ore settimanali sono dedicate a materie umanistiche. Non dico che il latino è inutile, per molti aspetti serve ad aprire la mente e aiutare a ragionare, ma in un liceo scientifico non credo debba essere fra le priorità. Personalmente per essere preparato meglio alla facoltà che sono andato ad affrontare dopo (che per la cronaca è ingegneria informatica) avrei avuto bisogno di avere delle basi di altre materie scientifiche, come ad esempio informatica (forse sarò di parte, ma credo che, indipendentemente dalla scuola frequentata, sarebbe giusto che un minimo di informatica facesse parte delle cultura di tutti visto che i pc e internet fanno parte delle nostre vite quotidianamente), ma avrei potuto avere bisogno sicuramente anche di basi di elettronica e elettrotecnica. Queste sono solo alcune delle lacune che personalmente ho riscontrato e sono convinto che chi ha seguito un percorso scientifico diverso dal mio ne potrebbe elencare altre. Personalmente ritengo che in un liceo definito scientifico la predominanza delle ore dovrebbe essere dedicata a materie scientifiche, quindi anche senza eliminare il latino (visto che comunque per alcuni aspetti può essere utile) credo potrebbe essere giustissimo ridurlo. Sicuramente questo non risolverebbe tutti i problemi, però renderebbe disponibili ore da dedicare ad altre materie utili per chi ha intenzione di proseguire gli studi in ambiti non umanistici, visto che, se scegli un liceo sei consapevole che dovrai continuare gli studi e che avendo scelto uno scientifico la parola stessa dice che dovresti essere più interessato a proseguirli in ambiti scientifici. In questo momento sono d’accordo con Odifreddi nel definire il liceo scientifico come un ibrido fra il classico e lo scientifico con indirizzo scienze applicate, un ibrido che per come è strutturato è più vicino ad un liceo classico, e non so davvero quanto possa essere sensata la sua esistenza così com’è, ma credo invece che andrebbe sicuramente in qualche modo riformato rendendolo un po’ più “scientifico”, se si vuole che continui a portare quel nome. Non vorrei essere frainteso, ci tengo a precisare, che non dico che andrebbero create delle scuole superiori già fortemente “specializzate” in uno o nell’altro ambito, non ci sarebbe nulla di più sbagliato, le scuole superiori per come le vedo io devono fornire una base generale di cultura più ampia possibile, dico solo che come nel liceo classico ore di matematica e fisica vengono “sacrificate” per consentire lo studio del greco, lo stesso penso sarebbe giusto fare anche nel liceo scientifico tagliando ore allo studio del latino per consentire l’inserimento di altro.

    • camilla

      Caro Simone
      ti ringrazio per aver aperto una parentesi di discussione interessante, che mi tocca da vicino, quella della riforma scolastica. Anche io sono convinta che il liceo scientifico necessiti di una riforma profonda, ma prima di tutto mi preme sottolineare che un buon liceo è fatto da bravi insegnanti e i bravi insegnanti sono scelti da un bravo preside.
      Detto questo penso che l’ulteriore riduzione delle ore dell’insegnamento non sia sufficiente. Anziché impostare il lavoro settimanale su 27 ore, queste potrebbero essere portate e 30 o a 32, come già in altri licei accade (quello linguistico e psico-pedagogico o delle scienze della formazione che dir si voglia). Tale revisione dell’orario scolastico potrebbe favorire nei licei scientifici un ulteriore approfondimento delle materie di indirizzo.
      Ora però si pone un altro problema, che è quello della specializzazione. Cosa ci aspettiamo che la scuola faccia? La scuola non può, per definizione, dare agli studenti una formazione e una conoscenza scientifica tecnico-specialistiche, come invece la scienza richiede. La scuola devo prima di tutto formare dei cittadini, degli individui in grado di scegliere liberamente e secondo le singole inclinazioni se proseguire un percorso di studi universitario oppure entrare nel mondo del lavoro (per questo esistono infatti gli istituti tecnici). Se gli studenti arrivano all’università con le lacune, non è quasi mai colpa della scuola come struttura, semmai degli insegnanti incontrati durante il percorso formativo. Talvolta però non è neanche questo il caso; semplicemente l’istruzione pubblica fa parte di un processo di democratizzazione che inevitabilmente può incorrere in un abbassamento del livello della qualità, sia dell’istruzione che dell’apprendimento (difficile fare lezione in una classe con 35 alunni, difficile per gli alunni mantenere l’attenzione 35 a 1). Ma questa è un’altra storia
      Camilla

      • Simo

        Partirei dalla domanda su cosa ci aspettiamo che faccia la scuola, come hai ben detto tu, prima di tutto è giusto dire che la scuola deve formare dei cittadini, quindi è per questo che nel mio precedente commento ho detto che sarebbe la cosa più sbagliata da fare anche solo pensare di specializzare troppo fortemente le scuole superiori, visto che per formare un buon cittadino prima di tutto si deve far in modo di fornirgli una base di cultura quanto più generale possibile. In secondo luogo però si deve anche tener conto che la scuola deve preparare al mondo del lavoro o allo studio universitario. Tu hai detto che: “La scuola non può, per definizione, dare agli studenti una formazione e una conoscenza scientifica tecnico-specialistiche, come invece la scienza richiede.” Il tuo discorso è giusto, ma non è necessario ne richiesto che la scuola superiore dia delle conoscenze scientifiche specialistiche, io ho parlato solo di dare delle basi scientifiche migliori e per dare delle basi migliori intendo trattare anche altre materie oltre alla matematica, la fisica e qualche sprazzo di conoscenza di chimica e geografia astronomica. In generale è vero che lo studio fatto alle superiori non è vincolante al 100% su quello che si vorrà andare a fare dopo, se hai frequentato un istituto tecnico e vuoi andare all’università non c’è nessuno che te lo impedisce, sei però consapevole che parti con alcune lacune, visto che l’obbiettivo della scuola frequentata era quello di prepararti al lavoro, lo stesso vale se hai fatto un liceo e vuoi andare a lavoro, sfido chiunque a trovare un lavoro al giorno d’oggi con un misero diploma di maturità, però se ci riesci puoi tranquillamente farlo (qui ci potremmo porre anche la domanda se un ragazzo alla fine della terza media è in grado di sapere cosa vuole realmente fare e quindi se è in grado di effettuare una scelta, ma questo credo sia un altro argomento). Quello che mi aspetto però è che, se ho scelto un liceo scientifico, vorrei avere le basi necessarie ad affrontare un università scientifica, se non è così vuol dire che è stato fallito uno degli scopi per cui è stato creato.

        Il tuo ragionamento sull’importanza degli insegnanti lo ritengo giusto fino ad un certo punto, visto che ritengo vero che un buon liceo è dovuta alla presenza di bravi insegnanti, ma oltre ai bravi insegnanti ci devono sicuramente anche essere dei programmi adeguati, visto che se di alcune materia non è previsto l’insegnamento, puoi avere anche i migliori insegnanti del mondo, ma quando uscirai dalla scuola avrai lacune in quelle materie non essendo mai state trattate. Per spiegarmi meglio, il tuo discorso rimane giusto se: uscito dal liceo scientifico ti presenti all’università e mi vieni a dire che hai lacune in matematica, questo vuol dire che, o non ti sei impegnato a sufficienza oppure il tuo insegnante non era un granchè, perché il programma del triennio di matematica del liceo scientifico comprende ampiamente tutto ciò che serve per fornire delle solide basi di matematica, se invece le lacune sono dovute a materie mai affrontate prima non può dipendere dagli insegnanti.
        L’aumento delle ore settimanali da 27 a 30 o 32 è sicuramente una soluzione per ovviare a questo problema, però, tornando sul discorso del latino, quello che mi viene da chiedere è: a cosa serve il latino all’interno di un liceo scientifico? La mia risposta, come ho già scritto nell’altro commento, è che serve per imparare a ragionare, per aprire la mente, fornendo uno schema di ragionamento che è più simile allo schema matematico di quanto si possa normalmente pensare. Oltre a questo però all’interno di un liceo scientifico il latino, a parere mio, non ha nessun altro tipo di funzione, quindi siamo sicuri che siano necessarie tutte le ore che attualmente vengono dedicate al latino??

        Comunque come si vede dagli argomenti messi in luce da questa discussione, i problemi della scuola italiana sono molti e correlati l’uno all’altro, per come la vedo io siamo giunti al classico cane che si morde la coda, o per meglio dire, siamo entrati in un loop che porta la scuola di volta in volta a livelli sempre più bassi. Infatti i programmi delle scuole troppo spesso sono vecchi e inadeguati, in più i continui tagli costringono ad aumentare sempre più il numero di alunni per classe, portando inevitabilmente all’abbassamento del livello dell’istruzione offerta, come hai sottolineato anche tu Camilla. Le buone scuole sono fatte da buoni insegnanti, i buoni insegnanti hanno bisogno inevitabilmente di una buona preparazione e in questo momento le scuole italiane troppo spesso non sono in grado di offrirla, quindi come è ovvio, è inevitabile che i buoni insegnanti siano sempre più rari da trovare, facendo così in modo di abbassare ciclicamente sempre di più il livello delle scuole e della formazione offerta. Per invertire questa parabola discendente, secondo me ci vorrebbe una riforma radicale, probabilmente partendo proprio dalle basi, e soprattutto si dovrebbe smettere di tagliare i fondi per l’istruzione e ricominciare invece a investire in quest’ambito. Purtroppo in questo momento in Italia nessuno è veramente interessato a farlo, visto che la “produzione” del cittadino con basso livello d’istruzione, che non è in grado di porsi domande prendendo per “reale” ciò che vede in tv, è molto più “funzionale” rispetto al cittadino con una propria coscienza critica che si rende conto che la realtà italiana è molto distante da quella rappresentata dai reality show e anche dagli stessi telegiornali.

  4. camilla

    due sono le ore settimanali di latino!

    • Simo

      Non è esatto non so chi ti ha detto delle due ore settimanali ma non è così. Prima della riforma Gelmini, cioè fino all’anno scorso, erano presenti: 4 ore il primo anno, 5 il secondo, 4 il terzo e il quarto anno e 3 l’ultimo anno (se fai il conto delle ore studiate nei 5 anni il latino superava sia la matematica che la letteratura italiana, quindi era in pratica la materia predominante), adesso dopo la riforma Gelmini il latino viene studiato per 3 ore a settimana in tutti e 5 gli anni (fonte wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Liceo_scientifico). Non sapevo della riduzione delle ore con la riforma Gelmini e la mia domanda infatti era riferita al prima, comunque anche le 3 ore settimanali forse sono sempre troppe visto che ad esempio fisica viene studiata per 2 ore settimanali al biennio e solo al triennio viene portata a 3.

  5. Andres - "Il nonsenso di Odifreddi"

    In effetti ci sarebbe pure da interrogarsi sul senso e sull’utilità di Odifreddi: cosa diamine è, un matematico moralista? un positivista scettico? un logico escatologico? un faceto feticista ? uno scrittore di narrativa bellettrista? un giornalista benaltrista? Una sciarada?
    Ad oggi i massimi esperti mondiali di antropo(fa)(lo)gia non sono giunti ad una conclusione epistemologicamente valida – per la sua gioia e per la sua euristica fortuna (di P.G.O.) – finendo per sbranarsi a vicenda sul fatto che Cuneo (suo luogo natale) abbia inciso o meno sulla definizione del suo profilo professionale.

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