i Claudia Crocco

Alcuni giorni fa mi è capitato di leggere questo intervento di Franco Arminio sulla situazione della poesia oggi.

La sua tesi è molto interessante, e i presupposti del ragionamento sono pienamente condivisibili: la pratica della poesia nel 2011 è confinata ad uno stato di ‘anestesia’. L’ampliamento del numero degli scrittori e degli occasionali lettori non è altro che una bolla di sapone, nel senso che dà un’impressione di auge e di prosperità del genere. In realtà lettori e scrittori in troppi casi coincidono; oppure si verifica il caso opposto, e gli aspiranti poeti scrivono come monadi, cioè sia in maniera del tutto scollegata della tradizione passata, sia ignorando le altre operazioni e gli esperimenti dei contemporanei. Fin qui Arminio ha – giustamente- ricalcato e riproposto un topos critico ormai acquisito da almeno trentacinque anni, ossia a partire da Il pubblico della poesia di Berardinelli e Cordelli (Cosenza, Lerici, 1975). Quel che non riesco a condividere sono le conclusioni. A suo dire la situazione attuale avrebbe come ‘colpevoli’ i nuovi media che spesso veicolano la poesia, nonché i poeti stessi – o, meglio, i “falsi poeti” che inquinano la circolazione dei veri testi animati dal “sacro furore”. Mi sembra che questa posizione corra il rischio di alimentare esattamente la tendenza cui vorrebbe opporsi: e cioè l’aumento del numero dei poeti e del loro pubblico, e la contemporanea diminuzione dell’attenzione critica reale di cui la poesia è oggetto. Ma sarà meglio analizzare singolarmente i punti problematici dell’articolo.

Il dato nuovo introdotto nella sua analisi, rispetto a quelle di trentacinque anni fa, è senz’altro l’attenzione data ai nuovi spazi della poesia su internet. Secondo Arminio la circolazione della poesia in rete è molto pericolosa, essenzialmente per due motivi.

Il primo è quello che definisce “autismo corale”: le persone che fanno girare le proprie poesie sui blog o via email credono di poter comunicare più velocemente con gli altri, di poter trasmettere più direttamente le emozioni – ed il dolore – collegate al testo; in realtà non è affatto così. Ognuno è troppo narcisisticamente impegnato a voler esibire se stesso e le proprie poesie per dedicare qualcosa più di uno sguardo a quelle altrui. Per questo anche le recensioni positive ai testi, quando avvengono online, non possono realmente essere prese in considerazione, perché fatte per puro conformismo. Il male assoluto, ovviamente, sono le critiche trasmesse attraverso i commenti all’interno dei blog: “I blog letterari sono una sorta di lager involontario in cui il poeta è deportato volontario che mostra la sua ciotola vuota e il lettore di passaggio è l’aguzzino che dovrebbe riempirla con il cibo di un commento”. Su questo non sono del tutto d’accordo. Non vedo il motivo per cui una circolazione cartacea dovrebbe garantire in sé una maggiore attenzione ai testi da parte dei lettori, mentre quella online sarebbe per forza sinonimo di lettura poco attenta e poco critica.

Negli ultimi anni mi è capitato molte volte di cercare informazioni e recensioni su poeti italiani e su opere appena pubblicate su internet: in molti casi mi sono imbattuta in assurdi blog poetici, che accoglievano testi celebri e canonizzati insieme ad altri di esordienti decisamente poco validi e deludenti. Ma quello che mi infastidiva e nauseava, in quei casi, non era la mancata trasmissione di emozioni attraverso le poesie, quanto piuttosto la loro sovrabbondanza. Credo che uno dei problemi dei blog di poesia sia che – non sempre, ovviamente- alimentino un’idea soltanto emotiva della lirica, contro la quale io personalmente non smetterò mai di protestare. Troppo spesso si leggono post ed articoli vari in cui sono raccolti versi sulla base del loro argomento: poesie su ‘l’amore’, ‘l’amicizia’, ‘la pace’ etc.. – per non parlare di quelle sulla natura e sulla donna. Considerare le poesie solo in base alla loro liricità emotiva è riduttivo e sminuente; molto spesso – soprattutto su internet, ma non solo – si affianca ad una totale noncuranza per qualsiasi aspetto formale e stilistico. Non importa che una poesia sia linguisticamente o metricamente regressiva o insignificante: l’importante è che suoni bene (dove spesso il ritmo è valutato in funzione della sua vicinanza a quello delle canzoni pop) e che trasmetta emozioni. L’unico aspetto stilistico che caratterizza questi testi è un altissimo tasso di metaforicità, che però non sfugge mai alla banalità più ritrita e non è mai considerabile un tentativo sperimentale.

Per quanto riguarda le recensioni e la critica, ammetto che la forma del commento sia intrinsecamente riduttiva. Commentare una poesia su un blog costringe alla brevità, ed in alcuni casi crea dei condizionamenti lessicali e linguistici che possono impoverire il testo critico. D’altro canto, devo ammettere anche che mi è capitato più di una volta di trovare ottime recensioni online. In questo senso siti come Il primo amore, Carmilla online, Nazione Indiana etc.. sono una fonte di notizie e di articoli di critica davvero notevole. Non dico che tutto quello che vi viene pubblicato sia da leggere ed accogliere indiscriminatamente, né che la qualità degli articoli sia sempre la stessa – ché, anzi, è molto altalenante. Credo, però, che chi voglia interessarsi di critica di poesia oggi non possa farlo prescindendo da quella online. Spesso gli articoli migliori sono pubblicati prima su webzine e blog, e credo sia miope non riconoscerlo. Qualche esempio, tratto da articoli e post pubblicati negli ultimi due anni: questa recensione di Massimo Gezzi a Pitture nere su carta di Mario Benedetti (Milano, Mondadori, 2009) è una delle più belle e accurate ricevute dal libro; lo stesso si può dire per questa, molto recente, fatta da Giuseppe Genna all’ultimo libro di Milo De Angelis, cioè Quell’andarsene del buio dei cortili (Milano, Mondadori, 2010). Gli esempi potrebbero essere molti altri.

Il secondo argomento su cui sono in disaccordo con Arminio riguarda le modalità di ricezione della poesia. La sua tesi è che la diffusione di testi lirici online sia pericolosa in quanto ‘inquinata’ dalla quantità di altro materiale verbale in mezzo a cui avviene. “La comunicazione pervasiva in cui siamo immersi ci porta a ricevere nello stesso giorno una bella poesia insieme a tanta altra spazzatura”. Messaggi, comunicazioni e notifiche di facebook, email riguardanti qualsiasi altro argomento diverso dalla poesia e addirittura telefonate sono da lui considerate in un unico calderone logorroico, che è altro rispetto alla liricità; e il fatto che la poesia possa figurare al suo interno o accanto ad esso solleva in lui una forma di sdegno. Ecco, questo è precisamente il primo punto in cui viene fuori la mia obiezione più seria e strutturale all’articolo: la poesia deve essere qualcosa di separato rispetto a tutto il resto?

“La poesia boccheggia come un pesciolino perché immersa nei detersivi pubblicitari”, scrive Arminio. Bene, ormai sono circa quarant’anni che la poesia è entrata nei supermercati, parafrasando un verso di Vassalli[1]. Qual è esattamente la parte negativa di questo fenomeno? Qual è, alla fine, il compito della poesia nel 2011? Dal suo articolo, mi sembra che Arminio le attribuisca un ruolo troppo “sacrale”: la poesia deve parlare essenzialmente della natura (delle stelle che esplodono, degli elefanti che partoriscono – perché proprio gli elefanti, poi?- , delle balene..); e poi forse anche di quello che ci circonda (il marciapiede, il sudore, il dolore..),  ma sempre in senso molto viscerale e privato, puntando ad esprimere innanzitutto il dolore individuale ed esistenziale, mi pare di capire. Credo che i rischi di questa posizione siano l’irrigidimento e la regressività, nonché il confino – anche se potrebbe essere involontario – della poesia ad una sorta di iperuranio inutile. Da un lato condivido l’idea che i testi poetici debbano mirare all’essenziale e che debbano esprimere una frattura: non per intrinseche proprietà ontologiche, ma perché storicamente, nel mondo postmoderno e neoliberista occidentale, questo genere ha assunto proprio l’alterità e la minorità della sua voce  a proprio punto di forza (e qui si potrebbero citare le posizioni di Adorno, Fortini etc..).  Dall’altro, l’attribuzione di un compito troppo sacrale alla poesia e il tentativo di isolarla dal reale e dal contemporaneo sono controproducenti. Sono d’accordo sul fatto che: “Questa è un’epoca che ha deciso di rinunciare alla poesia per il semplice motivo che la poesia è il più grande nemico del binomio produzione-consumo in cui abbiamo calato ogni esistenza”; molto meno mi convince che “il poeta, quello vero, è qui […] per scrivere la frase che dio non ha scritto”. Ecco, io non invocherei dio; direi, al contrario, che lo spazio, il compito e il ruolo della poesia siano molto più materiali e ‘terreni’. La frattura non va espressa attraverso un appello all’aspetto orfico-creaturale o lirico-irrazionalistico della poesia; piuttosto, andrebbe ripensata nelle sue possibilità di esprimere il presente, in tutta la sua postmoderna e contraddittoria realtà.

Da questo punto di vista, mi sembra alquanto fuorviante anche l’appello ai “falsi poeti”: nei blog letterari e nei siti dedicati alla poesia spesso manca una selezione su base qualitativa, che invece sarebbe quanto mai necessaria in un’epoca in cui quasi due persone su tre si sentono in diritto di definirsi poeti. Tuttavia pretendere di stabilire una cesura netta tra poeti di serie A e di serie B in nome del “batticuore” e della “fosforescenza” della loro scrittura – cioè soltanto in virtù della capacità di trasmissione emotiva-passionale dei testi – mi sembra riduttivo e fuorviante. Paradossalmente, questa concezione neo-romantica della poesia e del poeta finisce per alimentare la sovrapproduzione di versi dilettanteschi, che hanno come unica giustificazione la necessità di verbalizzare emozioni e sentimenti. Nella stessa direzione si inserisce la considerazione dei “veri poeti” in quanto “vittime” del sistema, che non fa altro che alimentare l’autoreferenzialità e l’isolamento della poesia.

Nel 2011 la poesia e il suo stato di salute non sono esattamente al centro del dibattito intellettuale italiano. Come sottolinea Arminio, è vero che la sua circolazione su alcuni canali online dà soltanto una fallace impressione di importanza del genere. Tuttavia non solo credo non sia giusto delegittimare e svalutare la sua circolazione attraverso mezzi informatici tout court, ma penso anzi che questa sia una risorsa. Se si vuole che la poesia riacquisisca un ruolo ed un’attualità,  è necessario che i critici abbandonino il topos dell’impossibilità di tracciare percorsi nel mare magnum dei testi poetici di oggi: questa è un’abdicazione alla funzione critica stessa. La critica dovrebbe tornare a discutere, a selezionare, a giudicare – non in luoghi e con modi separati, ma appunto confrontandosi con il pubblico della poesia, e utilizzando tutte le risorse disponibili, innanzitutto quelle virtuali.

[1] :“La gente guarda e tace, entra al supermercato” . S. Vassalli, La poesia oggi, in A. Berardinelli, F. Cordelli, Il pubblico della poesia, cit., p. 133