Cantando rumpitur anguis

Sedici anni fa moriva Franco Fortini.

Sarebbe bello ricordarlo rileggendo una sua poesia. O forse no.

Abbiamo pensato, per questa volta, di rileggere poesie e scritti di altri autori, dedicati o riferiti a lui.

E allora: la prima poesia è di Milo De Angelis, che l’ha scritta pochi giorni dopo la morte di Fortini.   Seguono una lettera di Italo Calvino, di cui ci ha colpiti soprattutto la frase finale. Quindi riportiamo un pezzo della lettera di Pier Vincenzo Mengaldo: è estratta da un saggio in cui il critico ha individuato la presenza di una ‘funzione Fortini’ nella poesia italiana contemporanea. Per capire di che si tratta, buona lettura.

Proprio sulla base della categoria mengaldiana, questo post si conclude con due poesie di autori contemporanei (di nuovo Milo De Angelis, e poi Antonella Anedda) in cui il calco fortiniano è evidente nel lessico, nella sintassi, nello stile – ma, soprattutto, nello sguardo sulla realtà.

La buona notte

Arrivammo a piccoli gruppi

in una periferia di autocarri e brina

per dare la parola

alle ossa, alla lieve mussolina,

epopea di santi e delle bocche

straziate oscuramente, in un silenzio

di altiforni, suoni disadorni

del tuo ritmo impriggionato e vivente.

Morire è l’infinito presente,

di ciò che non si coniuga, una goccia

sporca sui nostri visi ricomposti

il medesimo stupore che tu fosti

vivo tra i vivi in fila indiana, luce

calcinata, stridere

delle lenzuola, l’arcana

musica abbreviata nella mente ritorna

all’ora del prodigio, e il cielo

è solo una stesura differente, che non apre

le sue porte. Tu

di nessun bacio, nessuno nei secoli

dei secoli. Tu di qualsiasi morte.

3 dicembre 1994

(M. De Angelis, “La buona notte”, in “Biografia sommaria”, Milano, Mondadori, 1999)

A Franco Fortini, Milano

28 gennaio 1958

Caro Fortini,

ti sono grato per l’articolo. Foà s’incaricherà di cercarti quelle riviste. Ma ti servono per l’articolo? Spero di no, che tu ci faccia l’articolo così a braccio, entro una decina di giorni.

La tua lettera mi pare approdi alla saggezza, ma pagandola con troppa tristezza individuale. Ci sono già tante ragioni di tristezza storica; perché vuoi essere anche triste di tuo?

Cari saluti.

(I. Calvino, “I libri degli altri: lettere 1947-1981″, a cura di G. Tesio, con una nota di C. Frutterio, Torino, Einaudi, 1991, p. 247, lettera del 28 gennaio 1958)

Lettera a Franco Fortini sulla sua poesia

Caro Fortini,

il piacere di partecipare a quest’omaggio collettivo si mescola in me a un forte imbarazzo. Mi trovo come sai nella situazione – che non è certo di vantaggio!- di chi appena quattro anni fa ha cercato di dire globalmente la sua sopra la tua poesia, e da allora ha dovuto spesso constatare di non aver cambiato affatto idee sull’argomento. Temo quindi di non avere niente di veramente nuovo e diverso che valga la pena di mettere in carta. Anzi, quella complicità politico-ideologica con le tue posizioni che credo apparisse evidente nella mia introduzione alle tue Poesie scelte, e che probabilmente ne ha determinato alcuni limiti, come sempre avviene in questi casi, negli ultimi tempi, e per ragioni fin troppo chiare, ha avuto occasione piuttosto di rafforzarsi che di indebolirsi.

Che fare allora per non mancare all’appuntamento? Per decenza non posso infatti ripetere qui i giudizi sintetici quasi a priori di quel saggio[…]. Meno che meno vorrei scivolare nel genere pseudo-critico tipo “l’importanza di Fortini nella mia vicenda di critico” frequentato dagli studiosi in vena di trasformarsi in monumento. Facciamo dunque così. Mi limiterò a enunciarti, rapidamente e alla buona, qualche problema che ti riguarda servendomi in parte della scaletta e delle scalette che avevo usato mesi fa in una presentazione milanese, te astante, e che volevano essere soprattutto a te rivolte. Sarà forse un modo, oltre che di rinnovare il piacere (almeno per me) di quella serata, di continuare un dialogo fra noi che dura, scritto orale o sottinteso, da non molto tempo ma intenso, e di sollecitarti alle risposte complessive che in quell’occasione hai potuto o voluto dare solo parzialmente. […] Io quella sera non tanto intesi circoscrivere una “individualità poetica” di Fortini, quanto indicai l’esistenza nella poesia del dopoguerra di una funzione Fortini: dove ovviamente gioca per il ricettore, e non può essere diverso, la compresenza di tutto il tuo lavoro intellettuale politicamente orientato. Una funzione che, si capisce, non è tua esclusiva bensì ti accomuna in parte ad altri tuoi coevi, ma che in te s’incarna nel modo più tipico e conseguente. […] La forza di un poeta si misura, lo sappiamo sempre meglio, non tanto o non già dalla sua unicità e irripetibilità, quanto all’inverso dalla sua capacità di essere voce collettiva, parte di un coro (e un coro in cui tanti sono muti perché non possono parlare), e anche titolare di una lezione trasmissibile; portatore, ripeto, di una funzione che essa sì può raccogliere, in quanto l’individuo poeta vi nega oggettivamente la propria separatezza, quello che tu stesso hai chiamato, per Saba, <<il mandato tacito di una parte grande delle energie sociali impegnate nella lotta di classe.>> […]Tornando al punto: dicevo allora che la <<funzione Fortini>> consiste, in una parola, nell’integrale politicità della poesia; ho anche scritto, in una scheda d’antologia, che tu sei sempre poeta politico, anche quando parli di alberi e di fiori. Come Brecht.

(P.V. Mengaldo, “Lettera a Franco Fortini sulla sua poesia”, in  “La tradizione del Novecento. Seconda serie”, Torino, Einaudi, 2003, pp. 341-358)

Se ho scritto è per pensiero

perché ero in pensiero per la vita

per gli esseri felici

stretti nell’ombra della sera

per la sera che di colpo crollava sulle nuche.

Scrivevo per la pietà del buio

per ogni creatura che indietreggia

con la schiena premuta a una ringhiera

per l’attesa marina – senza grido – infinita.

Scrivi, dico a me stessa

e scrivo io per avanzare più sola nell’enigma

perché gli occhi mi allarmano

e mio è il silenzio dei passi , mia la luce deserta

-da brughiera-

sulla terra del viale.

Scrivi perché nulla è difeso e la parola

trema più fragile del bosco, senza rami né uccelli

perché solo il coraggio può scavare

in alto la pazienza

fino a togliere peso

al peso nero del prato.

(A. Anedda, “Se ho scritto è per pensiero” in “Notti di pace occidentale”, Roma, Donzelli, 1999, p. 35)

Anche la faccia, al risveglio

ogni volta, panico e ansia

di diventare diversa:

un secolo intero scorreva

perché era l’unicità.

Eppure qualcuno, già salvo,

sfidando i suicidi vicino al letto e le pastiglie

che cadono dalle mani

qualcuno sta dicendo:

l’isola sarà guardata nella sua bellezza

non importa se da noi o da altri

(M. De Angelis, “L’isola sarà guardata nella sua bellezza”, in “Somiglianze”, Milano, Guanda, 1976)

2 commenti

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2 risposte a “Cantando rumpitur anguis

  1. matteo

    segnalo una svista: al contrario di quanto scritto in calce, il testo di De Angelis “La buona notte” non è contenuta nel libro “Somiglianze”, che essendo del ’76 non potrebbe ospitare una poesia in morte di Fortini; fa invece parte del libro “Biografia sommaria”, uscito per Mondadori nel 1999 e contenente poesie scritte in gran parte in quel decennio.

  2. Caro Matteo,
    grazie per la segnalazione. Ovviamente è una svista, dal momento che Fortini è morto nel 1994. Mi scuso per l’errore, ho citato il titolo sbagliato.

    Claudia Crocco

    PS: continui a seguirci, torneremo presto a parlare di De Angelis e Fortini.

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