L’idea di Gino

di Federico Pacciani

L’esperienza di Emergency dovrebbe essere uno dei fiori all’occhiello del nostro Paese e un esempio da imitare in Italia come all’estero. Eppure c’è chi critica aspramente il suo operato o, peggio, chi insinua dubbi sull’organizzazione e la combatte senza troppo mostrarsi. È quello che si dice tentare di screditare, citando le parole usate di Gino Strada. Un po’  lo stesso destino che capita non poi così raramente a Roberto Saviano. Ma si tratta solo di tentativi mal riusciti e finché il sostegno popolare, per così dire, si mostrerà presente e compatto, è ben difficile che finisca diversamente. La manifestazione di chi sta con Emergency, ma lo stesso dicasi per gli alti ascolti dello scrittore a Che tempo che fa, tanto per continuare con il parallelo, sono una dimostrazione di grande partecipazione e fiducia. Il fattore decisivo però non è tanto l’appoggio casalingo che l’ONG ha e ha avuto in questi momenti difficili, ma la solidarietà degli afghani, in questo caso, e delle popolazioni che vengono aiutate. Perché di questo si tratta.

Strada stesso ha parlato di una manovra per allontanare un testimone scomodo, che porta gli occhi dell’Occidente in una zona quasi off-limits, dove pure i giornalisti faticano a entrare. I sospetti del complotto non cadono tanto sul governo italiano, che tanto ha tentennato, né sul governo afgano, ovviamente colluso, se non fantoccio, quanto proprio sulla coalizione e sull’Isaf stesso. Non a caso sul luogo del delitto erano presenti militari inglesi, ma diciamo pure internazionali, forze che servono la pace ma fanno la guerra e che quindi non hanno piacere che si sappia fino in fondo quanta violenza usano. Dico quanta in termini quantitativi, appunto, e non retorici, il dovere della stampa dovrebbe infatti essere quello di riportare minuziosamente i dati e i  fatti e non fare da megafono o silenziatore per il potente di turno. L’anomalia sta nel fatto che l’ufficio stampa di Emergency abbia dovuto supplire alle mancanze dei mezzi d’informazione, se si esclude Peacereporter e pochi altri.

Per chi se lo fosse perso, mirabile resterà lo scambio di opinioni tra il ministro della Difesa e il fondatore di Emergency ad Annozero, due visioni del mondo oserei dire inconciliabili che per semplificare potremmo inserire nella più ampia dicotomia pacifismo-militarismo, anche se è riduttivo. Sembrava più un dialogo tra persone di idioma diverso, un islandese e un indiano, ad esempio, esseri umani privi di un codice comunicativo condiviso. L’onorevole ha toccato il fondo col riproporre l’insulsa equazione che accusa chi critica la guerra di mancare di rispetto ai militari impegnati al fronte, cosa affatto vera, anzi ipocrita. L’idea otto-novecenteca dell’inevitabilità della guerra e la sua glorificazione patriottica vanno a braccetto con  un governo pseudo-autoritario e censorio, archetipo ideale della politica forza-leghista (ma forse non più finiana). A dar man forte ci ha pensato poi l’altro ospite destrorso, Edward Luttwak, sostenendo l’esistenza di una «piaga delle ONG che si introducono nei conflitti con le intenzioni migliori del mondo ma il risultato è molto controproducente » e altre bizzarre tesi che hanno strappato una sinistra e amara risata a Gino Strada, quasi un pianto.

Ma cosa provoca una tale avversione verso queste associazioni? E in particolare, Emergency cos’ha che non va? Un elemento altamente irritante, comune a molte organizzazioni, è la neutralità, forse l’unico antidoto conosciuto contro la guerra, ma che provoca orticaria ai più, specie chi si sente in campagna elettorale continua o in missione per conto dell’Altissimo. Non si capisce perché non si debba stare dalla parte giusta, preferibilmente la più forte. Chi è neutrale nasconde qualcosa, scende a patti col nemico, perché nessuno è neutrale per davvero. Invece no. Se devi curare, curi. Chi è chi, chi spara a chi, non è più importante, se devi salvare una vita. Ma Emergency va oltre. Porta con sé una filosofia diversa, come ha spiegato Giulio Cristoffanini, co-fondatore e responsabile comunicazioni dell’associazione, intervenuto lo scorso 18 marzo in un incontro nell’ambito del corso di Tutela internazionale dei diritti umani all’Università di Siena. L’idea che i pazienti dei Paesi poveri o in guerra si meritino il meglio della tecnica medico-chirurgica allo stesso modo che succede in Europa, Stati Uniti o Cina. Mostrare alle popolazioni locali come fare a gestire ospedali moderni e a usare macchinari e procedure all’avanguardia. Non solo salvare vite ma dare una speranza e mostrare il massimo rispetto della dignità umana. Non è per sminuire la loro condizione o l’impegno di altre organizzazioni, rispettabilissime ma animate da spirito diverso. Non si è fatto il nome della Croce Rossa o, che so, di MsF, ma il modo solito di fare volontariato medico è quello di tamponare le perdite, come combattere le epidemie e cercare di garantire un livello minimo di salute generale del paziente. Evitare il peggio. Certamente qualcuno deve farlo. Scorgo una certa complementarietà tra i due modus operandi. Ma c’è un però. Anzi, due. Uno, il livello di assistenza fornito nel modo classico è inferiore al livello occidentale, in qualche modo si adegua a quello locale. Secondo, piaghe, queste sì, come il colera, la denutrizione, la scarsità di acqua e farmaci, sono un ostacolo insormontabile per i medici. Si apre qui la questione politica e economica, cosa che la sola presenza di Emergency ribadisce costantemente con il messaggio che il suo operato dà. Qui sta il fastidio. Al di là della retorica di questa e quella guerra.

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